p53

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Lettura boomer
La guerra non ebbe mai luogo. O almeno non fu impressa nella materia.

Il seguente racconto è risultato vincitore del concordo del Festival delle Schizoteorie, svoltosi il 21 Marzo 2026 a Lugano, al termine del racconto riportiamo un estratto dell’intervista che abbiamo svolto all’autore durante lo stesso festival.

Buona lettura.

“Il potere si articola direttamente sul tempo: ne assicura il controllo e ne garantisce l’uso”.
Michel Foucault

Cas aprì gli occhi e avvertì il bagliore del grigio premere molto più blando sui nervi ottici.

Megaedifici, stanze di server, fibra di vetro.
Il sentore di idrogeno raggiungeva a stento quelli olfattivi.

Formicolio di informazioni, queste passavano di scheda in scheda e da cluster a cluster e da server in server e da provincia in provincia.

Lo fece girare. Guardò l’orologio, non lesse l’ora.

Fece il suo solito esercizio: provò a racimolare cocci di pensiero un istante per volta; è difficile ma spesso aiuta.

Fuori dall’hotel nel quale prese conoscenza nulla gli parve nuovo.

Da psichiatra la sua corteccia prefrontale aveva resistito negli anni, e sapeva ancora a quali sensi attaccarsi per non perdere il contatto.

Tirò fuori il portafogli, dentro c’era solo il tesserino: ripeté tre volte nome, numero federativo e mestiere.

Non si chiese perché fosse lì, sapeva che doveva esserci e basta; non che avesse un ruolo, nemmeno che fosse incaricato da qualcosa di più grande: accolse semplicemente l’Iperstizione.

Sul ciglio del marciapiede passarono tre o quattro o cinque minuti, lui immobile come solito fare.

Le scritte non le vedeva più.

Quelle che leggeva ogni mattina e che rimanevano incise sotto le palpebre per il resto della giornata, quelle stesse che adesso palesavano per frangenti sugli intonaci.

“PER LA SICUREZZA DELLE PROVINCIE”
“PER LA LOTTA AL TERRORISMO”
“PER LA TUTELA DEI BAMBINI”
“PER NON DARLA VINTA A LORO”.

Uno schermo segnava:

24 Gennaio 2033, Lander 34.

Le unità effettrici del p53 sarebbero dovute arrivare.

La sentenza fu lapidaria: “Costituirsi, bisogna fare così”, visto che per questioni di sicurezza la Federazione non consentiva di uscire fuori dal proprio Lander di appartenenza.

Camminò a regime per forse qualche isolato, trovata una caserma vi marciò dentro rallentando progressivamente il passo.

L’uomo dai capelli brizzolati lo accolse, il posto era vuoto, lo fece sedere e lamentare ogni dato:

“Castel Hoffman, assegnato Lander 17, Codice Federativo M5F041..”

L’agente trascriveva nel mentre.

“Nato il?”

Cas non si era fatto problemi sull'aspetto fisico, sul fatto che mostrasse molto più che trentun anni.

Sembrava non importargliene più di tanto, in quanto aveva da adempiere alla sua personalissima coscienza morale.

“24 settembre 2002”.

La guardia si infastidì, aveva tutte le buone ragioni per credere che non fosse la sua vera età, ma è anche vero che di schizoidi se ne vedevano in giro; era invece preoccupato per la successiva e interminabile pila di scartoffie.

“E quale sarebbe l’oggetto della vostra denuncia, signore?”

Nel mentre che lo sguardo passava, senza muovere la testa, dal terminale al volto di Cas.

Lui disse che era lì per costituirsi, che non l’avrebbe data vinta alla società del controllo, che sì, sarebbe andato in galera, ma da uomo libero e che era la cosa giusta da fare, e che…

Blaterò qualcosa sull’indisponenza, il poliziotto non ne sapeva nulla di controllo, del sistema p53 né tantomeno di qualsiasi altro suo delirio.

Da lì un vuoto fino al presentarsi delle sirene.

Il buongiorno fu in clinica.

La diagnosi era di un episodio psicotico, ma la data di nascita indicata sul tesserino aziendale faceva largo al sospetto di una patologia degenerativa.

Fu curato col rewiring neurale, un bouquet di staminali per via ipotalamica.

