O spariamo o spariamo, questo è chiaro. Ma che succede se sparano tutti? Ecco, mettiamola così: c’è stato un periodo in cui a quella favola della fine della storia ci ha creduto chiunque. I millennial, le generazioni dell’Erasmus, quelli di “quanto erano belli gli anni Novanta”. Una sorta di ottimismo ultra-pervasivo (nonché una gran cringiata). Poi, ovviamente, non ne hanno azzeccata una. Perché, è vero, sono aumentate le connessioni, le infrastrutture e gli snodi che connettono interi pezzi di mondo, ma la recita di Natale eterna in cui tutti cantano “we are the world, we are the children”, quella che tutti si aspettavano, non è mai arrivata.
Che il mondo non sia proprio un bel posto, soprattutto di questi tempi, è qualcosa che si percepisce abbastanza facilmente. Ma chi ha gli strumenti per articolare bene questo sentimento? Ecco che siamo incappati in questo testo: “I confini più pericolosi del mondo” di Andrea Muratore, analista geopolitico e giornalista di InsideOver. Diciamo che, adesso, qualche idea su cosa sia andato storto – e in che modo – ce la siamo fatta.È un testo denso, ma che risulta comunque scorrevole. Senza scadere in quel classico schema da geopolitici sbrodoloni – che si mettono davanti una mappa, l’opera omnia di Mackinder e ripetono la parola heartland ogni tre righe come se con un colpo avessero spiegato tutto – permette comunque di avere davanti una cartografia chiara del mondo.

Cerchiamo di riportare alcune delle riflessioni più interessanti:
Schizotesi #1
La globalizzazione ha aumentato i confini anziché abolirli
Partiamo già con qualcosa di controintuitivo. Diciamo così perché nella forma mentis mainstream, “dell’uomo della strada”, maturata negli ultimi decenni, se parliamo tutti inglese e compriamo tutti le sneakers della stessa marca, in automatico dovremmo volerci tutti bene e tutto ciò che ci divide dovrebbe divenire secondario. Peccato che non sia così. In verità, più i Paesi diventano interdipendenti, più aumentano i potenziali punti di rottura, di conflitto, e moltiplicano i focolai di crisi. Questo accade perché la forza non si proietta più solamente sulla frontiere politiche tra gli Stati, ma soprattutto sugli snodi: oggi la salubrità di molte economie dipende da quanto sia chiuso o aperto, in una direzione o nell’altra, il “rubinetto” che fa passare il gas, il petrolio o i flussi di dati. Questo mondo è, in sostanza, “apolare”. “Apolare” è una parola molto interessante e inusuale. Di solito chi frequenta gli ambienti della geopolitica, e legge di geopolitica, incontra più frequentemente altre due espressioni: unipolare e multipolare.
Facciamo un rapido recap:
- Mondo unipolare: il mondo in cui vivremmo noi, nel quale è abbastanza trasparente che gli americani la facciano da padrona e, come dicevamo prima, l’inglese sia un po’ il nuovo latino: più passa il tempo, più tutti i paesi iniziano ad assomigliare agli Stati Uniti, l’attore dominante. Uno schema, ormai divenuto un classico, che ha avuto grande successo dopo il crollo del muro di Berlino.
Mondo multipolare: questa è una categoria che viene proposta di solito da quelli a cui il sopracitato mondo unipolare proprio non va giù. Si tratta di un ipotetico mondo nuovo che si sostituirà al precedente quando l’Occidente americano rinuncerà definitivamente al suo ruolo egemone. L’idea di base è quella di una globalizzazione alternativa, nella quale Cina, Russia, India e potenze varie si ritagliano grandi spazi d’influenza: più grandi potenze che hanno da dire qualcosa sull’organizzazione del mondo, più pluralismo e policentrismo. I multipolaristi, di solito, vedono in questo schema qualcosa di intrinsecamente più pacifico. Sembrerebbe controintuitivo, ma, secondo loro, senza i falchi americani e la CIA di torno, queste nuove potenze responsabili dovrebbero rispettarsi l’un l’altra molto di più.
Torniamo invece al mondo “apolare”: questa potrebbe essere una categoria più vincente perché è in grado di concettualizzare qualcosa che è già nell’aria. Il mondo ottimistico e anglocentrico in cui siamo cresciuti è già in ritirata. Il solo fatto che oggi qualcosa di sfrontato, come la guerra in Iraq, non potrebbe permettersela nemmeno Trump, ci dice molto a proposito di quanto l’Occidente abbia perso di forza ed efficacia. Eppure, quel multipolarismo armonioso di cui si parla non è ancora arrivato. Al contrario, siamo in una sorta di “mondo di mezzo”, di interregno gramsciano, in cui nessuno ha davvero il monopolio dell’immaginario e ogni focolaio diventa un potenziale braccio di ferro. È l’anarchia del nomos.
