«Il pop è la truffa.»
REPERTO INIZIALE. Napoli come porto, Napoli come interferenza, Napoli come dispositivo che non lascia passare il segnale pulito.
La tecnonave di Blast, a volte, approda anche in porti e città marittime. Stiamo parlando di Napoli, la città del Sole.
Abbiamo parcheggiato il nostro vascello al porto, dunque, e ci siamo diretti nel ventre della capitale partenopea. Lì, a piazza Bellini “con i miei amici” come recitavano gli Psicologi, abbiamo avuto il piacere di parlare con Sano.
Sano è una delle voci più promettenti del panorama napoletano, legato al collettivo ThruCollected (e quindi anche al nostro vecchio amico Aaron Rumore) è uscito a Novembre con un disco dal titolo “Opopomoz”, che riprende l’omonimo cartone animato natalizio con le musiche di Pino Daniele (in pratica è un Totò Sapore di Natale).
PROVA SONORA. L’album non accompagna il testo: lo infesta.
Abbiamo squadernato molti argomenti e, come nei migliori ambienti napoletani, siamo stati interrotti più volte. Probabilmente erano spie sulle nostre tracce, ma abbiamo fatto il possibile per tenere la situazione sotto controllo. La connessione è spesso saltata, dunque, ma questo è quello che siamo riusciti a trasmettere tra un bombardamento e l’altro…
SCHIZOSEGNALE. […Schizosegnale che presenta la posizione di Dezzani… Europa e Cina vs Russia e Stati Uniti…]
Interferenze da piazza Bellini
Blast: Quindi, in questa visione, bisogna allearsi con la Cina per emanciparsi dagli Stati Uniti e iniziare un nuovo processo.
Sano: Quale può essere il trigger? Il primo segnale di un processo del genere. Adesso c’è un segnale che…
PRIMA INTRUSIONE. [Prima interruzione: una ragazza si avvicina] Spia: Scusate, ma posso chiedervi del tabacco? Avete anche filtri e cartine? Grazie mille.
Sano: Mi chiedo quale possa essere il primo passo che inizi a riscrivere un po’ gli equilibri, dato che, più o meno, tutto quello che sta succedendo adesso non è nulla che non ci si aspettasse. Non c’è nessun indizio di cambiamento. L’Italia continua a leccare il culo all’America, l’Europa idem.
Blast: Forse il vero trigger sarebbe se lì, negli USA, scoppiasse una guerra civile. Sarebbe la vera occasione.
Sano: Non credo possa succedere, dico la verità. Però ho visto che è quotato su Polymarket. Ma perché questa roba dell’ICE… non dovevano ammazzare i bianchi — pensa che coglioni, vanno ad ammazzare i bianchi. Che fai, ammazzi bianchi? Non ti conviene proprio. Fai tutto questo discorso, lo porti avanti e poi vai a colpire proprio…
RITORNO DELLA SPIA. [La spia ritorna] Spia: Grazie! Sono finite le cartine però. Maledizione, sapevamo di non poterci fidare.
Sano: Non fa niente, prego.
Spia: Posso chiederti un accendino?
Sano: Certo, tieni.
Spia: Grazie.
Sano: Ciao ciao. Quindi… vi ritrovate che è stata una cagata, questa cosa?
Blast: Sì, però è difficile che faccia scoppiare la guerra civile.
Sano: No, però comunque destabilizza un po’. Anche il processo al presidente della Federal Reserve — pure questa è una cosa sketchy, capito? Non ne hanno parlato tanto, ma storicamente non è mai successo. C’è l’indagine sul maxiprogetto di ristrutturazione della sede della FED, ma è un pretesto — è un segnale.
Blast: Eh sì, la vera guerra civile in questo momento è all’interno della destra americana. Perché hanno notato il pattern…
PORTALE LATERALE. Il pezzo si ramifica. Il pattern non è un link: è una ricaduta di sistema.
Sano: Anche in Italia la destra, quella un po’ più convinta, alla fine si è allineata con l’Occidente e Israele. Tutto quello che è successo con l’MSI… Gianfranco Fini: prima di farlo andare in Israele, gli hanno detto di no per otto anni. Perché, giustamente, l’MSI si rifaceva al partito fascista e quindi facevano la pezza — poi in un attimo sono diventati pappa e ciccia con gli ebrei.
