TERZA SERATA STRAGOG, scritto e diretto da ilBlast

TERZA SERATA STRAGOG, scritto e diretto da ilBlast
Terzo giorno. E' domenica e domani si muore. E' domenica e ci vestiamo con magliette Blast di cotone.

Ultimo Giorno

Così inizia un altro giorno, l’ultimo, nel grande bazar di Roma.

Così inizia un altro giorno, l’ultimo, nel grande bazar di Roma. La mattina domenicale sopraggiunge come una lunga vesta di seta sopra i bagordi della sera prima, portando con sé la leggerezza dei rari camion della spazzatura che ruminano incerti e il richiamo di qualche campana.

Oggi è l’Impero del Papa e noi blastidi non ci sottraiamo alla ombra lontana della cupola.

Così ci troviamo ad ondeggiare in una sovradimensione dove una persona è solo un punto in cui l’aria gira in tondo, ci aggiriamo quasi volando per i rimasugli di notti scolate via nello stomaco di quartieri silenti.

I dipinti psichedelici di Tor Marancia ci guardano impassibili sui loro muri, la street art e la mano degli street artist ci perseguita. Solo una cosa possiamo fare allora: evocare l’ologramma del Profeta che, dopo una buona dose di improperi per i viandanti e per Banksy, ci guida fuori dal girone verso una piazza deserta, dove si erge anonima una chiesa, che appare più un arca di cemento e ferro, un lamentoso condominio con in cima una croce.

Al che gli chiediamo spiegazioni per quell’ecomostro che grava sulle coscienze di molti sacerdoti e architetti, e come mai non sia stato ancora profanato dai seguaci del signor Enzo. Lui ci risponde, sornione, di entrare e scoprirlo.

Lasciamo la nostra guida fuori (a quanto pare era stato evocato nella sua terra natia dalle preghiere di un muro delle periferie di Palermo che stava per essere decorato dalle delicate dita di un artista inglese) ed entriamo. All’interno della chiesa i Blastidi non trovano fedeli, niente di niente. Solo rotola sulle panche vuote un sussurro di un cantico che proviene, pare, dalla sagrestia.

Entriamo e scopriamo che il cantico fuoriesce da una scala a chiocciola che si spalanca nel bel mezzo del pavimento. Lì sotto, tra rocce tagliate col coltello, alla fioca luce di qualche candela, troviamo il sacro funzionario e i fedeli, quest’ultimi raccolti a mo’ di rosa intorno a Ranpo, che leggeva le letture come un rabbino nel Tempio.

Finita la funzione torniamo spediti al nostro pietoso ostello, dove ci attende quel deflagrazione atomica che è il pranzo domenicale. Come se non bastasse, dopo poco siamo trascinati fuori per stare dietro al mastino infernale di Ranpo, inerpicandoci sopra dolci colline che di dolce avevano ben poco, e che segnalavano invece come i parchi dell’Urbe stessero guerreggiando contro la città stessa e i suoi abitanti.

(i quali saggiamente giravano al largo dalla selva)

In poco più di un minuto ci perdiamo, e perdiamo anche il mastino sfuggito al controllo del suo padrone. Ranpo, non sa più come uscire dal bosco ormai fitto.

Il sole lancia frustate tra le fronde, una massa di cicale schernisce i Blastidi prendendosi gioco dello spazio-tempo e sottili rumori si agitano al limitare invisibile della selva. Poi, improvvisamente, un richiamo celeste, a qualcuno suona il telefono. Una voce soffocata ci comunica di dirigerci subito al quartier generale di STRAGOG e prima che qualcuno dica alla voce che siamo dispersi in un bosco, la stessa voce ci raccomanda di seguire il cane.

Ma anch’esso era perso. Fu in quel momento che sentimmo due irritanti abbai, il mastino che di nome ( ma anche di fatto) faceva Prince, ci guarda da uno spiazzo poco più avanti. Lo seguiamo affannandoci tra le sferzate di rami e foglie secche, proprio mentre dietro di noi sentiamo il rimestare cupo di una folla di grugniti.

Fulminei rinchiudiamo in casa Prince, saliamo a bordo della Blast-mobile, e tramite una accelerazione nell’iperspazio e dopo due/tre multe e un sinistro provocato (ed evitato di un soffio) inchiodiamo davanti al mausoleo di STRAGOG.

Deserto.