La cura fu scelta per procura dal sistema diagnostico automatizzato, i giudici invece lo avrebbero spedito in reclusione a calci nel culo.

Ma in assenza di documenti non si poteva andare a processo, per poter proseguire bisognava aspettare una risposta dai governatori del Lander 17.

Il loophole burocratico gli regalò (o costò, in questi casi il gioco di prospettive è sottilissimo) qualche anno di soggiorno.

Dimenticanza ed approssimazione fecero da garanti.

Nessuno si sentì in obbligo di muovere sollecite, si sarebbero aperte ulteriori pratiche e queste ne avrebbero aperte dell’altre, e quelle altre altre ancora.. era più comodo a tutti far accomodare il dottore, poichè di spazio ce n’era e di farmaci pure.

Un ospedale fatiscente, uno degli ultimi ancora abilitati alla funzione giudiziaria.

Cercò di memorizzare il minimo indispensabile: l’odore umido del suo reparto, dolcemente accompagnato dal suono delle scarpe di gomma degli infermieri.

Le pareti verde acqua uguali a quelle del suo studio, la sua stanza era isolata ma riusciva bene a replicarlo; e questo era un bene perché malgrado la solitudine ciò gli lasciava lo spazio e la pace necessari per fare mente locale, per collegare concetti.

Erano passati due anni quando si stabilizzarono le funzioni cognitive: l’attenzione era migliorata, la risposta allo stimolo altrettanto, valse pure per umore stabile, vigilanza ed appetito; non riusciva a ricordare una leggerezza del genere.

Ma la leggerezza porta alla meditazione, e questa richiama la memoria.

Da lì ad un anno sarebbe scoppiata la guerra. La data precisa non la ricordava.

L’allerta tirava via tutto il pensiero.

I mesi strariparono fino a primavera, quando si sentì il cielo fischiare.

Forse quattro droni senza bandiera non passano inosservati nel cielo di una cittadina a tetti stretti.

Una cortina di opalescente e calda luce gli appanna la vista.

24 Gennaio 2037, Lander 34.

Quasi un anno dopo, la data non se la spiegava.

Si risvegliò sempre in clinica, non era tardissimo.

Le pareti della stanza erano ancora verde acqua, la calda umidità aggrediva ancora tempie e narici, le orecchie furono invece pestate dal suono delle scarpe di gomma, il cui timbro era lo stesso ma il ritmo molto più lento e trascinato e ciò ne prolungava l’audiosofferenza.

Si affacciò dalla finestra, il panorama era pressoché uguale, case vergini di ogni bomba.

Chiunque-Sia-Stato non si era preso nemmeno la briga di rinnovare l’urbanistica.

Il grigio quasi come l’ultima volta, semplicemente più fioco.

Tornò a dormire perché aveva ancora sonno.

Si fece ora e scese in cortile.

Guardò in cielo, questa volta rivide le scritte e non la loro impressione stampata nella retina.

Non pensò mai che un uomo potesse arrivare a tale livello di consapevolezza; e che la fiducia non la si dovesse riporre nemmeno nella propria percezione del mondo.

Si guardò intorno, la sensazione era familiare a quella di quattro anni e un giorno prima (almeno nella sua ottica).

La gente era restia come da manuale, ognuno si aggrappava a sè come se potessero portargli via pezzi da dosso.

La terapia gli aveva fatto da scudo, era riuscito a sottrarsi a quell’olocausto di cellule neurali.

La guerra non ebbe mai luogo o almeno non fu impressa nella materia, giacchè quell’anno furono invasi piani diversi da quello canonico.

Perché non è detto che il tuo nemico sia il tuo vicino, o il suo, o quell’altro ancora.

Perché il nemico puoi avercelo attorno, puoi esserne immerso e dargli anche la tua psiche in mano.

La sequenza fu semplice: Tagliato il passato ti sfugge il presente e ne viene che sul futuro non hai alcuna forza.

Si godette la fresca ventata della lucidità di pensiero, rimase ancora immobile con la calma di un pilastro.

Entrò dentro, mangiò sereno, parlò a stento con gli altri pazienti..

Non perché non volesse, quanto per via dell’espressione ostile scolpita sui volti.

A dirla tutta, non aveva nemmeno niente di nuovo da raccontare, forse non è mai successo nulla che valesse la pena raccontare.