Blast: Pensa anche al caso Epstein e alle sue connessioni con Bannon e Israele…
NUOVO DISTRATTORE. [Un altro distrattore, travestito da senzatetto, si avvicina]
Sano: Magister, non abbiamo spicci purtroppo. Vuoi una sigaretta? Te ne faccio una.
LA TRASMISSIONE CAMBIA STATO. [Una volta che si è allontanato, possiamo iniziare la vera intervista]
Anni vivi, pistole, entropia
Blast: A proposito di anni di cambiamenti, con spie e violenza diffusa — in Italia abbiamo vissuto gli anni di piombo. Nei tuoi pezzi ci sono molti riferimenti alla lotta armata. Che cosa ti affascina degli anni Settanta?
Sano: Quelli sono anni vivi, quindi essere giovani in quegli anni significava qualcosa di assoluto. E poi tutta la polarizzazione politica vera, che mi racconta mio padre: veniva picchiato dai fascisti di Piazza Fuga perché aveva i capelli lunghi. Non è una cosa bella, ma è una cosa viva. Al contempo il loro percorso è diventato strumento di terzi — purtroppo non è una cosa immacolata. Però BR e NAR, in quel periodo, i ragazzi erano pronti a vivere e morire per qualcosa: prima per conto loro, poi per conto dei terzi. Questo è stato un po’ un peccato. Però per me era incredibile. Accuso molto il fatto che in questo momento nessuno sia pronto, almeno nei contesti sociali che frequento io — anche borghesi — a vivere e morire per qualcosa. Questa roba mi perplime: che nessuno in questi miei venticinque anni di vita si sia mai organizzato per fare qualcosa anche di totalmente inutile, anche solo di violento, ma di grosso e impattante. Cosa che in quegli anni invece succedeva, a prescindere. Ed era una cosa che alla base aveva un pensiero politico, delle visioni — poi giusto o sbagliato, non è questo il momento in cui dobbiamo scegliere. Ma a me quello affascina e mi manca anche un po’. Chiaramente, magari, dato che siamo tutti dei polpettoni, vai a vedere che ti fai una situazione del genere, ti fai il panico, ti caghi sotto e dici 'no, questa roba è una merda.' Però a me attira quella roba lì. Poi sarei un chiacchierone se mi facessi portabandiera totalmente di questo pensiero: nella mia vita mi piace la politica, la sento e la faccio in un certo senso, però non è che sto puntando l’impegno per arrivare a fare cose del genere. È più una fascinazione che mi dà molto spunto in termini creativi, che mi fa scrivere canzoni. Queste cose mi sono sempre piaciute, e quando poi devo fare dei paragoni mi aiuta appoggiarmi a storie come quelle di Mara Cagol, di personaggi morti per le loro idee.
Blast: Spesso nei brani racconti che alla tua amata regali pistole. Qual è il rapporto fra amore e violenza per te? Hai veramente regalato una pistola alla tua amata? [Morena + Gelosissima] Qual è la tua arma preferita?
DOPPIO REPERTO. Amore come arma, arma come ornamento, ornamento come ambiguità che canta.
Sano: A me piace molto la pistola P38. Per il resto sono cose che sono successe — e semplicemente, quando le fai, è come quando parli tanto e poi, a un certo punto, trovi dei piccoli espedienti che rendono la conversazione divertente, perché magari hai delle tue idee spigolose nelle quali, per un’ora o per tutta la vita, anche l’altro si riconosce. Per esempio, sono divisivo su certi concetti della morte: ho idee molto strane su tutta una serie di cose, quindi quando mi ritrovo in queste conversazioni non è che mi gioco questa carta per forza, però mi piace metterla in mezzo — sia per vedere cosa ne pensano gli altri, sia per la loro reazione, sia per farmi ritornare questo caos, questo principio di entropia. Nella musica e nella scrittura è più o meno la stessa cosa. Capita che trovi delle cose che ti appartengono e basta — parli di qualcosa a cui sei affezionato e che è la tua sega personale. Ma ci sono anche altri espedienti che ti aiutano a stimolare l’ascoltatore, perché ti viene a chiedere, e ti permettono di dire 'lo volevo dire, l'ho detto' — però reso in una maniera in cui te lo ripete anche la ragazzina che canta sotto al palco. In generale, io sento di non aver mai scritto una vera canzone d’amore: tutte queste canzoni che sembrano d’amore sono in realtà fatti mischiati, tanti pensieri, anche relativi alle relazioni uno a uno. Ma il tutto è sempre condito da tanta ambiguità. E questa ambiguità non vedo il modo migliore se non convertirla in violenza, perché la violenza ha di per sé, intrinseca, l’ambiguità. È sempre un fatto per cui ti chiedi 'ma perché?' oppure 'perché qualcuno dice sì e l'altro dice no?' Quindi mi diverte sempre buttare in mezzo la violenza.
