1 anno

Versi a Dio

Il Verbo è Dio. La parola è Dio. Poesia è Dio, e Dio è poesia

Versi a Dio
Lettura boomer
Un viaggio millenario attraverso i versi che l’umanità ha rivolto al divino, intrecciando poesia e fede in un dialogo eterno.

Bau muu chicchiricchì. Saranno questi i versi a Dio? Sarà un’orgia di muggiti masticati a fatica, gridati come nelle notti di tempesta, soffocati come nei giorni di pianto?

I versi che ogni giorno noi — effimeri, ci hanno chiamati quelli più grandi di noi, più antichi di noi: Pindaro ed Eschilo — scagliamo, versiamo, distendiamo, innalziamo, abbassiamo come offerte al tempio, un altare invisibile: quello della poesia, quello del linguaggio scorticato, divelto, ancora, appunto, masticato.

La poesia mastica e rigetta e il destinatario è sempre uno: non una donna, non il giovane efebico, non la terra, il cielo, l’acqua, la montagnetta, l’ermo colle, l’egro talamo, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese.

Si canta solo a uno: Dio.

Eccolo qui!

Non sappiamo dire se questa sia la ragione che ha spinto tre avventurieri a produrre una delle antologie più radicali e irrazionali di sempre: Versi a Dio, appunto, edito da Crocetti e presentato sabato 16 novembre a Bookcity Milano.

Davide Brullo, solito pirata della poesia, si lancia all’arrembaggio in questa impresa — memore di un’altra follia, quella dello scorso anno, sempre con Crocetti: Dimmi un verso anima mia. Antologia della poesia universale. Titoli pieni di affascinante arroganza, come se si potesse antologizzare la poesia dell’umanità intera, come se si potessero antologizzare gli inni lanciati verso Dio — ogni Dio — dall’umanità intera, come se si potesse antologizzare l’umanità intera.

Ça va sans dire, ce l’hanno fatta: maledetti. Hanno messo in catena migliaia di anni di poesia e ce l’hanno data in pasto. Che atto crudele, geniale, divino.

Tanto, chi mai comprerebbe questi goduriosi mattoni? Tanto più se dedicati a ciò che il nostro mondo odia di più in assoluto. Dio è l’odiato. Come Cristo che porta la croce e viene ricoperto di insulti e sputi, ancora oggi Dio è il nemico. Dio è sinonimo di poesia, e in un mondo senza poesia non c’è spazio per Dio — e viceversa.

Il padre nobile dell’antologia è come sempre Nicola Crocetti, decano dell’editoria poetica italiana, fondatore della rivista Poesia, traduttore, lungimirante editore e intellettuale. Un saggio dal crine canuto e dallo sguardo affilato che sembra nutrirsi di bellezza.

Il terzo corsaro è Antonio Spadaro, sottosegretario al Dicastero vaticano per la Cultura e l’Educazione. Un religioso di intelletto raffinato e particolarmente predisposto per la letteratura e la poesia. Tra i suoi amore, Raymond Carver, che ci sembra il vero grande assente della raccolta.

Apriamo questa antologia e le parole del Papa ci fanno tenerezza, ci ricordano che il poeta è pur sempre anima del Creato, per quanto reietto. Il Santo Padre parla del ruolo dei poeti nel mondo. Noi crediamo, tuttavia, che i poeti non servano a niente. E dunque non ne abbiamo bisogno.

La poesia è un’escrescenza. Un brufolo della natura umana. E se un barbone duecento anni fa ha definito la religione “oppio dei popoli”, noi invece crediamo ne sia lo sfogo epidermico, il foruncolo, la dermatite. Sulla pelle dell’umanità, sul derma dei popoli, eccola: la poesia è la risposta a moti psico-fisici incontrollabili. Così, la preghiera. E i due canti vanno a braccetto.

In questo volume mancano in tanti. Ma a che serve antologizzare Dante (viene il vomito solo a pensarci), quando la grandezza dell’Alighieri sta nella interezza del suo poema sacro?

E poi ci sono primordiali poesia siberiane e mongole, gli inni egiziani:

“Quando ti corichi a Occidente, / la terra è tenebra, come nella morte” , Inno ad Akhenaton, 1350 a.C.

