Scommetto che, almeno una volta nella vostra vita, avrete sentito l’ormai amatissimo slogan: “Importi il Terzo mondo, diventi il Terzo mondo”. Naturalmente pronunciato da gente che ordina su Amazon, guarda serie Netflix, vota per comprare altri caccia americani e vive a mezz’ora da una base sulla quale lo Stato italiano esercita all’incirca la stessa sovranità che ho io sul parcheggio del Lidl.
Forse il problema non erano i marocchini a chiedere gli spicci.
Forse, mentre tenevamo il binocolo puntato sul Mediterraneo per controllare che un barcone con quattro stronzi, di cui due morti in stiva, non attraccasse nemmeno per tirargli un tozzo di pane dalla banchina, ci siamo dimenticati che ottant’anni fa altri ci sono entrati in casa con i militari e non ne sono più usciti. Si è aggiunta poi la propaganda, è entrata dal cinema alla musica, passando per le serie televisive.
Abbiamo assorbito e reinterpretato, e costruito la copia in plasticaccia: la libertà ridotta alla pistola, la sicurezza ridotta allo sbirro, la politica ridotta a decidere solo come far quadrare due conti (che comunque non dipendono da noi, che siamo costretti a comprare armi da oltreoceano).
Non abbiamo importato l’America. Abbiamo importato la sua sceneggiatura.
Dopo ottant’anni di basi, film, telefilm, guerre, doppiaggi e sudditanza non sappiamo più riconoscere un conflitto finché non assomiglia a qualcosa che abbiamo già visto su uno schermo.
In questi anni sulla penisola abbiamo visto un susseguirsi di psyop su psyop, a volte fuori controllo, fino ad arrivare alle ultime.
Mario Roggero è un prodotto perfetto uscito da questo telefilm durato ottant’anni, un Charles Bronson delle Langhe col POS nella fondina: ha inseguito tre rapinatori che stavano fuggendo, ne ha ammazzati due e ne ha ferito un terzo, con una pistola che manco poteva portare. Furioso per non aver fatto la triple, intanto che il secondo moriva lo ha preso un po’ a calci. Era un gioel… gioiei… UN ORAFO che per cinque minuti ha deciso di essere uno sceriffo assediato dagli Apache. .
La Cassazione gli ha confermato quattordici anni e nove mesi. Per la legge italiana è già un miracolato: ha inseguito tre uomini, ne ha ammazzati due, ha cercato di ammazzare il terzo, una roba dove tipicamente si prende l’ergastolo. Per i suoi sostenitori, naturalmente, nel paradisiaco Texas sarebbe tornato dietro il bancone prima di cena con una stretta di mano del governatore . Dimenticano che persino laggiù esistono delle limitazioni al difendere la proprietà: difficilmente gli sarebbe andata molto meglio di com’è andata qui.
Ma Roggero da solo interessa fino a un certo punto. In fondo Roggero ha commesso soprattutto un errore professionale: ha fatto lo sbirro senza concorso. Il pubblico approva la direzione dei colpi; lo Stato gli ricorda che il monopolio non gradisce gli abusivi.
Bastano pochi giorni e la pistola torna nella fondina giusta.
Un uomo in stato delirante, ormai stremato, è disteso sull’asfalto rovente di Bologna, a pancia in giù, con uomini in divisa addosso. Chiede aiuto. Ansima. Poi si fa muto.
Questo non è il ribaltamento della fotografia. È il suo negativo perfetto.
Mario Roggero è il privato che per cinque minuti si attribuisce il diritto dello Stato. Abderrahim Fakir è l’uomo sul quale lo Stato esercita quel diritto fino alla conseguenza estrema. Il primo ha deciso da solo di diventare sceriffo; sul secondo sono arrivati quelli veri, col contratto, il sindacato, il ministro e il modulo già pronto.
Abbiamo già visto questa scena, girata con più budget, un ginocchio più riconoscibile e una città in fiamme nei titoli di coda. Anche a Minneapolis avevano provato con la stessa sbobba: era fatto, aveva precedenti, era agitato, aspettiamo le indagini, non conosciamo ancora tutti i dettagli (e poi sappiamo come è finita).
A Bologna è arrivato il remake italiano. La gente è scesa in strada, con gli sbirri ci si è pure scontrata e per qualche ora la normalità ha scricchiolato. Poi meno rivolta, più comunicati, qualche comizio e tutti a casa prima dell’aperitivo.
Adesso bisogna rimettere rapidamente Fakir al proprio posto nel copione: non un uomo morto sotto il peso dello Stato, ma un "soggetto agitato" che non obbediva, assumeva sostanze, aveva delle patologie e faceva paura agli agenti. Il sindacato invoca rispetto, il ministro esprime solidarietà.
Un uomo è entrato vivo nelle mani dello Stato e ne è uscito morto.