Blast: Nella canzone «Privilegio Stupendo» dici "ho scelto di morire per delle idee." È in modo ironico o ambiguo?
Sano: No, questa era dritta proprio. Provo il più possibile a mettere nelle canzoni qualcosa di divisivo o di fraintendibile, perché non voglio dipendere per tutta la vita da degli stronzi che fanno le file agli store. Pensa arrivare a 47 o 55 anni con due figli e la tua carriera, la tua remunerazione, la tua fama che dipendono da dei ragazzini che fanno venti ore di fila fuori alla Feltrinelli — pericolosissimo. Meglio buttarsi ed essere più così: spero che ci siano quindici stronzi, di cui magari uno mi spara e poi si spara in bocca da sé — va benissimo. Preferisco questo a roba super morbida che non è totalmente quello che penso, altrimenti vai a finire in mano a una brancata di persone a cazzo di cane, fratello.
Puzza di Dio ai Camaldoli
Blast: Prima hai detto una cosa sulla morte, e qui potremmo passare a parlare dell’album. Opopomoz: Onnipotente Potere Occulto Prestigioso Mefistofelico Oscuro Zumbagiù. Ti sei mai interessato di esoterismo? Credi in Dio e nel soprannaturale?
INVOCAZIONE.
Opopomozcome titolo, sigla, talismano, abbreviazione di qualcosa che non vuole farsi spiegare fino in fondo.
Sano: Mi ritengo totalmente agnostico. Però mi sono messo un poco in dubbio leggendo «Realismo Capitalista» di Mark Fisher. All’inizio, in una delle sue considerazioni, dice che alla fine non è che se tu non credi in niente ce l’hai fatta — anzi, il sistema vuole portarti a non credere in un cazzo. Quindi tu, che non credi in niente e ti fai forte del fatto di dire 'a me non me ne fotte di niente e di nessuno', sei in realtà uno sconfitto. Non sono ancora riuscito ad arrivare a una conclusione in questa ricerca, ecco.
Blast: Se Dio esistesse, dove abiterebbe?
Sano: Minchia, una cazzo di domanda difficile… Abiterebbe a Napoli, sui Camaldoli. Io là sono cresciuto — lì in mezzo sentivo puzza di Dio.
APPARIZIONE GIUDIZIARIA. [A questo punto arriva l’ennesima interruzione, questa volta sotto forma di MILF magistrato] Agente: Sono un giudice, magistrato del Tribunale di Napoli Nord. Sono qui con un’avvocata per il comitato del No al referendum…
Sano: Siamo in arresto?
Agente: No, l’arresto è un atto della Polizia, non della Magistratura, checché ne dicano i giornalisti…
TRAPPOLA EVITATA. [Dopo aver gentilmente rifiutato anche questa trappola del comizio che si tiene due tavoli accanto, non possiamo far altro che proseguire]
Blast: I napoletani ne sanno una più del diavolo… cos’è che sanno?
Sano: Ho una repulsione per tutte le cose che tendono a mistificare o a romanticizzare la figura napoletana. Non ho mai vissuto quella narrazione nella mia vita e, anzi, avendola vista tanto attorno a me — inevitabilmente, anche dalla generazione dei nostri genitori, con Maradona, Pino Daniele, Massimo Troisi, e prima ancora Totò — questa roba non riesco a dirla neanche per scherzare. Napoli è sicuramente una metropoli, ma anche un paesino, quindi ha delle dinamiche particolari: tutti hanno un po’ di cazzimma e devi sempre, come in tutti i paesi, misurarti con quello che hai davanti. Questa componente, magari trasposta nel mondo di fuori, è un’arma in più. Però non so cosa sappiano in più i napoletani.
Blast: Napoli si è troppo americanizzata?