Schizotesi #2
Lo Stato-nazione è ancora lì, ma serve sempre di meno
Lo Stato non è più il decisore concreto ed efficace che era un tempo, subisce umiliazioni quasi quotidiane. Lo Stato, ovviamente, ha ancora delle prerogative. Può, ad esempio mandarti a casa i Carabinieri, farti pagare tasse esorbitanti e farsi insultare sui social (o qua, governo ladro!). Ciò che è cambiato è che qualcun altro decide sul serio le condizioni materiali del mondo. Da un lato, intere zone del mondo scivolano fuori dal suo controllo: i paesi dell’ex Africa francese nel Sahel, la Libia, lo Yemen e interi pezzi di America Latina. In questi luoghi i governi esistono sulle mappe, ma poi se ci si va di persona, invece dello “Stato”, si incontrano milizie, narcos, signori della guerra, corporation estrattive, addirittura ONG, surrogato scarso e straniero del potere statale. Territori che ufficialmente “sono uno Stato”, ma in pratica sono un patchwork di feudi. Poi ci sono i baroni di big tech, i colossi energetici e i vari potentati economici, anche loro costruiscono frontiere e le influenzano, soprattutto influenzano gli Stati. Lo Stato, in questo contesto, viene depotenziato e si ritrova a firmare decreti per regolare Airbnb mentre Microsoft decide a chi vendere il cloud militare, litiga sul POS mentre Elon Musk decide se l’Ucraina ha internet o meno accendendo e spegnendo Starlink, il perimetro della sovranità viene riscritto con le sanzioni su chip e semiconduttori.
Schizotesi #3
La Globalizzazione non porta la pace, è un’arma che peggiora ogni conflitto
L’idea alla base del “villaggio globale” (notare bene che in un villaggio di solito si soggiace alla stessa legge e ci si identifica nelle stesse gerarchie non a caso) era che, se fossimo stati tutti legati economicamente, non ci saremmo più fatti la guerra. Questo perché la guerra fermava le connessioni, ergo, gli affari e i soldi. E fintanto che la globalizzazione era percepita come win-win, poteva anche funzionare. Poi, però, è arrivata la pandemia e abbiamo scoperto che, se tutta l’economia è interdipendente, le catene del valore vanno in tilt in entrambi gli emisferi al primo battito d’ali di una farfalla. I mercati energetici come quello del gas, ad esempio, si sono rivelati armi negoziali a tutti gli effetti: ce lo ha dimostrato il conflitto russo-ucraino. O, ancora, le esportazioni di chip e tecnologia per il 5G possono giustificare un riscaldamento della tensione, come accaduto tra Stati Uniti e Cina. L’interdipendenza non è un vincolo che impedisce la guerra, al contrario è un vero e proprio arsenale che la innesca e la rende più distruttiva. Bloccare i circuiti di pagamento, vietare la vendita di tecnologie critiche, chiudere i porti, razionare il gas, sequestrare gli asset sono tutti atti di guerra travestiti da misure amministrative. Le catene globali del valore ci tengono tutti per il collo a vicenda.
E nel momento in cui la logica cooperativa salta, rimane solo la tentazione di tirare per primi la corda.
Schizotesi #4
Non andremo davvero da nessuna parte
Questo non significa che “nulla accade mai”, al contrario significa che, anche se accadono un sacco di cose, non ci portano davvero in una direzione differente o marcatamente nuova. Non nascerà un sistema più razionale, proprio questo caos e questa convergenza delle crisi costante è il nuovo normale. Il vecchio mondo unipolare, americano e ingenuamente ottimista è morto, ma il nuovo non può nascere per diverse ragioni:nessuno ha l’energia materiale per rivestire il ruolo di egemone, nessuno ha una visione convincente da vendere a tutta l’umanità e tutti sono troppo occupati a contenere le proprie faglie di tensione interne per occuparsi del resto del mondo a tempo pieno. I fenomeni che definiscono l’era presente (come regimi ibridi, guerre congelate, rivolte intermittenti e leader che alternano dirette su TikTok e leggi marziali che durano mezza giornata) non sono bug del sistema, ma la nuova forma di governo tipica dell’interregno apolare. Allora l’unica vera soluzione è cognitiva:smettere di usare categorie morte come “ordine liberale”, “governance globale” ecc… e leggere il mondo per quello che è, un campo di forze in cui il confine è il luogo dove si proietta la propria forza, tanto con l’infrastruttura che con i missili.
Non ci salva né un ritorno alla sovranità, né la fantasia di un ordine globale finalmente giusto. O spariamo, o spariamo, questo è corretto, ma c’è anche bisogno di capire che questo discorso lo fanno tutti: da Trump, a Putin, fino ad arrivare ad attori non statuali come i cartelli sudamericani o i signori della guerra africani. Allora sarebbe anche il caso di non essere colpiti dai proiettili più improbabili degli altri. D’altronde, nel mondo imprevedibile in cui viviamo, i proiettili possono essere di qualsiasi tipo: un dazio, un attacco informatico, il sabotaggio di un gasdotto, o – perché no – una rivista.