La polizia serve anche a questo: a rendere la violenza non reciproca. Gli sbirri esercitano la violenza. Il pubblico gliela santifica.
Ed ecco i fedeli della divisa, una delle categorie umane più viscide prodotte dalla televisione italiana.
Poverino quando manganella. Poverino quando spara. Poverino quando viene indagato. Ha rischiato la vita anche quando l’unico a non tornare a casa è quello che aveva sotto.
Questa gente trasforma lo sbirro in una figurina sacra. Un servo dello Stato, armato, investito di un potere enorme, che compie azioni di cui dovrebbe rispondere. E gli sbirri dentro questa santificazione ci stanno volentieri. Si riparano dietro il corpo, il collega, il sindacato, il ministro e il cittadino col cero già acceso.
Una parte porta il manganello, l’altra glielo benedice.
Abbiamo preso il poliziotto guerriero delle serie americane e lo abbiamo rimontato col sentimentalismo cattolico: un simpatico Maresciallo Cecchini col manganello, il calendario benefico e la piazzetta intitolata. Negli Stati Uniti, almeno nella loro mitologia, il cittadino armato dovrebbe ricordare allo Stato che il monopolio della violenza è revocabile. Qui da noi, invece, fucile non minaccia il potere: gli fa da ausiliario, spara verso il basso e poi si mette sull’attenti quando passa la volante.
E una parte della gente gode. Gli angeli in divisa rischiano la vita. Aspettiamo le indagini.
Il trucco funziona perché nessuno si immagina mai dall’altra parte. Chi applaude Roggero si vede dietro il bancone, mai in fuga nel parcheggio. Chi assolve gli sbirri si vede dentro l’uniforme, mai col petto schiacciato sull’asfalto. Chi chiede più controlli si immagina protetto, mai perquisito, fermato per errore o scambiato per il soggetto pericoloso durante una crisi.
La libertà sarà sempre loro. Le conseguenze sempre nostre.
Di una società che non ha un’identità e delle idee chiare. Chi applaude Roggero si vede dietro il bancone, mai in fuga nel parcheggio. Chi assolve gli sbirri si vede dentro l’uniforme, mai col petto schiacciato sull’asfalto. Chi chiede più controlli si immagina protetto, mai perquisito, fermato per errore o scambiato per il soggetto pericoloso durante una crisi. E figurarsi che c’è gente che spera si implementino le tecnologie di Palantir anche nella penisola per “proteggerci”.
E la domanda resta: se non siamo un paese sovrano, ma la nostra narrazione è determinata da una potenza estera, perché è permesso tutto questo?
E mentre la provincia di Cuneo diventa il Texas con gli Agnolotti e a Bologna proviamo la nostra Minneapolis di provincia, a Roma spariscono ottanta fiale di fentanyl dalla cassaforte dell’Ospedale Israelitico. Nessun segno di scasso, allarme immediato, Palazzo Chigi riunito d’urgenza e migliaia di dosi potenziali pronte a riversarsi nelle strade.
L’Operazione Bluemoon, negli anni Settanta, aveva riempito di eroina gli ambienti della contestazione, bruciando militanti, spezzando comunità e soffocando una parte dell’energia politica. Mezzo secolo dopo hanno aggiornato l’oppioide e anticipato il calendario: ma esistono ancora assemblee da infiltrare, movimenti da stroncare o rivoluzionari da rendere innocui? Probabilmente se lo chiedono anche loro, ma il trattamento è già pronto.
Siamo già democristiani: prudenti, responsabili, ragionevoli e pronti a dissociarci dalla frase che non abbiamo ancora avuto il coraggio di pronunciare. La vecchia Bluemoon doveva spegnere qualcosa che bruciava; questa può limitarsi a mantenere umido tutto ciò che potrebbe prendere fuoco.
È questo lo strano laboratorio americano che stiamo diventando: non un paese che copia semplicemente leggi e costumi, ma un posto nel quale arrivano già confezionate le narrazioni con i personaggi e il modo corretto di reagire. Il conflitto è ammesso soltanto dopo essere stato trasformato in spettacolo, emergenza controllabile (e controllata) o problema di ordine pubblico per il quale è pronto un DDL.
Thompson, in Kingdom of Fear, aveva già mostrato come era apparecchiata la truffa: convincerci contemporaneamente che il pericolo cresce ogni giorno e che l’unico modo per affrontarlo sia consegnare un altro pezzo di libertà a chi non è riuscito a renderci sicuri con quello precedente.
Se dopo trent’anni di
telecamere, militari, zone rosse, nuovi reati e nuovi poterisiamo sempre più in pericolo, le possibilità sono due: l’apparato è completamente incapace oppure l’insicurezza non è il problema che deve eliminare.