E seppure avesse voluto il suo status non lo metteva nelle condizioni di poter mettere le virgole al mondo.

“Come si costruisce il controllo? Dal potere o dalla convinzione di esservi sottoposto?”

“Pesa di più la sorveglianza o la consapevolezza di questa?”

Le domande non gli interessano, era già cosa buona non dover più sentire gli occhi puntati su di sé, di non dover far parte di un teatro più grande di lui.

Si stese a letto, si rilassò.

Prima di prendere sonno prese atto:

“Chi ha capito il gioco non riesce più ad ingannarsi”.

E questo era un bene almeno per lui.


Ranpo Fahrenheit: Qual è il significato del titolo del tuo racconto, “P53”, e da dove nasce il nome del protagonista, Cas Loftman?

Lou Yamanaka: Il P53 è un particolare gene all’interno del genoma umano che codifica per determinate proteine responsabili di ispezionare continuamente il DNA alla ricerca di errori (come basi azotate non appaiate). Per questo motivo è considerato il “guardiano del genoma”. Nel mio racconto, ho deciso di dare questo nome al sistema di controllo.

Il protagonista si chiama Cas Loftman in riferimento alla proteina Cas che, combinata con un’altra proteina, permette di rompere e ricombinare il DNA. Nel racconto, rompendo il sistema di controllo e la struttura dogmatica, classica e monolitica della società, Cas riesce a fare breccia in questo mondo di dispersione.

Ranpo Fahrenheit: Qual è oggi il valore della follia e come si connette alla capacità di sognare e immaginare un mondo diverso?

Lou Yamanaka: Nel corso della storia, molti comportamenti, tendenze sociali, politiche e psicologiche personali sono stati considerati disfunzionali o al limite della follia solo perché non rientravano nel "canone".

Personalmente, mi sento molto vicino alla schizoanalisi di Deleuze e Guattari, che vede la follia e la disfunzione come un’arma contro una norma imposta dall’alto o da un’istituzione.

In questo periodo storico, nella società occidentale, il folle assume un valore “eroico”, inteso come un uomo attivo nei confronti della politica attuale.

Ranpo Fahrenheit: Quali sono state le tue ispirazioni per questo racconto?

Lou Yamanaka: Le suggestioni derivano dalle mie letture:

Il tema della convalescenza e del letto d’ospedale è ripreso da Guerra di Louis-Ferdinand Céline (un manoscritto pubblicato nel 2022, circa 40 anni dopo la sua morte).

Il finale del racconto, in cui Cas decide di stare fermo, si ispira a Uno, nessuno e centomila di Pirandello, che termina con il ritiro in un ospedale psichiatrico alla ricerca di un valore attivo nella propria individualità.

Ranpo Fahrenheit: Come si costruisce il controllo? Pesa di più il controllo in sé o la convinzione di esservi sottoposti?

Lou Yamanaka: In termini post-strutturalisti, il controllo è una "macchina desiderante", un flusso continuo e una complessa rete (un rizoma) che passa di psiche in psiche.

Sperimentalmente, è stato dimostrato che il controllo è costruito proprio dall’osservazione.

In un esperimento psicologico, in una stanza era appeso il quadro di un occhio e in un’altra un quadro diverso; le persone poste nella stanza con l’occhio tendevano ad assumere un atteggiamento più composto.

È la continua sensazione di sentirsi osservati, la paranoia, che permette al controllo di funzionare.

Ranpo Fahrenheit: Qual è la tua schizoteoria sul futuro e sul controllo?

Lou Yamanaka: Sento molto il tema dell’essere continuamente tracciati e osservati nei movimenti online, un tema legato anche al concetto di "chat control".

Per quanto riguarda il futuro in generale, mi rifaccio al pensiero del filosofo Nick Land, padre dell’accelerazionismo.

Secondo Land, il futuro non si costruisce con l’azione, ma si manifesta, infetta il presente e piomba in esso.

Questo è il concetto fondamentale di iperstizione.

Se siamo fortemente convinti di qualcosa, per determinati meccanismi su un piano metafisico diverso dal nostro, quel futuro finisce per presentarsi nel reale.

Attraverso le “schizoteorie” possiamo quindi manifestare il futuro.

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