Roma chiamava barbari i Germani. Descritti come puri e coraggiosi certo, ma anche selvaggi delle foreste, gente senza Legge, senza Città, senza strade, senza un cazzo insomma. Qualche secolo dopo furono i nipoti di quei selvaggi a spartirsi l’Impero, a inventare la stampa e a fondare gli Stati che avrebbero messo il pianeta al guinzaglio fino ai giorni nostri. Nell’alto Medioevo un Califfo poteva guardare all’Europa latina più o meno come noi oggi guardiamo un paese senza campo e fognature, mentre Baghdad e Córdoba traducevano i Greci, inventavano l’algebra, facevano ottica e medicina. Il fanatico religioso, in quel preciso momento, stava a Nord e pregava in latino. Cinque secoli dopo, complice l’opera di destabilizzazione americana, il quadro risulta invertito.

Ma quali sono le origini del successo o delle skill issues di un popolo?
La biologia e l’ambiente scrivono la cultura, e la cultura definisce l’identità e decide chi trionfa. Prendiamo in esempio qualcosa di apparentemente irrilevante come la digestione del latte. In certe popolazioni la capacità di reggere il lattosio da adulti si è diffusa in poche migliaia di anni, in coincidenza con la pastorizia.
Il pastore possiede un capitale mobile e rubabile. Può perdere la mandria in una notte, e nessuna autorità lontana arriverà in tempo a salvarlo. Risultato: la generazione di una cultura dell’Onore. La fama di essere pronto a rispondere col sangue diventa un bene economico, un deterrente. Da qui i codici di comportamento, la vendetta come dovere, la difesa fanatica del proprio nome e della propria famiglia, il sospetto verso lo straniero, l'autorità del padre, la diffidenza verso lo Stato centrale e una fedeltà che si ferma al confine del clan.

Ibn Khaldun, storico arabo, spiegava già tutto sette secoli fa con la sua asabiyya, la coesione di gruppo che nasce nella durezza del deserto e rende i nomadi militarmente terrificanti, salvo poi sciogliersi come neve quando conquistano le città e si rammolliscono nel lusso. La stessa identica logica la ritrovi negli allevatori delle Highlands scozzesi e nei loro discendenti, che hanno esportato il codice d’onore nel Sud degli Stati Uniti a colpi di faide e duelli.
All’estremo opposto ci sono le grandi civiltà dell’agricoltura irrigua, l’Egitto del Nilo, la Cina dei fiumi. Qui la ricchezza è fissa, inchiodata alla terra, non te la porti via a cavallo. Ma per coltivarla serve l’esatto contrario dell’autonomia del pastore: argini, canali, calendari condivisi, migliaia di braccia sincronizzate al momento giusto, una contabilità dell’acqua. Nessuna famiglia da sola controlla il fiume. Da questa necessità nasce lo Stato burocratico, la gerarchia, la devozione all’autorità che regola la piena e distribuisce il raccolto, e con essi una morale collettivista in cui l'individuo è al servizio del gruppo e il gruppo al servizio dello Stato.
Dove il pastore coltiva l’orgoglio, il contadino delle grandi pianure coltiva l’armonia, l’evitamento del conflitto, il proprio posticino nell’Ordine. Non è un caso che studi recenti trovino, persino dentro la Cina, le regioni storicamente del riso più collettiviste di quelle del grano: la risaia esige una cooperazione che il campo di frumento non richiede e che il pascolo del bestiame ripudia.

I due sistemi di valori sono entrambi perfettamente razionali rispetto al loro terreno, e ciascuno considera l’altro un difetto morale. Il pastore vede nel contadino un servo senza spina dorsale. Il contadino vede nel pastore un animale senza legge. E hanno ragione tutti e due, dal proprio punto di vista. La cultura non cade dal cielo e non esce dalla testa dei filosofi. Viene concepita nello stomaco, dal clima, dal suolo, e una volta uscita si indurisce in morale, cioè in disprezzo organizzato per chi ha risolto lo stesso problema in un altro modo.
Se ogni cultura è la soluzione ottimale a un ambiente, allora superiore e inferiore non sono targhette che un popolo si porta cucite addosso dalla nascita, in eterno, ma giudizi che dipendono dal campo su cui operano. Un americano cresciuto tra Uber Eats e fogli Excel non sopravvive un mese nel Congo tribale, dove non sa procurarsi il cibo, leggere la foresta, muoversi dentro le regole di parentela e alleanza da cui dipende la vita. Allo stesso modo un tuareg del Sahara, che attraversa il deserto leggendo le stelle e la sabbia, nel distretto finanziario di Toronto sarà sempre l’ultimo della fila, perché lì quelle competenze non valgono nulla (magari potrebbe monetizzare con un profilo TikTok e experience su Airbnb?) e ne servono altre che non ha.
Ognuno è un dio a casa propria e un disgraziato a casa dell’altro.
Questa relatività, però, riguarda l’efficacia. Non il giudizio morale. Il fatto che una pratica sia comprensibile nel suo contesto non ci obbliga ad accettarla. Noi, in quanto Noi, abbiamo il diritto e il dovere di considerare inaccettabili certe pratiche e inferiori le culture che le praticano. L’infibulazione, lo schiavismo e i sacrifici umani non sono varianti neutre di un’umanità plurale da rispettare in nome della Diversity.
Sono cose che rifiutiamo, e il rifiuto è un atto che si compie da un luogo, il nostro, non dal punto di vista di nessuno sospeso nel vuoto. La tolleranza si tradurrebbe in accettazione, e accettare quello che si ripudia significa smettere di essere ciò che si è, ed una collettività che nega sé stessa per paura di offendere il prossimo è già defunta.