Il fucile, poi, non finisce mai nelle mani del bracciante contro il caporale. Se la proprietà è sacra, dovrebbe poter difendere almeno quella del proprio corpo.
Ma il gioielliere può sparare e il bracciante deve abbassare gli occhi mentre gli rubano la vita?
A quel punto il saloon si svuota. I cowboys telefonano al prefetto, gli adoratori dell’autodifesa riscoprono il monopolio statale della violenza e quelli che fino a un minuto prima sognavano di svuotare il caricatore cominciano a parlare di responsabilità, proporzione e pericolose derive.
Non era il fucile a entusiasmarli. Era sapere in anticipo da quale parte sarebbe uscito il fumo.
Lorenzo Pacini (aspirante Mamdani a chilometro zero, candidato a Milano col PD) è inciampato: contro i fascisti, “se il voto non basta” è giusto usare il fucile. Pacini è un partigiano tradizionalista? E sta col PD? Ennesima comparsa di un copione già scritto. Con lo spostamento dell’asse della cultura a destra, anche lui deve dire qualcosa di più forte. Fa parte della psyop, far credere che il PD sia di sinistra. A Milano vincerà Mario Calabresi, che ha affermato di essere disposto a candidarsi (chissà che dicono a Ponte della Ghisolfa…), Pacini è uno specchio per le nazionali per convincere gli zostili (soprattutto fuorisede) che il PD è ancora leader della “sinistra” (che oggi si chiama campo largo). Milano è un laboratorio nel laboratorio Italia, dove vengono testate dalle cose più stupide (come le sigarette) alle mosse più astute (i posizionamenti di chi ha l’egemonia culturale in vista delle elezioni nazionali).
Così possono continuare a dirci che non sta accadendo nulla. Ogni fatto viene chiuso nella propria puntata prima che possa contaminare quello successivo. Guai a farli incontrare: potrebbero riconoscersi. Ma quando riconosci la serie puoi finalmente interromperla.
Non si tratta di sostituire il western americano con un presepe rivoluzionario italiano, di ritirar fuori Togliatti e Malatesta o di passare le domeniche a rievocare il Novecento con la camicia del rispettivo colore. Si tratta di riprendere in mano la nostra narrazione: produrre linguaggi, conflitti, alleanze, nemici e perfino errori che non ci arrivino già confezionati da Hollywood.
Nella nostra terra sono nati anarchismi, autonomie, mutualismi, municipalismi, leghe, cooperative, case del popolo, parrocchie militanti, corporazioni, squadracce, dopolavoro, occupazioni e comunità capaci di agire senza aspettare l’autorizzazione dello Stato, del mercato o di qualche sceneggiatore venuto da chissà dove. Basta ricordarsi che, nel bene e soprattutto nel male, una volta perfino i nostri mostri parlavano con la propria voce.
Come?
Leggendo magari Proiettili, il nostro cartaceo? Anche. Ma una rivista da sola non salva nessuno. Nel migliore dei casi è un cuneo infilato sotto una porta: non la abbatte, però le impedisce di richiudersi. Prima passa una voce, poi una mano, poi magari qualcuno fa capolino.
Stampare, scrivere, suonare, occupare, costruire circuiti possono servire a questo. Non come rosario dell’alternativo, ma per sottrarre qualcosa: una stanza, una notte, una macchina da stampa, qualche ora non venduta, due persone che smettono di sentirsi sole nello stesso momento. Roba piccola. Tutto comincia piccolo, prima che gli storici arrivino a ingrassarlo e i reduci a mentire su dove si trovavano.
Perché noi non abbiamo importato l’America. Ci è stata imposta da una sconfitta.
L’americanata sa venderti contemporaneamente lo sbirro guerriero e la serie che denuncia lo sbirro guerriero, il vigilante e il saggio sul vigilantismo, la paura e l’indignazione contro la paura.
Ci servono spazi, fisici e mentali, che non siano set cinematografici e parole che non siano sottotitoli. I nostri disastri saranno stati anche enormi, sanguinari e ridicoli. Ma erano nostri: avevano nemici, desideri, errori e mostri che non arrivavano in franchising con la colonna sonora già montata.
Ci hanno insegnato che provare è patetico. Il cinico è intelligente, l’entusiasta è un coglione e chi non fa nulla ha già capito tutto. Una sistemazione comodissima: l’immobilità diventa lucidità e il divano una posizione teorica.
La possibilità veramente sgradevole è che non sia tutto impossibile.
Nel momento in cui sembra che nulla accade, allora forse è possibile che accada tutto. Che ci siano ancora spazi da riprendere e parole da strappare al doppiaggio.
Sotto ottant’anni di doppiaggio, c’è ancora da qualche parte la nostra voce.
Un cuneo può tenere aperta la porta: sta a noi attraversarla ed andare a riprenderla.