KIRKIFICAMI QUESTO!

Cosa c’è dietro la kirkificazione? Cosa l’ha causata?

KIRKIFICAMI QUESTO!
Lettura boomer
Tutto questo non è né più né meno che l’inizio di una nuova faglia nella guerriglia culturale. Una guerra combattuta interamente a destra, con la sinistra relegata al ruolo di spettatore sulla cuckchair.

Da un po’ di tempo a questa parte, se uno va a bazzicare gli stessi angoli di internet che bazzichiamo noi, avrà notato un fenomeno nuovo. Una nuova tendenza che non risparmia proprio nessuno.

Si chiama kirkificazione: prendete un qualsiasi personaggio, reale o fittizio, e ci spalmate sopra la faccia di Charlie Kirk. È un’invasione, abbiamo Kirk Floyd, Bello Kirko e pure Kirk89. Nessuno è al sicuro, ogni giorno una nuova, orribile creazione spunta in home a ricordarci che l’influattivista americano non ha proprio intenzione di lasciarci in pace.

Il punto però non è il meme in sé

È che alla radice di questo meme c’è un accanimento che suona strano, quasi stonato, se si pensa al clima che regnava online fino a un mese fa.

Cerchiamo di ricordare: nell’immediato post-mortem, la polarizzazione ha reso ogni considerazione non encomiastica di Charlie Kirk più tabù di una bestemmia in Chiesa. Criticare l’influencer, o anche solo azzardare una lettura non agiografica della sua figura, significava esporsi ad una vera e propria shitstorm. Non si fa riferimento all’indignazione social, ai commenti arrabbiati o chissà cosa: parliamo di vere e proprie liste di proscrizione. I fan di Charlie Kirk hanno creato registri veri e propri per segnalare al governo americano chiunque avesse macchiato la memoria del beato, con l’obiettivo dichiarato di farlo deportare o di negargli l’ingresso nel Paese. Una caccia alle streghe che ha utilizzato gli stessi identici strumenti e la stessa identica grammatica repressiva che la destra, per anni, ha (giustamente) rinfacciato alla sinistra.

Questa, ça va sans dire, è la più plastica rappresentazione del “wokismo di destra”. È un fenomeno che abbiamo visto crescere e che ora ha trovato il suo martire fondativo. Charlie Kirk è stato preso, imbalsamato, e sacralizzato. È stato elevato a icona intoccabile del woke conservatore, trasformato in una Michela Murgia di destra.

Come per la controparte progressista, il metodo è lo stesso. Ancora oggi, a mesi di distanza, se provate a storcere il naso quando il suo nome viene invocato in maniera non elogiativa, c’è una specifica fazione politica che si erge a guardiana pronta a saltarvi alla giugulare, come se spaventata più che dalla lesa maestà al martire, dal perdere uno strumento di rivalsa. Si crea così un lutto comandato, un periodo di cordoglio forzato in cui la violazione è punita con l’ostracismo.

Perché di rivalsa si tratta: la necessità morbosa di intestare aule, fare paragoni con Mazzini o con Martin Luther King, invocare minuti di silenzio risponde a una sorta di catarsi di destra che dopo decenni ad aver subito la guerra culturale, vuole aggrapparsi ad un corpo esanime per cercare di infliggere lo stesso rito censorio al proprio avversario, lo stesso rituale moralizzante per denunciare l’evidente doppio standard. Il problema non è l’intento, è proprio che è una tattica cringe e ridicola.

E ovviamente, la fisica non perdona neanche nella cultura e ad ogni azione corrisponde una reazione. Più la destra cercava di blindare Kirk nel mausoleo dei santi, rendendo tabù persino sfiorare la sua salma, più era inevitabile che, passato il periodo di lutto imposto, esplodesse una reazione. E non una reazione qualsiasi, ma una muscolosa e viscerale come quella a cui stiamo assistendo. L’accanimento memetico davanti a noi è una esplosione catartica e liberatoria figlia diretta di quella sacralizzazione imposta. Ma il punto interessante è proprio questo: chi sono gli iconoclasti? Perché l’errore più comune potrebbe essere pensare che questa sia una risposta della sinistra. Non è così. La sinistra, in questa partita, non conta niente. Ha già speso il suo minuscolo arsenale moralizzante contro Kirk nell’immediato post-mortem, racimolando solo condanne e schiaffi metaforici, e paradossalmente, dando più forza a chi voleva edificare il culto.

