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David Bowie è BLAST

David Bowie è BLAST
David Bowie è il camaleonte della musica, capace di spaziare da generi a costumi astrusi si è dimostrato capace di tutto.

Bowie a 7 anni dalla morte

David Bowie, nome d’arte di David Robert Jones, morì suicida (si presume per eutanasia dopo la diagnosi di un cancro al fegato e per l’aggravarsi dei sintomi) il 10 gennaio 2016, poco dopo la pubblicazione del disco Blackstar, il suo album-testamento. Ma ste cose le sanno tutti.

Quello di cui voglio parlare è il Bowie più arcigno, quello che (oltre a Heroes che non citerò mai nell’articolo perché non mi piace) non si parla molto, arcigno in senso positivo, perché era un grande artista ma anche un supremo ideale.

Io voglio parlare del mio Bowie.

Quello che mi fa partire le peggio analisi su di lui, e sul modo in cui oggi trattiamo determinati argomenti.

Quando morì, nel 2016, io ero lì a scoprire questo cantante. Come un coglione pensai:

Ehvabbè è quello di Heroes! 
- Anonimo Milanese a 16 anni.

Mi sbagliavo, il coglione nemmeno sapeva tutta la sua produzione.

Bowie e lo spazio

Malmostoso video-clip

Bowie si presenta al mondo con un album, omonimo: David Bowie (1967). Fa cagare pure ai ratti. Ma, tempo due anni fa la figata geniale:

L’uomo atterra sulla Luna (si dice) e lui rilascia un singolo sullo spazio e l’esplorazione, o meglio: sull’alienazione, ma parla di spazio. Albione esplode: è un successone.

Lo spazio in quegli anni mitici, fatti di razzi e esplorazione, era la nuova meta del mondo polarizzato: da una parte i sovietici avevano mandato in orbita Yuri Gagarin, dall’altro gli americani avevano mandato sulla Luna (si dice) Neil Armstrong. E Bowie se la canta bello, facendo un successone che non lo accompagnerà per sempre (si pensi al periodo subito successivo a Let’s Dance, in cui diventerà il Phil Collins dei coglioni) ma che per un bel periodo gli darà modo di tirar fuori un album figo, su album figo.

L’esplorazione spaziale ormai è solo un ricordo distante. Siamo nel mondo in cui si è scelto di non finanziare la NASA, e di finanziare la democrazia in Medio Oriente. Si è scelto di dare a quei ricchi incapaci di Bezos e Musk la gioia di esplorare le stelle, trasformando lo spazio da frontiera umana, a mezzo per farsi vedere. Ma d’altronde che ti vuoi aspettare da uno che sfrutta i lavoratori nei suoi magazzini, sopprime i sindacati e l’altro che fa l’idolo vivente per creazioni che non avranno mai futuro, ne tantomeno mezzi.

Sì sì, vai nello spazio coglione, spero ti esploda la navicella sotto al culo, borghese ricchione.

Non sono omofobo, sono solo rabbioso.

E quindi se il ricco può andare a fare il turista spaziale, noi possiamo solo fare la seguente cosa.

Bowie

Stare lì a osservare impotenti, e carichi di soia-latte.

Bowie, sesso e LGBT

Pianista!

Siamo dopo tutto lo Space Oddity, e Bowie si rinventa. Perché anni di teatro, musica e sperimentazioni gli fanno pensare solo una cosa: a nuovi entusiasmanti personaggi.

Entra in scena: Ziggy Stardust

Un personaggio androgino, un alieno, un tizio vestito in spandex e capelli tinti che canta del suo essere extraterrestre e di come alla Terra manchino solo 5 anni, prima di venir spazzata via.

Tutto questo avviene dopo il secondo album: The Man who Sold the World del 1970 (non considero il primo, stai zitto, stai zitto), e dopo il terzo: Hunky Dory del 1971. Siamo nel 1972 e Bowie pubblica Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars.

Il successone è spaziale, perché quest'uomo vestito di plastica ci mette l'anima in quello che fa.