Sano: Molto meno rispetto ad altre città d’Europa. Però sicuramente un po’ sì — tutto il mondo si è americanizzato e siamo fottuti da questa roba. Sogniamo in americano: io da piccolo avevo conservato un dollaro perché volevo andare in America. Mo’ ci penso e dico 'perché?' Quella visione consumista esiste anche a Napoli, anche se negli anni Settanta e Ottanta era diverso. Poi siamo meridionali, che è un tema — quindi abbiamo qualcosa che manteniamo. Non succede qui quello che succede a Milano, il che ti fa anche vivere ancora senza quell’impostazione americana del businessman. Puoi scegliere se provarci facendoti il culo, oppure dire 'ma che cazzo mi importa' e vederla da lontano — ma è un attimo che ci finisci dentro.
Blast: Parliamo un po’ del disco e del film. La nonna a un certo punto racconta la storia del presepe e parla di San Francesco. Poi le chiedono se è una storia vera e la nonna risponde con una domanda che ti riproponiamo: «Una cosa, per essere bella, deve essere anche vera?» Perché una canzone sia bella deve dire qualcosa di vero?
Sano: Per me sì, però se sei bravo a fingere ci sto. Lo dico sempre alla mia fidanzata: se mi tradisci, vabbè, puffa, non me ne fotte nulla — però se me lo nascondi bene, gas, sei intelligente. Questo è applicato anche a tutti gli altri contesti: se vuoi fottermi male, ma me lo nascondi bene, bravo.
Blast: La tua scelta di cantare in dialetto: da dove deriva? Perché l’hai fatto?
Sano: Devi pensare che mio padre di lavoro fa il musicista. È un componente storico dell’underground e del folklore napoletano degli anni Novanta — faceva le cose con gli Almamegretta, i 99 Posse… Proprio in quell’ambiente, e a Napoli lo è ancora. Io sono cresciuto con lui, in cura sua. Quindi, quando nelle prime canzoni che ho fatto — cinque o sei anni fa — non cantavo mai in napoletano, lo sentivo come una cosa che non mi apparteneva. In più c’era l’esempio di mio padre, che canta quasi solo in napoletano, ed era troppo ingombrante. Poi quando ho conosciuto gli Specchiopaura — che fanno parte di ThruCollected — le cose sono cambiate. Fabrizio e Peppe vengono dall’interland, hanno un rapporto con il napoletano diverso: non se ne sono mai fottuti, scrivono in napoletano come vogliono. Da quel momento mi sono un po’ riavvicinato. Però ogni volta che devo fare qualcosa in napoletano il mio cervello switcha inevitabilmente, e quindi il mio processo creativo cambia — perché è molto più facile scrivere in napoletano, sia in termini di rime sia in termini di immaginario. Proprio per com’è la lingua napoletana, capisci? Tutte le parole tronche, ci sono delle parole che dici e sono belle e basta. Nel disco c’è una canzone che si chiama «Marcass a q» — un neologismo — però 'Marcass' è un termine che ti tira proprio.
Poi sento anche il peso della responsabilità quando scrivo in napoletano, perché so che mio padre lo farà ascoltare ai suoi amici, ai colleghi, a quello dei 99 Posse. Quindi quando scrivo in napoletano devo scrivere qualcosa di bello — oppure diametralmente l’opposto, come nell’altra canzone napoletana, «Scem», che è quasi un giocare a fare il cafone. Però, capisci, per me è proprio tosta scrivere in napoletano: non è per niente una cosa che faccio a cuor leggero. Però quando lo faccio sono felicissimo — dico 'ah, guarda là, la canzone napoletana.' È divertente.
Gioventù, soluzione, truffa
Blast: In «Marcass a q» parli di una gioventù libera e disinibita. Invece in «La prima notte insieme», parla di gioventù in modo molto diverso, quasi come un passaggio. Quale gioventù rimpiangi di più, mentalmente?
DOPPIO BRANO, DOPPIA MEMORIA. Una gioventù si mostra. L’altra si nasconde in piena vista.