Solo si sentono gli echi sussurrati, folli prigionieri dello stabile, di versetti del Corano recitati in qualche antro della sera prima da Pietrangelo Buttafuoco. Che qualcuno ci abbia tirato uno scherzo? Il nome straripa sulle labbra di tutti simultaneamente: Lorenzo Vitelli.
Sicuramente è stato lui, l’eminenza grigia di GOG, e il sospetto è suffragato dal fatto che la sera prima, nel bel mezzo della notte romana, volesse invitarci, tutti noi Blastidi, in un locale con tutta la nobiltà gogghiana.

Peccato che nel suddetto locale la selezione all’entrata fosse spietata (tanto che sembra abbiano pure rimbalzato Gigi d’Agostino un volta) e noi, intuendolo dalle nostre sgualcite magliette targate Blast, declinammo l’invito, evitando il trappolone che il Vitelli ci aveva apparecchiato, ridendo impassibilmente sotto la sua chioma argentata.

Tano Risi è il capo dei basati (di Ranpo Fahrenheit)

Tano Risi

Parlare di meme è sempre bello, ma ancor più bello è salire la scala del piano trascendentale e parlare di ironia in generale. Questo è quella che ha fatto Tano, con molta semplicità, nel ricordo del nonno Dino.

Perché si parla di Versetti Sardonici, il libro edito da GOG, in cui sono raccolte le poesie, o in generale i pensieri, di Dino Risi. Penso abbia scaldato il cuore a tutti Tano con questi racconti: il nonno che si annota nella sua agenda in modo irriverente il meglio che può e poi, con molta allegria, lo racconta alle cene di Natale. I regali sempre uguali, ma la spensieratezza nel riceverli per far vedere che la vera bontà è il pensiero.

Soprattutto l’irriverenza. Perché per far ridere bisogna essere irriverenti, senza paura. A Tano non frega niente infatti, e risponde con molto garbo e naturalezza alle domande di Camilla Tagliabue, giornalista.

Dice quello che tutti pensano, o almeno pensano tutti i basati,

“Il politicamente corretto fortunatamente in Italia ancora non c’è, ma sta arrivando purtroppo. Io faccio il regista come mi pare però. La nuova serie amazon del Signore degli Anelli? Troppo woke, fa male. Quelli di Amazon c’hanno pure gli uffici per le minoranze, ma purtroppo al pubblico non piace così.

Insomma, già qui ci aveva conquistato. Ma poi si passa alla politica, tema scottante. “

Ma il regista impegnato? Suo nonno come la viveva?” gli viene chiesto.

La risposta viene direttamente dai versetti sardonici. Niente Stalin, niente Mao / io gli faccio marameo. O qualcosa di simile. Basta film impegnati o impegno con chissà quale significato oscuro e profondo. BASTA! Siamo quel che siamo, divertendoci, dando il nostro valore artistico e autoriale alle cose, ai film, rimanendo noi stessi. Con quel che vogliono, divertendoci, altrimenti che lo famo a fa, e cercando di far divertire gli altri. Tano: onore. Speriamo di rivederlo presto in qualche evento Blast, magari a (ri)presentare i Versetti Sardonici o magari altri suoi pazzi progetti sgravati.

Che Dio ti aiuti e ce la mandi buona. Le collaborazioni non finiscono qui e, soprattutto, siamo ancora ad inizio serata…

Tutti scrittori? (di Milo Malaspada)

All’improvviso il silenzio. Le risate sbeffeggianti di Dino (e Tano) Risi si acquietano, spegnendosi nella gola del gasometro il cui scheletro, profilo della notte, si innalza allucinante come un oracolo dechirichiano nel vuoto intestino della Città Eterna, pronta a disfarsi, immutabile, all’indomani.

Siamo effimeri all’incupirsi dei giorni che si alternano nelle vie instancabili della città, siamo effimeri proprio perchè nessuno si ritiene tale, proprio perché ci agitiamo e ci sopra-eleviamo nei nostri mondi democratici. In cui tutti sono eguali, in cui tutti sono buoni, e bravi, e talentuosi, in cui tutti sono critici, politici e raffinati scrittori, e quindi nessuno lo è, a parte l’eterno giudicante. Nel quieto mormorio mondano ecco allora incedere con passo felpato i sabotatori dei nostri mondi: Gianluigi Simonetti, professore, e Stenio Solinas, giornalista, circondato da una nube di fumo che sussurra in lampi colpevoli il mistero dello scrittore. 