E la domanda dei moderni critici, sociali e musicali, è solo una:

Ma era gay? Transessuale? Binario? Non Binario?

Io (Anonimo Milanese) ci smeno la faccia, Bowie non era nulla di tutto ciò. E vi dirò la verità: a Bowie piaceva scopare e non essere categorizzato in stronzate da polizia mentale. Bowie scopava come un riccio: uomini, donne, ragazzine, Mick Jager. Tutto. Non gli importava di essere categorizzato in qualcosa, gli andava di fare questo (vestirsi da donna?), allora lo faceva. In bocca ai Maneskin e al loro voler per forza fare i ribelli, ovviamente mai andando contro al sistema vigente, di cause perse. Problemi da primo mondo, che Bowie ci mostrava, sbattendosene il cazzo di categorie umane.

Perché a Bowie, e ci rismeno il culo, piaceva essere Bowie.

Non era il vostro mito LGBT, ne tantomeno la vostra categoria mentale. Bowie era Bowie.

Questo è il mio personale messaggio: siate più Bowie. Siate ribelli, veri, fuori dagli schemi, fuori dai fottuti margini mentali di una società schizoide, siate egoisti, siate generosi, non fatevi schedare dall’umanità e dalla sua polizia.

Qui viene ovvio il paragone con Yukio Mishima, lui omosessuale ma fuori da categorie umane. Anche Bowie come Mishima amava essere giovane e bello, artista e ribelle. Amava l’idea di giovinezza e di libertà, dove uno si sfogò creando un fisico mostruoso e un gruppo paramilitare, nonché letteratura di alta qualità, l’altro si sfogò nella musica, nella sperimentazione e nella performance dal vivo.

A voi il giudizio, ma di certo: non era solo un pervertito (come vi piace pensare a voi sottospecie di casta sessuale) era un ribelle, e se fosse nato nel 2000: avrebbe fatto le stesse cose, perché si divertiva.

Divertitevi anche voi!

Bowie e la droga

Roboante!

Dopo il suo tour americano, Bowie decide di traferircisi, e incarnando lo spirito del soul americano, rilascia subito dopo Ziggy Stardust, il suo quinto e sesto album: Aladdin Sane (1973) e Diamond Dogs (1974) Siamo dentro a due album che regalano la sua sul romanzo di Orwell 1984 e sul Sogno Americano. Infatti Diamond Dogs fu concepito come musical, ma per divergenze con la moglie e figli del succitato scrittore: nulla. Però ha tenuto l’intero leitmotiv della distopia e un sound nuovo: fatto di sassofoni e altro. Sentite un po’ qua!

Sassofonante!

Non parlare di polveri e rose, o ci inciprieremo il naso. Diceva così nel suo Big Brother, e se fino al suo debutto americano si era calato massimo delle paste di LSD: ora andava duro.

Il suo periodo americano del Sottile Duca Bianco venne ricordato come il periodo più buio, fatto (e strafatto) di coca e stregoneria. Nonché peperoni, latte e ancora cocaina. Il giusto per sopravvivere. Bowie era in orbita.

Young American (1975) è il suo primo successo americano, dove fa solamente soul nero, ma fatto da un britannico. E in questo periodo arriverà a toccare il fondo.

In un articolo di Vice (So che è brutto parlarne, ma è l’unico articolo che si salva) si parla di quali artisti si siano drogati meglio. Da Elvis a Hunter S. Thompson, passando per il nostro Bowie. Lui era quello che si è scordato un intero album: Station to Station(1976), perché era costantemente fatto di polverina bianca.

Parlando tra noi, io adoro le droghe…

Dalla caffeina, thè e sigarette (definite tali da Ernst Junger in persona) alle anfetamine. Io aborro ogni discorso proibizionista e legalizzazionista delle droghe. Le droghe servono solo a noi scrittori, artisti e musici cantanti. Io distruggo ogni determinato pregiudizio umano: drogarsi serve, motivo: Bowie nel suo delirio cocainomane ha tirato fuori la meglio musica. Ogni essere umano, con abbastanza talento e droghe, riesce a sfornare arte. Tutte le droghe sono necessarie all’arte.