Sano: Allora, partiamo da un presupposto. «Marcass a q» effettivamente parla di gioventù. «La prima notte insieme», invece, no. Quella canzone parla nel modo più esplicito possibile di cocaina — però velata. Se rileggi tutto il testo e poi la capisci: 'sono qui che ti aspetto', capisci? Il tipo che viene sul mezzo a portartela, immboli nel posto che ti ho promesso. 'La prima notte insieme eri poca, ti ho finita.' La prima volta che dai il bottone, il frappone. Questa cosa non l’ho detta a nessuno, quindi voi potete anche dirla — a me non interessa, mi diverte anzi il fatto che io parli di tutt’altro mentre le persone pensano che stia parlando di me. «Marcass a q», invece, effettivamente parla di gioventù. E quindi la domanda tua, con questa nozione in più…
Blast: Cosa ti manca della tua gioventù? Se c’è qualcosa che ti manca di più…
Sano: A me dispiace troppo diventare adulto, ma proprio per quello che ti puoi permettere di fare. Questa situazione, se avessi avuto sedici o diciassette anni, sarebbe stata incredibile — non perché adesso non riesca a godermela, ma perché a sedici anni ero troppo fissato con questa cosa: il fatto di essere piccoli in mezzo ai grandi. Anche quando ho iniziato a fare musica ero il più piccolo in mezzo ai grandi, mo’ lo sono ancora un po’, però piano piano, inevitabilmente, si sta livellando. Tra sei o sette anni ne avrai trenta e sei 'giovane', però capisci. Il tema della gioventù per me è troppo importante: quei ricordi che ho provato a trascrivere nelle canzoni — alcuni non sono manco troppo lontani, tre o quattro anni fa — altri invece risalgono ai miei sedici o diciassette anni, e per me sono proprio un pezzo di cuore. C’è il ricordo di quell’efferatezza, di quella spensieratezza che contraddistingueva me e i miei amici, che era proprio figa. Calda.
APPARIZIONE LATERALE. A questo punto si avvicina un individuo amico e inizia un breve scambio
'Oh, frate! Che fai? Da dove vai? Da Alessandro? No, mi ha chiamato ma non ha risposto. È sceso per fare la partita di carte prima della partita.'Ciao. L’amico ci saluta e riprendiamo.
San: Non sono discorsi di rimpianti, però a me resta tanta malinconia verso quella roba lì, perché era proprio divertente — prendendo atto di quanto le cose cambino inevitabilmente, anche se vanno bene. È come nella fisica quantistica, il collasso della probabilità — quella roba lì è atroce. Nulla funziona per essere davvero così: solo quando l’osservi lo decidi e lo capisci. E a me questa cosa mi annichilisce in qualche modo. Era più semplice la scelta allora.
Blast: C’è una frase in «Privilegio Stupendo», dici «Mi lascio privatizzare dalla tua bellezza». L’unico modo di possedere è farsi possedere? L’unico modo di appartenersi è appartenere a qualcun altro? Anche nell’amore.
Sano: È una domanda bellissima!
[Pausa — nuova interruzione da parte dei promotori del referendum] Promotor*: Scusate, ma quando avete finito… Blast: Stiamo lavorando, in realtà stiamo facendo una cosa di lavoro… Promotori: Sì, certo — il 22 e il 23 riguardano sostanzialmente noi tutti. Abbiamo dieci ragioni perché riteniamo sia giusto votare. Grazie mille. Blast: Grazie.
LA TRASMISSIONE RIPRENDE. [Torniamo alla domanda]
Sano: Ma scusate, voi avete fratelli?
Blast: Sì. (I blastidi in questione hanno fratelli).
Sano: Secondo me pure questo cambia un po’, non so perché. Ho la sensazione di essere più 'unico'. Il fatto di essere cresciuto tendenzialmente da solo sposta questa roba. Per me alla fine l’importante — non per fare un discorso super individualista — è che io sono io. Quindi io mi posseggo. Quando faccio qualcosa per qualcun altro mi sto dando, ma è sempre una mia concessione. Se quell’altro mi dà o non mi dà qualcosa indietro, ok, però non entra mai nella mia sfera personale più profonda. Sento di non poter mai essere di qualcun altro, in nessun termine. E proprio per questo tipo di idea decido attivamente di concedermi, di legarmi con qualcuno, anche di soffrire se un amico mi delude. Però so, dentro di me, che è un attimo che posso blindarmi — non che tu te ne accorga — e ritornare nel mio comfort che mi contraddistingue.
Blast: A proposito di questo ti leggo un’altra frase da «Opopomoz» per rimanere su temi alti. Nel film, a un certo punto, sulla nascita del fratellino, la nonna dice: «Un bambino che nasce porta con sé il bene che gli si vorrà, non lo ruba agli altri». Che cos’è per te il bene e la felicità?