Basta guardare il linguaggio di questi meme. Sono meme di destra, fondamentalmente per tre motivi:


- Ci sono accostamenti a intoccabili della sinistra come George Floyd
- È un tipo di umorismo particolarmente crudo e scanzonato
- Fanno ridere


In altre parole, non hanno nulla a che vedere con una critica o una rivalsa progressista. Questa è una reazione interna al blocco di destra, a chi a questa elegia mortuaria c’è stato fino a un certo punto. È un anti-wokismo di destra radicale che, infastidito dalla destra moderata, spinge il discorso più a destra. È una guerra civile totalmente interna a quel mondo culturale.

Fermi tutti: qualcuno potrebbe opinare che non c’è bisogno di essere fascisti per ridere di George Floyd, e infatti avete ragione. Ma il fatto che prendersi il gioco di una figura politicamente carica come la persona che è stata il simbolo di Black Lives Matter sia ora un linguaggio memeticamente neutro, ci dice che la finestra di Overton si è spostata molto a destra. Un po’ come fino a qualche anno fa la posizione culturalmente neutra era sempre quella progressista, mentre il “politico” era sempre il conservatore, oggi ridere di Floyd è neutro, indignarsi è politico. Lo spostamento è reale.

La prova definitiva che la sinistra è il grande assente in questa battaglia sul cadavere di Kirk è l’oggetto stesso del contendere. Le idee di Kirk su temi cari alle frange progressiste – l’aborto o i diritti delle persone alfabeto – sono totalmente scomparse dal dibattito sulla sua eredità. Oggi la discussione “seria” sul fatto che Kirk fosse un buono o un cattivo è polarizzata su un unico, incandescentissimo tema: il suo essere o meno un golem per Israele. La domanda che divide la destra americana (e, a quanto pare, quella italiana) è se avesse o meno la cosiddetta «doppia lealtà» verso lo Stato ebraico.

Questa dinamica indica una cosa sola: la penetrazione profonda e capillare della retorica di Nick Fuentes anche nel nostro dibattito. La guerra culturale non è più tra destra e sinistra; si va verso un conflitto tra una destra establishment sionista e una destra dissidente nazionalista. E Charlie Kirk era il simbolo perfetto della prima.

Questa dissacrazione memetica è, in larga misura, una reazione a un fallimento. È il piano B dopo che il piano A – l’egemonia – è fallito miseramente.

Si, perché alla morte dell’influencer, c’è stato un tentativo palese da parte di certe frange radicali di appropriarsi della sua figura. Si è tentato di dipingerlo come una sorta di Ezra Pound risorto, un nemico dell’usura e della speculazione edilizia, un “conservatore per bene” che, negli ultimi tempi, stava “addirittura cambiando idea su Israele”. In pratica, un altro mese e si sarebbe pure unito all’Azov.

Ovviamente, chiariamolo: questo è un cope bello e buono. Kirk era, è rimasto, e sarebbe rimasto fino alla fine un convinto evangelico di destra, con tutto il corollario teologico-politico che questo comporta. Le sue presunte “critiche a Israele”, più figlie di un taglia e cuci che di una evoluzione organica, non sono mai state una rottura con niente; erano, nel migliore dei casi, le stesse identiche osservazioni che fa anche il più moderato esponente di centrodestra quando deve prendere le distanze dai massacri più evidenti per non perdere la faccia.

In verità, tutto questo lo aveva previsto Richard Spencer. E chi è? Solamente il Nick Fuentes della generazione che ha vissuto il primo mandato Trump, il “padre” di quella roba che si chiamava “Alt-Right”, prima di finire nell’ombra dopo Charlottesville (oggi twitta, fa dirette, gestisce un substack ed è in buoni rapporti con Fuentes, sortendo anche una discreta influenza su di lui; un po’ un maestro che gli dice dove ha sbagliato affinché non sbagli ora Nick).

Spencer, con una certa lucidità strategica, aveva sostenuto che i panegirici e le difese che la destra radicale faceva di Kirk quando attaccato dalla sinistra, erano un errore tattico. Sosteneva che questo non faceva altro che sedimentare i moderati nelle loro idee, facendoli sentire protetti. La strategia giusta, invece, era l’opposto: bisognava abbandonarli. Lasciarli soli sotto le sassaiole della sinistra. Solo sentendosi senza protezione quei moderati avrebbero cercato rifugio verso lidi più estremi, completando così il processo di radicalizzazione.

