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NOI SIAMO IL PINGUINO

NOI SIAMO IL PINGUINO
Lettura zostile
Il meme del pinguino segna una rottura tra due tipi di umanità che, ormai, non hanno più niente da dirsi.

Ormai lo abbiamo visto tutti, una boccata d’aria fresca sui feed dei nostri social che, di solito, servono solo per bruciarsi il cervello o farsi venire il fegato marcio. Sto parlando del video del pinguino che ad un certo punto si separa dal suo gruppo e svolta verso l’interno, verso le montagne dell’Antartide, lontano dal mare, lontano dalla colonia e dalla sopravvivenza, in direzione di una morte certa.

La reazione a questo video è stata la cartina di tornasole definitiva che ha messo a nudo come ormai esistano due umanità distinte, incapaci di condividere significati comuni. I famosi “Due Mondi”, di cui parlava anche Boni Castellane. Lo spartiacque antropologico del pinguino ha separato chi ha ancora un’anima da chi è stato ridotto a un ammasso di sinapsi bagnate. Perché in quel pinguino tutti ci hanno visto quello che volevano. Per alcuni è stato un simbolo: il pinguino romantico, nietzscheano, faustiano, che osa e persevera nel suo STREBEN. Per altri, un mero fatto zoologico: un animale depresso che “va a suicidarsi”. In effetti, mentre una fazione si è subito mobilitata (e nobilitata) per fare di quel pinguino un simbolo, un’altra umanità di risulta si è mossa per rispondere a colpi di “actually ☝🏻🤓” e spiegarci che stavano sbagliando, romanticizzando un animale disfunzionale.

In verità, è trasparente a tutti che il pinguino che si separa dalla colonia stia compiendo un gesto fondamentalmente antisociale, un gesto disfunzionale alla propria sopravvivenza. Ma il punto è esattamente questo: se si ritiene che il pinguino sia disfunzionale, depresso o “difettoso” per non essersi arreso ad una vita in colonia mangiando merda di foca, allora si dovrebbe pensare lo stesso di ogni uomo che ha riversato le sue energie in qualcosa di più grande del vivere, mangiare, riprodursi e morire; il monaco che si ritira nella propria cella, l’architetto che non vive per vedere il suo magnum opus ultimato, il cavaliere che si sacrifica per il suo Re in battaglia. Forse lo si pensa, ed è per questo che dopo il pinguino c’è il diluvio: due umanità, due visioni del mondo inconciliabili. Da un lato, l’Umanità del Fact-Checking, illuminista, piatta e interiormente millennial; dall’altro l’Umanità del Destino, romantica, verticale, tragicamente basata.

L’umanità romantica siamo noi, che non siamo ingenui. Noi sappiamo benissimo che quel pinguino morirà di fame e freddo tra i ghiacci eterni. Non siamo scemi, anche noi abbiamo letto gli Animalia. Ma la differenza è che a noi non frega un cazzo della spiegazione biologica, perché noi cerchiamo il Simbolo. La nostra è l’umanità che guarda il pinguino e vede il viandante sul mare di nebbia. L’individuo eroico che rompe con la massa informe della colonia – che si accontenta di puzzare di pesce e riprodursi meccanicamente – per andare a cercare l’Assoluto, anche a costo della distruzione. È l’estetica del Sublime: quella sensazione di terrore e meraviglia che provi davanti alla natura che ti può schiacciare.

L’umanità romantica oggi è quella che fa trekking non per tenersi in forma, ma per perdersi nei boschi ascoltando Golden Brown slowed + reverb mentre guarda le rovine di un castello o una cima innevata.

È chi coltiva lo spirito in verticale, in mezzo alla natura matrigna, spietata, che se ne frega bellamente dei suoi sentimenti. Ma è proprio in questa sfida persa in partenza che risiede la dignità dell’essere umano (e del pinguino). Questa umanità costruisce cattedrali di senso dove gli altri vedono solo cumuli di pietre. Se il pinguino va verso la montagna, sta andando a sfidare il nulla. La “realtà della vita” è un concetto per amministratori di condominio, la Verità invece, quella con la V maiuscola, sta nel sogno, nel mito, nella proiezione della propria volontà sulla materia inerte.