Sia mai che esso sia rivelato, auto-proclamato! 

Ciò che essi rivelano invece è la nudità del panorama editoriale odierno, dove la componente del mercato e le sue logiche hanno saturato persino le piccole biblioteche. A ciò si sovrappone, nota Simonetti, un cambio di mentalità sul finire del Novecento, quando sempre di più sfuma il confine percepito tra la grande letteratura, e ciò che era riconosciuta come tale da intellettuali e critici (quando esistevano ancora), e la letteratura da grande intrattenimento.

Oggigiorno ogni novello scrittore cerca di innalzare la sua opera, mediocre per la maggior parte, costruendo su di essa spessori e sfumature morali inconsistenti che hanno perlopiù fini pedagogici. E da qui la fantomatica letteratura impegnata. 

Ma di impegnato c'è solo la faccia, e l'agenda di chi partecipa con i suoi sponsor per l'ennesima volta all'ennesimo premio letterario. 

Dove sono i grandi scrittori italiani? Domanda alla luna la chioma d’argento di Solinas. Non c’è più nessuno che per la letteratura ci impazzisca, immoli la sua vita? 

Nessuna risposta torna dal cielo.

È invece Simonetti a replicare, al limite della sua riserva di ossigeno per il fumo da sigaro di Stenio che ha invaso ormai l’intera terrazza, ribaltando il tema dell’incontro. Nella nebbia lancia questa provocazione. 

Forse sono i lettori, noi lettori, a non voler più fare la loro parte. A non volersi più cimentare con i grandi romanzi, a non voler più scalare le vette dello spirito e cadere nei suoi più spaventosi bassifondi. Non vogliamo essere feriti, lasciati tramortiti sul bordo della nostra bella poltrona.

Desideriamo in fondo forse dimenticare, di dimenticarci.

Desideriamo sguazzare nell’illusione. E’ molto più comodo, più immediato ed è richiesto meno impegno, meno fatica, meno dolore. Il lettore contemporaneo semplicemente non è più un lettore, ma un consumatore di lettere, una fornace divoratrice di esperienze, una catena di montaggio di emozioni. E’ puro assemblaggio forzato, come i libri che legge e gli scrittori che osanna, che sono quelli che osannano tutti e che leggono tutti.

Così finisce, con la flebile certezza che grandi scrittori in Italia ce ne siano ancora, anche se celati dalla Foschia come il nostro Solinas, e che possano essere colti dall’occhio tormentato di noi poveri, maltrattati lettori.

Non si tratta di esporre alla luce e al suo ludibrio ma di dissimulare, dissolversi nella ricerca, implodere silenziosamente su una terrazza a Roma fluttuanti nella nebbia, abbracciati dalla Notte. E sentire in lontananza le sirene di un'ambulanza che accorre, intossicazione da fumo di sigaro dicono, e sorridere al profilo scuro del gasometro e della città in procinto di disfarsi, ancora, eternamente, all'inizio del giorno.

Tutti Fenomeni, di nuovo, su Blast?! (di Ranpo Fahrenheit e Ginevra Leganza)

Giorgio lo conosciamo. Giorgio ci è piaciuto.
Volete sapere cosa ha detto? Ha pensato Ginevra ad intervistarlo.

L’Articolo è QUI!

Addirittura stampato!

La prospettiva Blast?

Ha confermato tutto! Leggete cosa abbiamo scritto di lui! (che è praticamente quello che ha detto)

Stragog Freestyle Battle – Rap King Blast (di Ranpo Fahrenheit)

Ieri sera avevamo rosicato. Avevamo rosicato perché il freestyle del Caputo e del Gogghiano Dani ci aveva stesso, mentre i nostri Tupamaro e Bruce praticamente erano risultati un po’ imbarazzanti.

Non poteva andare così. Ho cercato a fondo nella matrice, a fondo a fondo, e ho chiamato il migliore freestyler del circondario.

Tutto infenomenato!

Stefano detto Stefano. Lo chiamo.

“Eh c’ho un compleanno… vabbè vengo, me porto qualche amico”.

L’ingaggio è andato. Stefano è un maestro, che da anni frequenta giri underground ed è fra i campioni de San Paolo. Nulla da dire, solo da rappare.