Sano: Mi piace pensare che il bene e la felicità siano due cose non stabili. Oggi penso una cosa, domani penso l’esatto contrario. Cerco di tenere calda questa mia idea, specie su queste cose così importanti. Ad oggi il bene… lo vedo molto con gli amici. Ho degli amici ai quali voglio sinceramente bene, e questa cosa è chiara: non ci sono né secondi fini né dinamiche tossiche, perché si è sviluppata su una fiducia diversa, capisci? Può succedere di tutto, ma quando guardi la vita — io lo so e tu lo sai — fine. Quella cosa lì. E a volte combacia anche con la felicità. Anche perché tutte le altre cose — specie nell’ultimo anno — che credevo potessero farmi felice: compensi economici, piccoli successi musicali, cose del genere, alla fine sono cose che ti danno la felicità per un attimo. Ma l’attimo dopo ti proietti allo step successivo e sei vittima di uno struggle gigantesco. Almeno io me la vivo così — è anche un mio errore, devo imparare a gestirle meglio. Quindi più questi estremi: stare con gli amici, con i genitori, parlare di queste cose, per me è davvero importante. Io passo le ore a parlare di tutto: dalla politica alla geopolitica, a filosofeggiare, arrivare anche in punti ambigui. E poi la rabbia — la rabbia mi rende felice. Quando sono arrabbiato sono felicissimo. Più sto incazzato più sono felice, più c’è qualcosa che mi fa arrabbiare più sono felice. Fino a quando non esplode, però. Al contempo anche capirci su queste cose, come adesso, per me è bene. Quindi non farmi arrabbiare, capito?
Blast: Tu quale personaggio del presepe sei?
Sano: [ci pensa un attimo] C’è qualcuno che non è ebreo? Ah sì, la pecora!
Blast: Un’altra frase da Marcass a q: «Parevamo assaje preziose, arraggiate e dignitose. Appiccicate c”a vita, penzavamo â soluzione». La soluzione. Uno fa tante cose, ha degli obiettivi come hai detto, però c’è sempre questo irrisolto. Che cos’è per te ‘sta soluzione?
Sano: In quel caso là o in generale?
Blast: In generale. Anche se la frase ne parla in quel caso lì.
Sano: Vabbè, in quel caso là era semplicemente una parentesi molto più ingenua — un principio di hustling, capito? I miei amici: c’hanno una fama, vogliono fare canzoni, vogliono fare graffiti, vogliono farsi una bella catena d’oro, questa roba qui. E invece per me la soluzione è sempre questa. Il principio della truffa mi piace molto — mi diverte fottere, il sotterfugio, quello che fai quando ti rendi conto che magari non hai delle abilità speciali conclamate. C’è chi nasce con dei doni incredibili, chi sa cantare in un modo straordinario, chi sa suonare. Io mi sono sempre percepito come una persona che non ha nulla di spettacolare da esibire, e quindi devo trovare un modo per far pensare agli altri che ho qualcosa di speciale. Per me è costantemente questo: giocare senza appoggiarmi e rilassarmi su 'ma io scrivo bei testi.' No, devo trovare la cosa che dà qualcosa prima a me — e so che sotto sotto arriva anche all’altro. Quindi per me la soluzione è sempre questa: è una cosa irrisolvibile, però è il gioco. È l’orizzonte che sta lontano: quando ti avvicini si allontana. Puoi portarlo avanti. Se poi trovi la soluzione, che cazzo fai?
Blast: E qual è la truffa più grande che hai fatto?
Sano: Beh, questa qua. È arrivata a un punto che non mi aspettavo neanche. Cioè, è partita così… ci sono caduto, sono nel mezzo. È la vita — è rivelato così. Fa parte del gioco.
Blast: Allora, nel film, a un certo punto, Rocco — il protagonista — si incavola con i genitori perché aveva sbagliato qualcosa e se ne va a dormire dicendo 'uno neanche può sbagliare.' Hai avuto errori nella tua vita che ti hanno fatto crescere? Qual è l’errore più grande?
