Il tramonto del rossobrunismo e l’avvento dei Rosaneri

o se volete, del Giallobrunismo

Il tramonto del rossobrunismo e l’avvento dei Rosaneri
Lettura boomer
“Ennesima, ennesima, ennesima vittoria del rossobrunismo, ennesima vittoria”

Ce lo ricordiamo bene quando dichiararsi “rossobruni” era un atto di puro delirio schizopolitico. Una vampata di follia creativa nella noiosa architettura del pensiero politico della Seconda Repubblica. L’estetica sovietica e l’arditismo dannunziano, Mishima e Majakovskij, insomma, faceva paura. Il rossobrunismo ci ha fatto ridere, ha spaventato i benpensanti e ha generato i migliori meme dell’internet sotterraneo italiano per un decennio abbondante. Era una psyop bellissima.

Poi questa cosa ha smesso di funzionare e, soprattutto, ha smesso di far ridere. Non saprei definire il momento esatto, chiariamoci, non è questione di Fusaro che vende i libri in autogrill o fa pubblicità a Royal Match.

Quando la Crusca ha deciso di popolarizzare la parola, forse ha solo messo l’ultima croce su qualcosa che già iniziava a puzzare di cadavere. Ma sicuramente quando i redattori dei giornali hanno iniziato a usarlo come lemma da dizionario, nei talk show di La7 e su Repubblica, il rossobrunismo ha perso istantaneamente tutta la sua carica sovversiva e sotterranea. È diventato mainstream, facilmente riconoscibile, nonché incredibilmente boomer, o meglio, tutte le avventure politiche di rossobrunismo reale sono diventate accozzaglie di giovani vecchi che ammorbano lo scroto dell’elettore con “quanto era bella la Prima Repubblica, Craxi, Sigonella, Moro!” ebbasta c’avete 30 anni per Dio, vergognatevi! C’è poi un’altra questione: non ci si riesce più a infiltrare da nessuna parte, da strategia è diventata etichetta, il rossobruno da sovvertitore di qualcosa è diventato una categoria a sé col proprio universo simbolico, ovvero una cringiata. Se vai alle riunioni di PaP a citare Bombacci dicendo che è Gramsci sei oggettivamente un grande, se ti trinceri con quattro sessantenni a parlare idealmente di Paetel e Nieksich; realisticamente del golbo di sdado di Mani Pulite sei già morto.

È ora di cambiare rotta, perché l’avanguardia non abita mai dove la borghesia si sente al sicuro. Serve oggi una nuova sintesi, e il pendolo della storia ha ripreso a oscillare ricordandoci che il Novecento è finito da un pezzo. Una volta un amico di sinistra mi fece conoscere un motto:

scratch a liberal, and a fascist bleeds”.

Se graffi un liberale, sanguina un fascista, all’inizio pensavo lo dicesse in senso polemico per implicare qualcosa di critico, poi ho capito che mi stava dando un suggerimento.

La nuova sintesi è inevitabilmente il giallobrunismo, oppure, se preferite le sfumature cromatiche del progressismo, il rosanerismo.

Per capire la portata di tutto questo pensiamo a ciò che è appena successo in parlamento: la destra, ormai vera forza dell’ordine grigio e burocratico, si è prodigata a votare compattamente per il DDL Antirisate. E chi si è alzato in piedi a fare le barricate? Chi ha riscoperto l’arditismo parlamentare? L’opposizione feroce alla destra ferocia è arrivata da AVS. Che devi dirci, Ilaria?

da Terra Cava 2

Ma è anche e soprattutto guardando fuori dai nostri confini nazionali che il giallobrunismo si manifesta in tutta la sua potenza imperiale. Il mondo scricchiola: a ovest, Trump sempre più fuori controllo e messianico getta l’Europa in crisi energetiche e minaccia di prendersi la Groenlandia; a est, l’autocrazia asiatica di Putin spinge i suoi carri armati verso i confini d’Europa. È lo spettro di una nuova Jalta: l’incubo di essere spartiti, di diventare la periferia irrilevante di due imperi decadenti, una nuova cortina di ferro, un nuovo muro.

Ma non tutto è perduto, se è vero che la storia si ripete come meme, è anche vero che le cose possono andare diversamente, si possono reinventare(sta volta cattivi!). Già una volta le cose stavano così, già una volta l’arco parlamentare era diviso tra partito americano e partito russo. Ai tempi si diceva “Europa, Nazione, Rivoluzione!” Ma chi è oggi l’uomo che incarna il nuovo nazionalismo europeo, l’unico vero erede di una visione napoleonica?

