IPERAUSONIA

(L’unico riscatto che serve al sud è quello dal sud globale)

IPERAUSONIA
Lettura boomer
Iperausonia non è (solo) una larpata, è un progetto di riscatto spirituale. È la scelta di Fieramosca contro il vittimismo del “terrone”.

Schiaccio play. Parte il drone della troupe Netflix, decolla ronzando come un tafano metallico sulle facciate scrostate dei Quartieri Spagnoli. L’inquadratura è la seguente: un vicolo, panni stesi come le bandiere di una resa incondizionata, un ragazzino grasso corre col super santos in mano. Voce fuori campo di un attore anglofono che cerca di suonare empatico: “Here, in the heart of Naples, time has a different meaning. It’s the slow life – the vita lenta – the resilience of a people who belong to the Global South…” EBBASTA! Guardate come avete ridotto la mia terra, MALEDETTI!

Basta! Staccate subito questa violenza mediatica, questo masochismo antropologico per cui il Meridione d’Italia deve recitare la parte del cadavere eccellente, questo relitto pittoresco da vendere a necrofili che cercano occasioni low‑cost. Ci hanno trasformato in una riserva indiana per anime belle che cercano “autenticità”, dove l’autenticità è il nostro sottosviluppo, la nostra rassegnazione ed una degenerazione antropologica spacciata per folklore, come se andassimo orgogliosi di come scheggiavano le pietre gli ominidi. Ci hanno convinto che la nostra identità sia un mandolino stonato, una pizza indigesta mangiata su un tavolino di plastica, e un’eterna, viscida “arte di arrangiarsi” che non è genio creativo, ma la razionalizzazione del fallimento.

E il colpo di grazia, la pugnalata nella schiena, ce la infliggono gli intellettuali locali. Accademici frustrati, orfani del marxismo e in cerca di una nuova parrocchia (ma laica, non sia mai!), che hanno trovato il giocattolo perfetto: il Meridione come pezzo di Terzo Mondo trapiantato in Europa. Un’appendice del Maghreb, un’enclave palestinese con vista sul Vesuvio. Eccoli, i nostri universitari, a blaterare di “eredità coloniale” (ma da parte di chi? Dei piemontesi?), a giocare ai Malcolm X della circumvesuviana. Lo fanno per un doppio, sordido calcolo: un odio antropologico per l’Europa, sentita come un club esclusivo da cui si sentono respinti, e al tempo stesso un’inconfessabile vergogna di esserne parte. Incapaci di essere europei, scelgono di essere l’opposto. Si auto‑esotizzano, si travestono da “dannati della terra”, perché l’identità della vittima è comoda, non richiede sforzo, e soprattutto, paga in termini di cattedre, fondi di ricerca e comparsate nei festival culturali. Noi rigettiamo questa truffa. Noi sputiamo su questa narrazione. La nostra storia non è la lagna di un popolo perennemente sconfitto. È una saga di ferro, di conquista, di ordine imposto sul caos. Prima di noi, altri hanno sentito questa chiamata a rialzare la testa. Pensate a Don Pelayo, il nobile visigoto che da una grotta nelle Asturie accese la scintilla della Reconquista spagnola. Mentre tutto sembrava perduto, lui oppose un “no” assoluto all’invasore. Quello spirito non è un’esclusiva iberica. E' l’archetipo europeo della resistenza, lo stesso che dobbiamo risvegliare qui.

Riavvolgiamo il nastro, ma non con la nostalgia melliflua dei neoborbonici, che rimpiangono un regno stagnante, un brodo primordiale di clientelismo e superstizione che e’ stato solo l’inizio della nostra fine. Dobbiamo tornare alla sorgente della nostra vera forma, al momento in cui questo Sud non era il “Mezzogiorno”, ma l’alba di un’idea imperiale euromediterranea. Dobbiamo tornare agli uomini che non “accoglievano” il diverso, ma lo soggiogavano o lo mettevano al servizio di un disegno piu’ grande.

Pensate agli Altavilla. I figli di Tancredi d’Altavilla non arrivarono in Puglia come migranti in cerca di fortuna. Arrivarono come una tempesta bionda, una forza della natura. Erano i Vichinghi del Mediterraneo. Roberto il Guiscardo, l’Astuto, lo descrivevano come terro(n)r mundi, prendeva ciò che voleva e su ciò che prendeva costruiva qualcosa di eterno. E questo potere non si fermava alle coste della Sicilia. Sotto Ruggero II, la flotta siculo‑normanna divenne padrona del Mediterraneo centrale, proiettando la sua ombra sulla costa africana. Tra il 1146 e il 1160, da Tripoli a Bona, sorse il Regno normanno d’Africa, un’emanazione del potere meridionale. Non eravamo il “Sud globale”, eravamo una potenza che creava avamposti in Africa. Le cattedrali che hanno eretto a Cefalù, a Monreale, non sono templi del dialogo. Sono dichiarazioni di un potere assoluto che assorbe la tecnica e la magnificenza dei bizantini per creare un simbolo della propria gloria. Il Cristo Pantocratore che vi fissa dall’abside non e' il Gesu' compassionevole della plebe. È un imperatore celeste, severo, un sovrano cosmico che esige ordine. È il Dio di una casta guerriera.

E da questa matrice normanna, da questo sangue vichingo innestato sulla romanita’ e la grecita’ della Magna Grecia, nacque il miracolo: Federico II di Svevia. Stupor Mundi. Il Puer Apuliae.

Immagine che contiene vestiti, dipinto, arma, schizzo

Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto.