C’è l’epopea di Gilgamesh, gli antichi testi indù, i Veda, i precolombiani. E poi, Saffo, Omero. Ci sono Eschilo e Pindaro, che ci ricordano che siamo effimeri. Lucrezio, Virgilio, Plotino, e poi i buddhisti.

I taoisti, a partire dal Laozi:

Cielo e terra non hanno pietà
gli esseri sono cani di paglia

il saggio non ha pietà
per lui le case sono cani di paglia

tra cielo e terra — lo squarcio
vuoto — inesauribile
crea ansimando

il verbo sfinisce
attieniti al centro.

Poi i cinesi, i seguaci di Confucio, gli shintoisti. L’Ebraismo. Pagine della Genesi, dell’Ecclesiaste, i Salmi tradotti da Brullo e da Ceronetti. Uno li scarnifica fino all’urlo, l’altro ne fa un trionfo lirico.

Salmo 5 (Brullo)

Ascolta la mia parola Yhwh
comprendi il mio pianto

il rombo del mio grido ti penetri
Dio mio mio re perché ti supplico

albeggia col giorno la mia voce Yhwh
mi consegno a te e ti attendo

non sei un Dio perverso
il male non è in te

dentro i tuoi occhi non risiede il mediocre
è tuo nemico il malvagio

Ma tra gli ebrei c’è anche Paul Celan.

UNA VOLTA

m’accadde di udirlo,
lavava il mondo,
non visto, per tutta la Notte,
inconfutabile.

Uno ed Infinito,
annichilito,
ichillire.

E fu luce. Salvezza.

Poi gli gnostici con le Odi di Salomone, ed eccoci al Cristianesimo, a cui è dedicata la sezione più ampia, che si apre con i versi spiazzanti del prologo di Giovanni:

Verbo era nel principio
Verbo conficcato in Dio
Verbo era Dio

(…)

Cosa aggiungere a questi tre versi che tutto spiegano. Il Verbo è Dio. La parola è Dio. Poesia è Dio, e Dio è poesia. Si riporta poi l’inno alla carità di Prima Corinzi tradotto da Testori.

Se le lingue degli uomini
conosco
e pur quelle degli angeli
e non ho carità,
cembalo sono
che appena tinnisce,
bronzo che suono non dà.

(…)
Apocalisse, Agostino, Ambrogio, e presto si giunge a Villon, Lutero, Teresa D’Avila ( Nulla ti turbi / nulla ti spaventi / tutto passa / Dio non muta / pazienza incalza / tutto tocca), Giovanni della Croce, il cardinale Newman, Baudelaire, Emily Dickinson, il gesuita Hopkins, tradotto da Spadaro, anch’esso gesuita.

C’è ovviamente Ezra Pound, il poeta che cercava di scrivere paradiso, c’è il TS Eliot del Mercoledì delle Ceneri. Ma ci sono anche gli italiani: Clemente Rebora ( Dall’immagine tesa / vigilo l’istante / con imminente attesa — / e non aspetto nessuno) e Giuseppe Ungaretti ( Il naufragio concedimi Signore / di quel giovane giorno al primo grado).

I russi: la preghiera di Anna Achmatova, il Miracolo di Boris Pasternak. Ovviamente, Cristina Campo, distesa a fianco di Karol Wojtyla. Infine, il cardinale José Tolentino Mendonça: "Gli angeli di Jahvè saranno sempre clandestini".

La più giovane delle religioni chiude la raccolta. L’Islam.

Il mio cuore prende tutte le forme:

per le gazzelle è un’ampia prateria
per i monaci è un chiostro.

È un tempio per gli idoli
un rifugio per i pellegrini
in cammino verso la Mecca.

È le tavole della Torah
è le pagine del Corano.
L’amore è la mia sola fede.

Qualunque sia la via che prende
la setta degli Amanti, quella
è la mia vita, la mia sola religione.

Ibn Ārabī (Murcia 1165 – Damasco 1240)

Crediti: wafers3d

I versi che vogliamo rivolgere a Dio, allora, quali sono? Cosa ci resta se non versare un grido, se non gridare un verso? Cosa ci resta se non pregare come se non ci rimanesse altro? E allora prendete una penna, un foglio, e scrivete: a Dio.

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