ANDALUSIA: QUANTE MADONNE

ANDALUSIA: QUANTE MADONNE
Lettura zostile
Grazie o’ Muse delle terre andaluse. 

Non c’è dono più atteso che la vostra ispirazione. Sì, perché a distanza di un paio di mesi dal mio passaggio, trovo doveroso rendere omaggio a una regione non lontanissima dalla pianura padana, almeno in linea d’aria. Sto parlando dell’Andalusia, Andalucia per i suoi abitanti. Meriterebbe canzoni quest’ardente terra a sud della Spagna e a nord del Marocco, e di fatto ne ha ispirate molte in quanto patria del flamenco, quel binomio musica-danza oltre modo focoso.

Ma io non sono un cantaor, bensì un bardo del triveneto, e per questo mi limito a cantare e tramandare un sentimento, o forse meglio una sensazione passata, in modo che un domani, quando noi uomini e donne non più esisteremo, e l’alieno di Asteroid City dovesse visitare il deserto andaluso, potrà forse comprendere cosa fu quel pezzo di terra per qualche migliaio di anni, una terra di tori, caballeros, e tante ma tante Madonne.

Avete capito bene, Marie ovunque, nelle chiese, sui muri, nelle vetrine, visibili sbirciando dentro le finestre delle case. Una mi è parsa di vederla come miraggio nel deserto, mentre attraversavo strade desolate a bordo della mia Citroen a noleggio. Non c’era niente per kilometri, a parte rocce e terra, e ad un certo punto, a spezzare l’inerzia del mio tragitto, mi è parsa di vederla, Lei, dalle molteplici forme, nonché outfit, che mi guidava verso la meta, verso Siviglia, Sevilla, roventissima, nonostante fosse ottobre, ma sono quasi eterne le estati andaluse. Ed è forse grazie a Lei che sono arrivato inerme alla mia destinazione, sfuggendo a una fatale evaporazione di fronte alla quale io, uomo padano, avrei di certo avuto la peggio. Non per scherzo il termometro segnava 33/34° nonostante fosse inizio ottobre: si dice sia normale da queste parti. 

Una volta giunto nei centri abitati, ho potuto presto notare come gli abitanti del meridione iberico ben rappresentano i caratteri dell’essere cittadino di Spagna, fiero e orgoglioso della propria appartenenza a un Paese, che diciamolo, se la vive bene, o meglio, sa godersela. Sì, perché mentre noi nella bella penisola siamo nel mezzo di un processo di infighettamento crescente, spagnoli e andalusi si trovano davanti a bar e osterie a mandar giù piccole cañas de cerveza a 2€ in media, qualcosa che non si può nemmeno più immaginare dalle nostre parti, almeno al nord, dove è ormai sempre più nord. E un’altra cosa che ho notato nei giorni trascorsi laggiù, è che di fronte a questi baretti e locali poco pretenziosi, ma comunque belli, spesso e volentieri ci passano le ore persone di tutte le età: niños, ñinas, chicas, chicos, anziani signori e signore.

Non di rado, arrivano lì dopo una messa, e qui torniamo alle Madonne, perché è fondamentale. In Andalusia non ci si vergogna di andare a messa, tanto meno di sollevare baldacchini troneggiati da statue di Marie opulente, che si stagliano negli orizzonti di piazze gremite di fedeli col fare da tifosi, che a un certo punto urlano: 

¡Viva Maria la Madre de Dios! 

Con fierezza fanfare di adulti e bambini suonano trombe e tamburi dando via a marce che percorrono i vicoli cittadini, sprigionando quel calore musicale che scalda gli spiriti, anche di chi come me è stato solo di passaggio. No, ciò non accade solo nei paesini, nei pueblos blancos andalusi. Le parate di Madonne sono riti perpetrati anche nelle medie e grandi città, quelle in cui fanno tappa turisti vagabondi come me. Ho visto, infatti, alzare al cielo Madonne a Ronda, città dei tori, ma anche a Granada, città dei melograni. Come ho già detto: Madonne ovunque. Queste non sono soltanto entità visibili e invisibili, simboli che si manifestano, icone. Le Madonne si vedono ma prima di tutto si sentono. Chi vaga per le calle che si intersecano nelle città andaluse può sentire l’odore della loro presenza. È forte, ma non sgradevole: è un misto di aromi di incenso. 

O’ viandante, segui le vie dell’incenso e una volta giunto al loro termine, ti troverai davanti una Madonna

Queste scie aromatiche conducono chi passeggia per le vie cittadine a chiesette che si ergono con forza in spazi a volte striminziti, ma anche semplicemente verso piccole dimore i cui affacci hanno una finestrella, attraverso le quali si scorge, appunto, non serve che lo dica di nuovo. Mi sono poi chiesto, durante il mio vagabondare, se in effetti tutte queste Marie fossero un’unica entità, o se piuttosto gli spagnoli ci hanno mentito e in realtà sono politeisti. Magari questo è un affronto troppo azzardato: avessi esternato questo mio dubbio in terra straniera mi avrebbero potuto condannare a morte nell’anfiteatro di una corrida

Il mio sarebbe stato un torto, un cattivo gesto, anche perché fino a prova contraria una Madonna mi ha salvato lungo il tragitto. E oltre a questo, gli andalusi sono in fondo gente per bene, e non meriterebbero alcun atto meschino da parte mia. Gli abitanti di queste lande aride soltanto nell’apparenza incarnano un orgoglio che è difficile scalfire, una spiritualità quotidiana che divampa, scalda, fa ben vivere. Cañas, tapas e tutto quello che ci gira intorno, ovvero le persone che sembrano sempre in festa, in una sorta di perpetua convivialità, che ha radici cristiane, certo, ma riesce andare anche oltre, sono solo dettagli di un grande quadro di una terra orgogliosa, dallo spirito ardente: una terra che è sé stessa.

E vedendo tutte queste cose mi sono chiesto: «ma a noi italiani, invece, importa ancora delle nostre cose?»

«Il vento soffia probabilmente da un’altra parte» mi sono risposto.

Ed è in direzione di questo vento, forse, che noi italiani, soprattutto padani, stiamo andando. 

Andalusia, fossi stata terra mia. 


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