Nel ciclo di civiltà in cui ci troviamo ora inoltre, il progresso si misura in termini di progresso tecnologico. Il “gioco” in corso premia la capacità industriale, scientifica e finanziaria, e la disposizione mentale che la rende possibile, cioè saper stare in un mondo astratto, individualista, impersonale e in accelerazione costante. Rispetto a questo metro, le culture dei Paesi sviluppati sono oggi superiori, e la loro flessibilità vale più dei valori prodotti dalle culture ascrivibili come tribali.
Oggi quello industriale è l’unico game sul tavolo. Il mondo intero si sta industrializzando, dall’Asia all’Africa, e nessuna società che possa scegliere sceglie di restare pre-industriale. I valori delle culture tribali erano la build vincente in una versione precedente del gioco. In quella attuale non lo sono più. Non sono una strategia alternativa per vincere, sono una configurazione ormai fuori dal meta, che regge solo negli angoli della mappa dove la partita industriale non è ancora arrivata, e arretra man mano che arriva.
Ma il meta non è eterno, e nuove patch possono cambiarlo radicalmente.
Se domani una guerra termonucleare, oggi ai livelli di rischio più alti da generazioni, cancellasse con un colpo di spugna tutto ciò che abbiamo costruito nel Nord globale, il vantaggio si rovescerebbe in un istante. In un mondo tornato duro, senza rete elettrica né mercati né catene di rifornimento, l'uomo che sa coltivare, cacciare, difendere un territorio e tenere unito un clan varrebbe più di mille analisti di Goldman Sachs. Noi, i civilizzati di oggi, ci ritroveremmo migranti e inferiori, a chiedere ospitalità a quelli che avevamo messo in fondo alla classifica, ricevendo probabilmente molta meno gentilezza di quanta ne abbiamo elargita a loro in tempi recenti.
Ma chi siamo Noi? E chi sono Loro?
Da alcuni anni ormai è ritornata in voga la categoria dei Bianchi, la Whiteness.
Possiamo collocare la sua culla nelle colonie britanniche del Nord America sul finire del Seicento. Fino ad allora, i servi di piantagione europei sbarcati in cerca di fortuna (o più spesso sotto schiavitù debitoria) e gli schiavi deportati dall’Africa subivano la stessa identica frusta, dormivano nella stessa nuda terra e, occasionalmente, decidevano persino di ribellarsi insieme contro i padroni, come successe nella celebre ribellione di Bacon del 1676. Per le élite terriere al potere, quella miscela di classi subalterne era una bomba a orologeria pronta a esplodere.
La soluzione fu un capolavoro di ingegneria sociale: inventare una faglia artificiale dove prima c’era solo sfruttamento comune. Diedero ai poveri di pelle bianca qualche piccolo privilegio legale, un pezzo di carta in più, la dignità nominale di non poter essere ridotti in catene, e soprattutto un nome nuovo: “Bianchi”. Funzionò alla perfezione. In cambio di una superiorità nominale a costo zero, i poveri europei accettarono di fare da guardia del corpo ai loro stessi sfruttatori, spezzando per sempre qualsiasi possibilità di alleanza di classe.
A revitalizzare la categoria però è stata la sinistra woke americana. Nella sua foga iconoclasta e volgarmente egualitaria, spaccando il mondo in oppressori e oppressi lungo la linea del colore, ha finito per ammassare sotto una bandiera comune popoli che condividevano affinità culturale, ma che mai si erano considerati parte dello stesso insieme.
Ed ecco che ora, un inglese di Birmingham, un siciliano di Lampedusa e un romeno di Ploiești sentono di essere la stessa cosa, schiacciati insieme dalla stessa doppia minaccia: quella interna della castrazione culturale operata dalla sinistra sopra citata e quella esterna delle ondate migratorie che, se lasciate senza controllo, cambieranno il quadro etnico del continente.
Da qualche anno pure Hitler si è rifatto una fanbase, promosso dai meme a santo patrono della nuova whiteness, anche se Bianco non significava niente nel suo schema. Contava il sangue, e quello giusto era uno solo, il nordico-germanico. Gli Ariani erano loro, i tedeschi con i cugini scandinavi, olandesi e anglosassoni. Gli Slavi, cioè polacchi, russi, ucraini, erano Untermenschen, e il Generalplan Ost metteva per iscritto il progetto di sterminarne e schiavizzarne decine di milioni per fare spazio vitale ai coloni tedeschi. I Serbi, bianchissimi, finivano fucilati a Jasenovac dai Croati, bianchi anche loro. E i mediterranei? Alleati utili sul campo, per carità, ma nella testa dei teorici razziali di Berlino restavano la razza mediterranea, un gradino sotto: simpatici, casinisti, ottimi per l’opera lirica, non certo materiale da Herrenvolk.