Carlo Calenda. 

Il Terzo Polo è la nuova Terza Posizione. Calenda, come Salis, si oppone alla denazificazione di Putin, si tatua il Tryzub, ci parla senza problemi del coraggio dei ragazzi ucraini, di Azov che resiste a oltranza a Mariupol contro i partigiani nostalgici dell’armata rossa, e se depone le armi lo fa solo per un ordine. Ma va oltre, molto oltre. Il liberalismo armato oggi è il più chiaro erede di quella visione di una Europa potenza.

Forse è giunto il momento dell’autocritica: dobbiamo delle scuse all’establishment liberale. Non ci abbiamo creduto abbastanza e ora ne paghiamo il prezzo. Come ci insegna Mr. Totalitarismo, abbiamo consegnato le chiavi dell’Impero a una cricca di provinciali divorziati, white trash emerso dalle borgate che sbraita di confini nei talk show e poi firma i Decreti Flussi col favore delle tenebre per non far collassare i capannoni del Nord-Est.

I liberali no, loro sono l’aristocrazia di cui avevamo bisogno: una casta di stimati professionisti, i figli migliori dell’eugenetica italica, coltivati in seno alle élites accademiche e artistiche del paese. Con loro al timone non saremmo mai sprofondati in questa sciatteria, basti guardare indietro ai tempi d’oro di Renzi e Gentiloni: una gestione del caos migratorio da veri patrioti, culminata nel capolavoro assoluto di Minniti in Libia. L’ultimo vero governo italiano in grado di fare realpolitik in Africa, appaltando la difesa dei confini ai mamelucchi del deserto con zero sensi di colpa borghesi. Altro che blocchi navali immaginari.

Guardiamo al panorama politico odierno: il sovranismo di destra e la sinistra radicale (quella vecchia, non quella della Salis!) sono diventati indistinguibili. Entrambi lottano per la pace. Entrambi vogliono la de-escalation. Entrambi sognano un’Italia “ventre molle”, neutrale, debole, disarmata, che si fa proteggere dal fratellone americano e fa affari sottobanco con lo zio russo, mentre continuano a commuoversi davanti a un piatto di pasta o lamentarsi delle accise. Il sovranismo oggi è il vero pacifismo, terrorizzato dall’idea che QUALCOSA FINALMENTE ACCADA.

E dall’altra parte invece, i liberali e il centro riformista sono diventati falchi inferociti. Loro vogliono la militarizzazione della società, il budget bellico al 3% del PIL, l’economia di guerra e le fabbriche a ciclo continuo. Loro sognano l’Europa, usando le metafora futurista di Von der Leyen, come un porcospino d’acciaio, irto di testate nucleari tattiche e droni kamikaze, pronto a sanguinare e far sanguinare chiunque osi varcare l’Atlantico o il Mar Baltico.

Calenda è arrivato persino a dire che di questi americani non ci si può più fidare, sono nemici, e la NATO dovrebbe riformarsi su base continentale, diventare l’ETO e rilevare le basi.

Avete capito bene, Carlo Calenda, il pariolino riformista, ha parlato di chiudere le basi americane prima di tutti i “basati” dell’arco parlamentare, a destra o sinistra. Allora diciamolo chiaramente: se siamo appiattiti tra una sinistra moralista e terzomondista da un lato e una destra moderata, sionista e americanista dall’altro, non ci resta che tornare a cercare la terza via. Il giallobrunismo, i liberali bruxellesi, i Rosaneri. Schierarci con Macron, affinché cali con i carri armati e la force de frappe su Roma a restaurare l’Ordine come un nuovo Napoleone. 

Oggi la sola trasgressione possibile, la sola rivoluzione possibile, è stare dove il riflesso pavloviano del popolo non osa arrivare: nell’impero, nell’acciaio, nella tecnocrazia armata che smette di fingersi umana e mostra il suo vero volto nucleare e ballistico. I giallobruni servono a questo, a seppellire i nostalgici del Novecento, i sovranisti e i pacifisti col colesterolo alto sotto una colonna di Eurofighter. E se tutto questo vi sembra mostruoso, allora perfetto: vuol dire che forse, per la prima volta dopo anni, stiamo tornando sulla strada giusta.

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