Se pensate che la magia sia un insieme di pratiche superstiziose in grado di generare miracoli paranormali, complimenti, non capite un cazzo, quella è la tecnologia moderna!
Si può ricordare che «maghi» furono già chiamati i rappresentanti dell’antico culto mazdeo (iranico) del Dio di Luce, presso i quali notoriamente non si trattava della magia nel senso ristretto e spicciolo: sembra anzi che il termine derivasse da un’antica radice ario-iranica (che si ritrova per esempio nel verbo tedesco mögen) e che significa potere nel senso più vasto. La magia rappresenta l’arte regale del controllare la potenza, un’entità che per il suo carattere passivo è stata descritta come femmina in tutte le tradizioni, come nel tantrismo, dove essa viene chiamata shakti. Il mago invece rappresenta l’uomo dominatore di questa potenza, l’archetipo massimo di virilità nella sua definizione originale, cioè quella di uno spirito stoico, imperturbabile, che sa controllare la propria forza pur avendone più dell’uomo comune.
Ora so cosa direte:
Ahahah, e io dovrei credere a queste cazzate?
Giusto, voi manco sapete cos’è la metafisica, sulla quale si basa la magia
Probabilmente l’avete “studiata” come versione filosofica della teologia, quando in realtà si tratta di una dimensione astratta dalla quale possiamo trarre i simboli e gli archetipi che compaiono continuamente nella nostra vita. Se questa definizione di magia non vi è chiara o non vi convince pensate alla matematica o alla geometria.
Queste due discipline possiamo dire che sono in grado di definire il mondo? Si, essendo alla base della scienza. I numeri utilizzati in queste discipline esistono? Solo come simboli che rappresentano un concetto astratto (metafisico).
Ecco, è così che dovete concepire la metafisica: come la matematica/geometria degli eroi.
Non a caso furono gli indiani, una civiltà di mistici, non di superstiziosi idioti, ad inventare i numeri “arabi”. Perché, anche se agli intellettuali moderni non fa comodo ammetterlo, tutte le popolazioni Tradizionali interpretavano i loro miti non come cose reali ma come insegnamenti metafisici.
Per questo motivo i larper pagani contemporanei che vanno a pregare nei boschetti sono solo dei coglioni, perché non hanno la visione trascendente che il “paganesimo” (termine orribile) aveva. Ad esempio le rune nella loro stessa grafia nascondevano il proprio significato che, tra linee verticali, orizzontali, frecce e intersezioni, l’uomo antico poteva percepire e applicare con una mentalità metafisica.
Ed è proprio con questa concezione che bisogna interpretare la potenza alla base della magia, che può rappresentare qualsiasi condizione di dominanza nel mondo terreno.
Se si analizzano le pratiche magiche nelle civiltà indoeuropee (Tradizionali) notiamo che simboleggiano sempre una situazione di dominio, come l’uccisione del toro nei culti mitraici. Questi riti (ed ecco come vanno interpretati) predispongono la mente e lo spirito (inteso come tutto il Sé che non fa parte né del corpo né dell’anima, quindi dei comportamenti impulsivi e animaleschi) all’applicazione del potere.
Ed ecco che giungiamo all’interpretazione magica della politica quale uso del carisma per applicare il proprio volere. Una prova di ciò è che i più grandi imperatori erano persone disciplinate, anche quando causavano distruzione e caos nel mondo, molto spesso con l’utilizzo di simboli e rituali.
Per questo motivo l’autarchia è il sistema politico per eccellenza.
Esso non va interpretato come mero sistema economico chiuso, protezionista e nazionalista. Autarchia vuol dire letteralmente “avere il principio in sé” e questo può voler dire solo una cosa: imperialismo e monarchia. E vi dirò di più, questa è anche l’anarchia portata alle sue estreme conseguenze. Non è un caso che Mussolini, che mise l’autarchia tra i punti principali del fascismo, leggesse Stirner, il cui pensiero applicato alla lettera avrebbe portato (e in parte ha portato) all’impero individuale secondo potenza. Il concetto di gerarchia e di Stato secondo potenza si fonda su quello di una assoluta libertà.
Per essere assoluta, una libertà occorre che sia incondizionata.
Ma l’incondizionatamente libero, evidentemente, è uno solo. Più esseri liberi non possono che limitarsi e negarsi a vicenda – a meno che non vi sia nel profondo di ciascuno di essi una legge da cui le singole libertà siano regolate e armonizzate. Una legge per il fatto di essere interna non cessa di essere legge; e se suddetta legge è inoltre, per ipotesi, qualcosa che trascende ogni singolo individuo, in tale caso non vi ha, egualmente, una incondizionata libertà.
Dunque: o pensare impossibile la libertà e passare a compromessi che, come tali, la contraddicono (liberalismo: si nega la libertà per far vivere le molte, singole, atomiche libertà) oppure pensare ad un essere che per interiore superiorità, cessando di essere una forza fra tante altre in quel sistema dinamico che è l’umanità sociale, si attui come determinatore della legge di detta unità e sia esente da essa. Ed allora nel libero legislatore, nel dominatore, si costruisce l’idea dello Stato come potenza.
La gerarchia può culminare, ardere, in un unico essere riflette il valore, di cui sopra, soltanto quando sia paragonabile ad un organismo uno nella sintesi di un’anima, di uno spirito.
L’unità in cui converge un tale organismo è una vita superiore che ha fine in sé medesima, che non vive per i bisogni del corpo, ma il corpo invece ha quale suo strumento.
Un’unità che non è prodotta dal corpo, ma viceversa, nel senso che l’anima è il fine, il profondo principio organizzatore del corpo stesso (Aristotele). Ciò significa che il Capo non sarà il mero rappresentante degli inferiori (tesi democratica), il simbolo impersonale di una autorganizzazione di cui questi sono già capaci, ma viceversa: il popolo non sarà organizzato, riceverà forma ed ordine solamente in virtù dell’uomo superiore, qualitativamente distinto dagli altri e l’uomo superiore, lungi dal vivere per il popolo, subordinerebbe al suo (a quei più vasti orizzonti che lui solo può determinare) l’interesse della massa, e alla sua legge nessuno tenterebbe di opporsi. Altrimenti al vertice non starebbe un essere libero, sibbene il primo dei servitori – non uno spirito, ma la voce del corpo.
E allora l’impersonalità classica sarà di nuovo la base del sistema, un sistema dove ogni persona non ha un ego, ma solo una funzione, e questa funzione affidatagli dal Capo permetterà al popolo di vivere in maniera distaccata, permettendo anche a quest’ultimo di raggiungere la libertà dal mondo materiale.
Perché come si dice nella Bhagavad Gita:
"Hai il diritto di lavorare, ma solo per il bene del lavoro. Non hai diritto ai frutti del lavoro. Il desiderio dei frutti del lavoro non deve mai essere il tuo motivo nel lavorare. Non cedere mai alla pigrizia. Compi ogni azione con il cuore fisso sul Signore Supremo. Rinuncia all'attaccamento ai frutti. Sii equilibrato nel successo e nel fallimento: perché è questa l'equanimità di temperamento che si intende con yoga. Il lavoro svolto con ansia per i risultati è di gran lunga inferiore al lavoro svolto senza tale ansia, nella calma dell'auto-resa. Cerca rifugio nella conoscenza di Brahma. Coloro che lavorano egoisticamente per i risultati sono infelici".