Niente quindi come la promessa dell’estinzione riesce ad unire genti diverse e storicamente in conflitto tra di loro, ma attenzione, se oggi questa categoria è utile domani potrebbe non esserlo. Mai fidarsi delle categorie angloamericane (non è un caso che “L’Occidente” coincida con i confini della NATO, *cough cough*). Le costruiscono loro, per loro, e mettono sempre loro in cima. Nel peggiore dei casi ne siamo esclusi come agli inizi del ‘900, nel migliore siamo dentro (o almeno la metà settentrionale lo è), sempre un gradino sotto di loro. Che la spinta arrivi dal rassicurante volto di un nazionalista etnico dell’Illinois o dalla ragazza coi capelli blu col tote bag che si scusa di essere bianca, il risultato è identico: un posto scomodo per i mediterranei, una casella subalterna in una griglia che non abbiamo disegnato e che non ci è possibile sfruttare per aumentare la nostra influenza sul mondo.
Se quest’articolo fosse stato scritto a Tel Aviv potreste concludere che sia tutto relativo, che tutto il mondo è paese e che se la classifica dei popoli è provvisoria e destinata a ribaltarsi di nuovo, forse dovremmo giudicare di meno e coccolare più somali.
Ma questo è Blast e non Fanpage.
Il fatto che ogni punto di vista sia situato non rende il nostro punto di vista intercambiabile con gli altri. Il relativismo riguarda il quadro, non chi lo guarda. Noi siamo Noi. Guardiamo dal posto e tempo in cui ci troviamo, e da quel posto lo stato attuale delle Nazioni è un dato con cui fare i conti, per quanto sappiamo benissimo che è a scadenza. Sapere che la partita cambierà non ci esonera dal giocare quella che si sta giocando adesso.
Il compito naturale di ogni uomo, in quanto membro della propria comunità, è avanzarne gli interessi collettivi e partecipare allo sforzo per la sua sopravvivenza a prescindere dalle categorie temporanee in cui essa viene incastonata. Non perché la propria comunità sia superiore in assoluto, cosa che nessuno può garantire e che la Storia smentisce con puntualità comica, ma perché è la propria.
I giapponesi non hanno diritto alla terra del Giappone in quanto “Gialli”, ma in quanto combinazione etnico-culturale che loro definiscono come “giapponese”, soggetta certamente a cambiamenti e miscele graduali nel corso dei secoli, ma che mantiene un filo conduttore di discendenza anche parziale, e di sentire comune non sostituibile da un pezzo di carta che garantisce la cittadinanza.
Se sostituissimo tutti i giapponesi con dei norvegesi potreste dire che si tratti ancora del Giappone? E se anche fossero disposti ad adottarne in toto la cultura, lo considerereste sufficiente?
Vale anche il contrario. Considerereste mai davvero italiani gli italoamericani, che in molti casi conservano una discendenza di sangue diretta, ma della nostra cultura hanno trattenuto soltanto un folklore mal pronunciato?

Sangue, suolo e cultura sono un trittico di elementi legati a doppio filo che si influenzano a vicenda in perpetuo, e quando uno dei tre poli viene costretto da un trauma storico (migrazioni, sconfitta militare, perdita della terra, disastro ecologico ecc.) a mutare repentinamente il risultato dell’alchimia nazionale e dell’identità cambia drasticamente.
Difendere questo trittico non è estremismo, è legittima difesa, la stessa che nessuno contesta a un confine (eccetto i comunisti) o a una lingua. Nessun popolo esiste per decreto, e a nessuno è mai stata firmata sotto una garanzia di eternità. Il cinese, il curdo, il portoghese e il fulani difendono la stessa cosa: il diritto a restare riconoscibili a sé stessi. Non è il diritto a comandare sugli Altri. È il diritto a non dissolversi negli Altri.
I popoli si mescolano, da sempre, nessuno qui rimpiange di non essere più etrusco. Ma c’è una differenza abissale tra il fiume che nei secoli sposta lentamente la propria ansa e la diga che cede di colpo. Il primo è la naturale fluidità della vita. Il secondo è annegamento. Accettare passivamente il secondo e chiamarlo progresso, accoglienza o inevitabilità non è larghezza di vedute. È eutanasia.
La gerarchia delle nazioni muterà. Le categorie con cui oggi ci contano e ci schedano verranno buttate e riscritte da qualcun altro, tra cent’anni o mille. Ma finché esistiamo abbiamo il diritto, e se vogliamo essere onesti anche il dovere, di volerci ancora vivi domani.
Raramente le civiltà muoiono assassinate. Più spesso crepano quando smettono di trovare buoni motivi per restare vive.
Noi, per ora, li abbiamo ancora tutti.