Sano: Ogni volta che mi metto in nuovi sistemi — scolastici, artistici, professionali — provo subito a fare tutti gli errori che posso, subito. La prima cosa che faccio è: vediamo dove sbaglio, come posso sbagliare, in modo da capire. Anche perché all’inizio, più accumuli errori, le persone ti percepiscono in modo diverso. Provo sempre a fare questo esercizio, per poi avanzare con una grande pretesa da me stesso: 'ok, hai capito sbagliando.' In un labirinto provi tutte le strade, sbagli duecento vie, poi ne rimangono altre cento — però hai già capito che quelle duecento se ne sono andate. Tendo quindi a fare errori gravi subito, però poi, una volta avanzato nelle situazioni, pretendo da me di aver capito — ed è anche un’arma a doppio taglio. L’errore più grande? Non lo so. Faccio tanti piccoli errori, però non faccio mai un passo falso definitivo, anche perché mi baso sul concetto che non me ne fotte nulla — manco della musica. Cioè, io non so cosa voglio fare… Anzi, so benissimo cosa voglio fare, ma non te lo posso dire, perché l’ho scelto oggi — poi domani sarà un’altra cosa. Tutto questo mi aiuta a dire: mi sento indeterminato. Ma non indeterminato di frustrazione — anzi. In principio posso continuare a essere quello che voglio, perché la mia ambizione è lontanissima e non ci posso mai arrivare, oppure forse sì. E questa cosa, capisci, alla fine mi fa stare bene. C’è solo l’amicizia — ho bisogno di avere qualcuno accanto. Magari lì accuso un po’ di più. Ma non faccio mai cose grandi negative, credo.
Blast: Sempre nel film, alla fine, i Neri per Caso definiscono Opopomoz come 'blues.' Noi invece il tuo disco omonimo lo definiremmo indie-trap, anche se tu lo dici 'pop' più volte. Questo è il tuo passaggio al mainstream?
Sano: Il pop è la truffa. È inevitabilmente trap in realtà, perché sono queste le mie influenze musicali.
Blast: Prima hai citato «Realismo Capitalista». A proposito di libri e influenze letterarie, hai mai letto «Le lettere di Berlicche»? Le lettere di Berlicche, il libro di C.S. Lewis — quello delle Cronache di Narnia — dove un diavolo manda lettere al suo superiore, che è suo zio, per consigliarlo su come indurre in tentazione una persona. Ho detto: quello lì è un Opopomoz fatto non di Natale. Ti l’ha ispirato? E a livello musicale di quali influenze parli?
Sano: Allora, a livello musicale: sono molto incantato dal cantautorato italiano. Mi piacciono molto De André, De Gregori, Battiato, Battisti, Enzo Carella, Tenco, Gino Paoli, Rino Gaetano — quella roba mi ha bollito totalmente per un periodo. Però mentre sentivo questa roba ascoltavo anche Tutti Fenomeni, i Cani, Sfera Ebbasta, la Dark Polo Gang. Da piccolo sentivo anche Salmo, Clementino, i Co Sang, Rocco Hunt — il suo primo disco lo comprai a dodici anni, faceva paura quel disco. Poi tutto l’underground napoletano mi ha aiutato molto. Non so se conoscete i 13 Bastardi: a me loro mi salvano puntualmente la vita perché mi fanno ritornare a quando ho cominciato a fare questa roba. Sono semplici e spietati, e mi fanno dire 'ok, sono ancora quella cosa là.' Poi le influenze di musica suonata: mi piace molto il reggae, ho sentito tanto reggae sotto tutti i punti di vista. Tanta musica nera in generale — Stevie Wonder, Marvin Gaye, tanto jazz, Fela Kuti, l’Art Ensemble of Chicago, tanta musica napoletana, Pino Daniele. A livello di lettura, non sono un grande lettore — ho molta difficoltà a stare fermo. Però ci sono periodi in cui provo ad approfondire. La cosa che più mi ha colpito… Avevo sedici, diciassette anni quando trovai nella libreria di mio padre un libro di Carlos Castaneda — lo conosci? È un sociologo degli anni Sessanta che, per la sua tesi di laurea, va in America del Nord e Messico a capire come le popolazioni indigene — gli stregoni — usassero le piante psicotrope per arrivare a stati alterati di coscienza. In principio è molto giornalistico: il primo libro è la sua tesi, vedi l’approccio di chi vuole andare a capire. Poi questa cosa diventa assurda. E mi ci riallaccio a mio padre: io trovo questo libro, lui mi guarda e dice 'guarda, questa è una cosa che mi ha egnato tutta la vita, anche tu sei nato da un gesto consapevole'. Chiaramente a sedici anni ti stai già fumando le canne da un po’ e cominci a fissarti con queste cose. Allora mi sono messo a leggere. Carlos Castaneda arriva a Sonora, in Messico, e incontra questo Don Juan, uno di questi stregoni. Don Juan inizialmente lo tratta con distanza, però aveva visto qualcosa in lui: voleva dargli tutto quello che sapeva come eredità di questa grande tradizione sciamanica. Da lì inizia un noviziato. I libri diventano otto, poi si trasformano in libri sulla 'tensegrità' — una pratica scimanaica. Da questa cosa sono nate le classiche pseudo-sette: alcune, ovviamente, a Pomigliano d’Arco. Però il libro è potenzialmente importante — una cosa che ti fa continuamente chiedere 'perché?' Lui arriva a dire cose assurde — stare in due posti contemporaneamente — però mai in modo mistico, sempre in modo sciamanico. E ti puoi esercitare, principalmente si fa nel sonno. Tu in quanto essere puoi interagire con il mondo intorno a te, una roba un po’ animista. Io ho sempre avuto un’attività onirica molto strano, faccio dei sogni in cui, nel sogno, mi sveglio e scelgo e la mattina dopo vedo se quella cosa è vera. E quando ho iniziato a leggere questo libro ho cominciato a notare cose che si connettevano con quello che leggevo, mi stavo bollendo e dicevo 'ma che cazzo è?'. Non sono mai arrivato alla fine, perché a un certo punto ho detto 'non voglio perdermi.' Credo sia fatto apposta per farti arrivare a credere in qualcosa — e io non voglio crederci. Però questa collana ve la consiglio.