E mentre tutti noi facevamo edit per omaggiare il pinguino, ecco che arrivava l’esercito delle isteriche e dei cucconi. Persone che scacciano le cattive vibrazioni con gli opali, che assolvono gli imputati in base al segno zodiacale, ma che magicamente davanti al minimo segno reale di trascendenza che non sia McTradition da tiktokkari, divengono i peggiori materialisti, i medicalizzatori seriali che bruciano le case dei folletti e incendiano i boschi delle driadi, invidiosi di una magia che a differenza dei cristalli new age, non si può comprare.

Questa umanità è – lasciate che ora sia io a medicalizzare – malata di afantasia spirituale. Appena vedono il pinguino che marcia verso le vette ghiacciate, scatta in loro un riflesso pavloviano di bava biliosa. Devono spiegare e correggere, fare i debunker del mistero. Non sono solo incapaci di immaginare che qualcuno cerchi simbolismo: gli dà attivamente fastidio.

“Eh ma guardate che è disorientato”, “sono sintomi della depressione”, te lo spiegano con lo stesso astio del bambino che, scoperto che Babbo Natale è il padre, deve pavoneggiare il suo non credere più alle favole a tutto il resto della classe. Per loro l’amore sono solo dopamina e ossitocina, solo reazioni chimiche ☝🏻🤓, marchio d’infamia di una generazione cresciuta a ironia millennial e Big Bang Theory. Devono essere gli Sheldon Cooper, l’intelligentone nichilista che deve “distruggere i sogni altrui esponendo la realtà oggettiva”. Sono drogati di fattoidi (factoid) deprimenti: devono spiegarti che in verità le papere stuprano, i delfini sono dei gran sadici e che il tuo cane non ti vuole bene, vuole solo il cibo. Hanno questa missione messianica nel voler rendere il mondo un posto brutto e grigio. Se vedono una scintilla di trascendenza devono sputarci sopra con la saliva della “Scienza”. Tutto deve essere anestetizzato. La vita DEVE fare schifo, non avere senso ed essere solo ottant’anni di ansia. Se il pinguino va alla montagna non è un eroe tragico, è solo un pinguino con l’ADHD, forse è bipolare, o magari ha un trauma infantile non risolto con la foca leopardo. È il trionfo della biopolitica applicata al regno animale, il gesto stesso è patologizzato.

Inutile girarci intorno, questo scisma ha una declinazione politica precisa.

Gli edit del pinguino, come ogni meme, vanno a destra. Sarà lo Streben romantico, il senso dell’eroico, del sacro o del destino, ma le corde pizzicate sono palesemente corde reazionarie: quel pinguino sta andando dritto verso Agartha. Non è semplicemente perché la destra sa memare meglio; è che la sua cultura si fonda sul Mito e sulla mobilitazione del grande irrazionale collettivo. La sinistra, invece, legata a un post-strutturalismo polveroso che si trascina dagli anni ’60, usa la decostruzione come unico ariete filosofico. Tutto deve essere smontato, analizzato e spento prima che entusiasmi qualcuno. Se il pinguino mobilita le anime, il dovere del progressista è vivisezionarlo fino a renderlo banale o ridicolo.

In altre parole, cosa vedete in quel pinguino, vi colloca in una specie o in un’altra, in un mondo o in un altro, ma non possiamo più parlare di umanità in grado di condividere empatia. Se vedete un cane che scodinzola cacciando la lingua, è felice o sta solo respirando affannosamente? La risposta è più indicativa di ogni test della personalità in circolazione. Se preferite stare con chi analizza la merda del pinguino per trovare tracce di parassiti e spiegare così il suo comportamento anomalo, accomodatevi. Avrete ragione voi, avrete i dati dalla vostra, avrete la logica e il ghigno dei falso-colti. Ma sarete morti dentro prima ancora di aver iniziato a vivere.

Se invece, tutto questo vi deprime perché alla fine siete depressi e disfunzionali anche voi, che sognate la vetta, andate verso le montagne. Accendete quella playlist slowed + reverb e guardate l’abisso facendogli l’occhiolino.

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