Il dato generale è che il monolite della destra è destinato a rompersi sempre di più. Con l’irrilevanza politica e culturale della sinistra, tutto si sposta a destra. Inclusa la guerra civile e il woke. L’anti-wokismo, infatti, non è mai stato una semplice rivolta contro le donne nei videogiochi: è nella sua forma più pura, una reazione a un certo atteggiamento da maestrina calato dall’alto dallo Stato o dal sistema culturale (e puoi leggerne di più comprando qui l’ultimo numero di Proiettili), che cerca di dettare le posture etiche o morali. Per questo, anche e soprattutto la destra moderata può essere, ed è, woke nei suoi metodi. Ma a combatterla oggi non è una fantomatica “sinistra politicamente scorretta” che non è mai esistita e mai esisterà. È una destra ancora più radicale.

Guardate cosa è successo ad Erika Kirk. Per settimane il suo volto furioso accompagnato da sloppate di testo generate da indiani su ChatGPT ha invaso le nostre home. Il wokismo di destra ha cercato di cucirle addosso l’immagine dell’angelo del focolare, la tradwife, la vedova vendicativa, il ruggito della leonessa ecc…

Poi cosa è successo? È bastato che si vestisse male per un’apparizione pubblica, una risatina di troppo ed è partita la reazione. Praticamente le hanno dato della Messalina: come la moglie di Claudio, avrebbe cospirato per uccidere il marito, intestarsi i suoi possedimenti e fare una fuga d’amore con J.D. Vance. Questa è una reazione catartica ma assolutamente prevedibile. È anche qui, ira iconoclasta che si scatena al fallimento delle aspettative. Se non avessero incensato Erika Kirk come la donna angelo dei fedeli d’amore, ci si sarebbe limitati a dire che le sue performance sono quello che sono: ‘na cafonata. Invece al primo segno di zarraggine, volano accuse che non staremo qui a ripetere, in maniera rabbiosa e reattiva.

Tutto questo non è né più né meno che l’inizio di una nuova faglia nella guerriglia culturale. Una guerra combattuta interamente a destra, con la sinistra relegata al ruolo di spettatore sulla cuckchair.

Un consiglio non richiesto agli indignati:
Se vi sentite traditi e inorriditi da questa marea di meme, dico solo una cosa, non frignateci troppo. Ho capito che Kirk vi piaceva, era il vostro punto di riferimento. Ma dovete capire che l’anti-wokismo che state guardando è, anagraficamente e culturalmente, umorismo da scuola media. Più fate i bacchettoni, più vi appellate alla solennità della memoria, più i ragazzini che memano Kirk vi faranno infuriare. Vi stanno perculando, e voi ci cascate ogni singola volta.

D’altronde lo facevamo anche noi. Quante barzellette razziste e antisemite abbiamo raccontato quando si rischiava più di oggi? Lasciateli divertire. Non fate gli scureggioni.

1
Peter Thiel ha votato no al Referendum sulla giustizia
2
Tutti Fenomeni - Una lettera da Blast
3
Fedeli alla linea
4
Jeffrey Epstein: un compagno di merende
5
GIOVENTÙ PLAGIATA

Gruppo MAGOG

Respiriamo questa vita infinita.
Schizoletteratura

Respiriamo questa vita infinita.

Poesie? Schizopoesie! Oggi con quel tocco di piacere, respiri e mormorii. Sospesi tra l'essere e l'esistere.
4 anni
Non di sole TENNENT'S vivrà il suicida
Schizoletteratura

Non di sole TENNENT'S vivrà il suicida

Era nudo, o meglio in mutande. Sotto di lui i bagliori dell'asfalto lucido, e lo scalpiccio tenue della pioggia. Dietro l'angolo le urla di un gruppo di ragazzi, forse una di quelle fottute gang. Ora giravano pure con la pioggia...
4 anni
Trump annetti (anche) noi!
Mattualità

Trump annetti (anche) noi!

Gli Europei sono i veri bifolchi, fatevene una ragione.
1 anno
DIROTTATO
Proclami

DIROTTATO

COL CAZZO CHE VI RIDIAMO I SOCIAL
4 anni
Quel video di Prigozhin
Gurogog

Quel video di Prigozhin

Un curioso filo nero sembra collegare il mondo dell’editoria europea alla guerra in Ucraina, in particolare a Bakhmut.
3 anni