Meme, collasso, democrazia napoletana
Blast: Nel film, a un certo punto, qualcuno dice che 'meme' in napoletano vuol dire 'fessacchiotto' — chi pensa solo a se stesso. Cos’è per te il meme, e cosa rappresentano per te i meme?
Sano: Guarda, quando ho fatto l’esame di B2 di francese a quindici anni, Instagram era appena nato — o meglio, stava succedendo. Ricordate il famoso 2016? 2014-2015-2016. Mi ricordo che nascevano i meme, e la domanda finale del mio esame era: 'Questa nuova tendenza, secondo te resterà? Come la descriveresti?' Non si usava ancora la parola 'meme', non esisteva. Comunque, cos’è per me un meme? Purtroppo mi hai già dato la tua definizione — non posso che partire da quella, anche perché non ci avevo mai riflettuto.
MEMETICA COME ARMA BIANCA. Shrek, nicchie, mutazione, riscrittura: il meme come
forma-manipolabilee dunque come potere minore distribuito.
Sano: Però sì: intenzionalmente è una cosa che appartiene a tutti. Tutti ci possono rispecchiare e possono anche manipolarla — questo è un tema centrale. Con un meme di Shrek, per esempio, puoi togliere la scritta e metterne un’altra: ed è quello il gioco. Spesso lavora su nicchie — secondo me adesso sta prendendo sempre di più quella via. C’è una pagina che mi tagga ogni giorno e fa meme sulla musica, per esempio, super settorializzati e solo quel tipo di meme.
Blast: Domanda finale — questa chiuderà il cerchio che abbiamo aperto un’ora fa. È venuta dall’ascolto di «Privilegio Stupendo.» Cosa c’è dopo la morte della democrazia?
Sano: A saperlo, sarebbe il gas. Questo è poi il problema — noi lo sappiamo, non solo della democrazia ma anche del sistema capitalista in generale, che è quello che sostiene la democrazia in parte. La democrazia americana è il problema: se ci fosse un’alternativa non saremmo in questo momento così tristi e smarriti. Prima, più o meno, c’era la parvenza che potessero esserci due soluzioni — ma adesso che anche la Cina, la Russia e tutti gli altri hanno adottato sistemi paracapitalistici: vaffanculo, non c’è nulla. Anche se fallisce l’America e diventiamo cinesi in quella visione lì, comunque tra altri ottant’anni collasserà quel sistema. Quindi lo scopriremo. Spero solo di scoprirlo presto, con questa accelerazione — voglio che succeda. Voglio vederlo con i miei occhi, però, purtroppo, non me lo posso immaginare. Secondo voi?
QUI IL SEGNALE SI APRE. La domanda non si chiude: viene rimessa in circolo.
Blast: Questo lo lasceremo ai nostri lettori.
Sano: Attenti ai napoletani, che poi vorranno una democrazia napoletana.
Blast: La democrazia napoletana… I neoborbonici si divertono.
Sano: Forse anche io vorrei tornare al Regno delle Due Sicilie…
Blast: Allora lo possiamo dire, Sano l’ha detto. L’ha detto lui! Viva i napoletani, ragazzi! Chiudiamo qui — grazie mille!
La connessione si chiude, ma il residuo resta acceso.