Federico non era un re meridionale. Era un imperatore romano che aveva scelto il Sud come cuore del suo Impero. La sua corte a Palermo non era un “salottino multietnico” ma un laboratorio politico, dove lo scambio era funzionale ad affinare gli strumenti del potere. Faceva tradurre Aristotele da Michele Scoto non per amore della filosofia, ma perché la logica aristotelica era un’arma per affilare le leggi. Fondò l’Università di Napoli per creare una classe dirigente e fedele solo all’Impero. E con le Costituzioni di Melfi del 1231 compì l’atto più rivoluzionario: annientò l’anarchia feudale e affermò che la giustizia era un monopolio dell’Impero. Una legge verticale, sacra, emanata dall’alto. Il contrario esatto del nostro presente.

Frederick II Holy Roman Empire Emperor - Sightseeing in Italy

Questa e’ l’idea ghibellina.

Il ghibellinismo non come fazione medievale, ma visione del mondo. La fedeltà a un principio di ordine, di gerarchia, di Imperium, contro il caos orizzontale dei comuni, dei mercanti, dei particolarismi. Il ghibellinismo è l’anima di ciò che vogliamo costruire: IPERAUSONIA.

Lega Sud Ausonia - YouTube

La catastrofe fu Benevento, 1266, Lì non morì solo Manfredi, l’erede di Federico. Lì fu spezzata la spina dorsale ghibellina del Sud. Ma lo spirito non morì del tutto. Visse nella disperata e tragica cavalcata di Corradino di Svevia, l’ultimo aquilotto degli Hohenstaufen, che scese in Italia per reclamare il suo regno e finì decapitato a Napoli, in Piazza del Mercato, per ordine di quello stesso Carlo d’Angiò che aveva sconfitto suo zio. Visse nella resistenza feroce dei baroni ghibellini, da Giovanni da Procida ai signori che combatterono le Guerre del Vespro. Lì iniziò la lunga agonia sotto gli Angioini guelfi, la lenta discesa verso la provincializzazione.

Oggi siamo al fondo, ma la brace cova sotto la cenere. È la brace che, secoli dopo, infiammò l’anima di Ettore Fieramosca a Barletta. Conoscete la storia? I francesi, da arroganti occupanti, insultano il valore dei guerrieri italiani. Li chiamano codardi. Fieramosca e dodici altri cavalieri non piangono, non blaterano di razzismo o di colonizzazione, lanciano una sfida a duello: tredici contro tredici. Vincono e lavano l’onta col sangue, quella e' la risposta iperausonica.

Iperausonia non è (solo) una larpata, è un progetto di riscatto spirituale. È la scelta di Fieramosca contro il vittimismo del “terrone”. È la scelta della cattedrale normanna contro la limonata a cosce aperte, del trattato di falconeria di Federico contro la biografia di Maradona. Riscoprire un’estetica della severità, della cavalleria, dello stile, mito ed etica. Coltivare una nuova aristocrazia dello spirito, che non guarda al “Sud globale”, artifizio creato così i nostri universitari possono offendere l’Europa e sentirsi esclusi, sentirsi anche loro un po’ marroni, un po’ palestinesi e colonizzati. Deterronizziamo il terrone, o tuttalpiù riscopriamo il terrone in armi: il Tercio di Sicilia che umilia i samurai.

Dieci punti per la deterronizzazione del terrone e l’avvento di Iperausonia:

Articolo 1: abolizione della pizza e della parmigiana di melanzane, carboidrato guelfo. Nuova dieta: cacciagione, carni secche, legumi marziali (ceci e lenticchie, non fagioli borbonici) e pane di segale.

Articolo 2: abolizione della cantilena lamentosa e del tono supplichevole. Le conversazioni dovranno terminare con tono assertivo, divieto di alzata di spalle o di “e che dobbiamo fare?”.

Articolo 3: e' istituito il reato di “esposizione di biancheria molesta”. I panni stesi sui balconi, bandiera bianca della resa al disordine, saranno sostituiti da stendardi con il falco svevo. L’abusivismo edilizio e' dichiarato atto di sedizione contro la forma, i colpevoli saranno condannati a progettare piazze perfettamente ottagonali.

Articolo 4: e' messa fuorilegge l’arte di arrangiarsi, proferire “poi vediamo”, “un pensierino", “ti faccio sapere” in contesto di lavoro comporta l’assegnazione ai lavori forzati.

Articolo 5: viene istituito un limite massimo di tre (3) gesti per ogni conversazione di cinque minuti.

Articolo 6: i mandolini saranno oggetto di confisca per essere pubblicamente bruciati in pire rituali durante il solstizio d’inverno. Al loro posto, verranno distribuite gratuitamente delle arpe.

Articolo 7: la cultura dell’accoglienza viene riformata. Ovvero non si accoglie nessuno se non armati.

Articolo 8: e' pubblicata una lista di nomi consigliati (Ruggero, Manfredi, Tancredi, Costanza, Adelasia) e sconsigliati (legati a superstizione paganocattolica meridionale: addolorata, incatenata, squartata ecc…)

Articolo 9: e' vietato chiedere grazie ai santi per la vittoria calcistica o per trovare parcheggio. La preghiera torna ad essere un dialogo verticale con l’Assoluto. Le processioni assumono incedere marziale e non strascicato.

Articolo 10: il calcio e' declassato a sport infantile. Le attività fisiche iperausoniche diventano il canottaggio, il trekking sui sentieri dei castelli e la scherma.

Siamo stati il cuore di un impero. Torneremo a sentirne il battito.

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