Insomma, si conclude l’intervista con Tutti Fenomeni. Noi di Blast abbiamo preparato il tabellone (inserire foto) che proiettiamo e iniziamo a raccattare gente per il freestyle.

Gli 8 maestri dell’Apocalisse. Ma qualcosa accade: Caputo sparisce. Dov’è? Solinas l’ha rapito! Solinas l’ha rapito! Queste le urla dei disperati. Bruce Ketta è mandato in missione speciale per riprenderlo. E infatti, dopo uno sforzo da vero ciarru, torna con il Sebastiano.

La tensione è alle stelle.

Giorgio Guarascio e Caputo ci sono. Le ugole d’oro ci sono. I testi stanno venendo scritti nelle teste dei nostri maestri. Arrivano i primi due sul palco: Stefano detto Stefano, campione del Blast, e un contendente misterioso: felpa bianca 100% e sguardo beffardo. “Chi sei?” chiedo.

“Nicola detto Nicola, sono amico di Ginevra (quella che ha intervistato tutti fenomeni ndr)”. 

Giorgio mette la base in the panchine che risuona per tutta la terrazza. E lì avviene la magia e lo spettacolo. 

E lo spettacolo si vive, non si filma. Questa è l’unica regola imposta da Tutti Fenomeni, prima di ricordare Tommasino, NESSUNO FACCIA VIDEO: quel che si dice nel freestyle rimane nel freestyle.

Attacca Nicola che, come un mago, fa freestyle in inglese. Dal nulla, totalmente inaspettato, è veramente un fenomeno, un mostro.

Ma Stefano non si scompone e gli risponde in italiano: il suo freestyle è grezzo e grintoso, non si dà per nulla per vinto, tutt’altro. Continuano a menarsi su in the panchine, ad una certa Stefano caccia fuori il primo “nero”: la folla è in delirio. Finisce la base, ma arriva il Guarascio che ne pone un’altra e intima Nicola di rappare in italiano, piccolo problema:

NON LO SA FARE.

Tutto felicitazione!

Riattacca in Inglese, Stefano con il suo italiano però non si ferma. Sono affatticati, ormai stanno facendo freestyle da un quarto d’ora.

Pareggio? Sì, ma Tutti Fenomeni caccia Nicola.

“Basta inglese, that’s the schema, canta in italiano o fai pena”.

Nicola si ritira, la sua parlata è stata così veloce e così inaspettata che si dilegua. Fortissima e tantissimo complimenti, speriamo di rivederti un giorno al prossimo Stragog Freestyle.

Stefano detto Stefano è ancora carico. Arriva Simon Pinkman a sfidarlo.

Qua è tutto italiano, qua è tutto quello che si può e si deve dire.

Simon Pinkman è veramente scurrile, ma scurrile buono. In questa sfida i ricchione, negro, frocio, non si sono risparmiati.

Con buona pace degli inquilini del palazzo di fronte, che ieri sera si erano lamentati per la scurrilità. I nostri eroi sono forti, e potrebbero andare avanti ore, ma il tempo sta per scadere e né Caputo né Guarascio hanno cantato.

BASTA! Fermiamo le bestie da freestyle dei due rapper meglio del quartiere e rimettiamo In The Panchine.

Sebastiano Caputo vs Giorgio Quarzo Guarascio (sempre di Ranpo Fahrenheit)

Così è. Nessuno dei due sa rappare. MA Caputo è più forte e ci prova, mettendo in difficoltà il Guarascio. Tutti Fenomeni tira fuori gli slogan che gli piacciono tanto, ma Caputo tiene testa. Il tempo per la festa sta a finire. Giorgio tira fuori l’arma finale: interpreta egli stesso in the Panchine: Gemello.

Ansia da intercettazione, ti faccio la fiancata
Oltrepasso i dossi con la pussy di giornata
That’s the soglia, sniff the raglia
Stupro la tua donna come Kobe Bryant

È finita. Scocca la mezzanotte.

Applausi nel cerchio del rap. Stragog si chiude. L’Underground romano ha trionfato. Una volta avevamo parlato della scena romana, ma ora non si può negare che la scena romana siamo anche noi.

Cosa a Stragog è successo noi abbiamo provato a narrarlo in questi resoconti, ma in realtà è molto di più.

La prossima volta vivetelo, smettete di leggere. 

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