Bowie le usava per produrre come un forsennato, e amava più della cocaina solo la sua musica. Quindi rispetto la vostra amarezza sull'argomento, rispetto ogni tipologia di opinione, ma io ascolto il Bowie.

E Bowie ne sapeva.

Bowie e l’alienazione

Introspettiveggiante!

Bowie si auto-esilia a Berlino ne nascono vari album, dal più famoso Heroes (che non mi piace) al più criptico Low, entrambi del 1977. È il suo DNA, qui Bowie ci da dimostrazione che la sperimentazione, dopo la coca, non è morta. Ringrazio infatti questi album, soprattutto Low e Lodgers (1978) per avermi dato la colonna sonora di serate a guardare il muro, compiaciuto e dispiaciuto: di non essere David Bowie.

Qui Bowie fa amicizia con Brian Eno e con Iggy Pop, con Tony Visconti e Lou Reed. Qui Bowie tira fuori quello che ha dentro: un’ansia esistenziale, che sfogherà in pieno nel suo Scary Monsters and Super Creeps del 1980. Album che, a detta dei critici del tempo, sfonda il nuovo decennio e che farà parlare di Bowie per tutto l’80.

Cenerante!

Qui Bowie riprende il suo primo (secondo per voi testoline tonde) album, si torna al signor Major Tom. Si torna allo spazio, all’alienazione. Quando sei famoso puoi tutto, ma chi ti ama? Chi ti capisce? Noi sappiamo che il Maggiore Tommaso è un drogato. Fine, cala il sipario.

E Bowie se la prende con tutti: dal governo mondiale, alla sua stessa alienazione data dalla cocaina durante il ’70. Se la suona divinamente, con un nuovo sound elettronico acquisito a Berlino. E soprattutto: ci fa vedere che l’idolo è tornato, dopo la parentesi Sottile Duca Bianco.

Bowie e il successo mondiale

Pirateggiante!

Esce dal siparietto artistico il signor Bowie, e ci porta il suo trittico: Let’s Dance (1983), Tonight (1984) e Never Let Me Down (1987). Il primo ottimo. Il secondo ok, il terzo clamorosamente orrendo.

Perché Bowie era sostanzialmente diventato nell’80 un Phil Collins.

Cosa che lo prosciugò mentalmente, fisicamente e artisticamente. Si rifarà solo nel ’90, con l’esperienza con la band Tin Machine (1989-1992) Black Tie White Noise (1993), e anche qui: amareggiato. Il successo gli aveva dato alla testa, e gli aveva fatto scordare che era un artista. Un vero camaleonte.

Perché avere successo quando ti scordi di essere un artista vero? Perché darsi (oggi) a centinaia di social, influenzate varie, stronzate televisive e podcast, quando da artista avevi tutto? Perché compiere il balzo tra le braccia del virus del Capitale, quando stavi così bene ed eri riconosciuto come il migliore?

Certe domande: sono con una risposta breve: ho sbagliato.

FERMATI SUBITO ANONIMO MILANESE, PERCHÈ CI RACCONTI TUTTA LA DISCOGRAFIA DI BOWIE?! NOI LA SAPPIAMO. DACCI IL BLAST!

Ok…

Cosa mi ha insegnato David Bowie / Perché recensire Bowie è palloso per voi

Ho sempre voluto essere una sorta di tizio riconosciuto come un bravo artista, non mi piacciono le virgolette quindi dirò: fondamentalmente non artista convenzionale, platinato, conosciuto, forse quest’ultima vera fino a pochi anni fa. Ho sempre voluto essere quella sorta di David Bowie del Periodo Americano-Berlinese, quel Yukio Mishima della Tatenokai, quel Majakovskij che va in America, quel…

Sì insomma, quel tipo, anzi topo, così bravo nel suo ambito che ha amici, conoscenze e una dritta per tutti.

Insomma sono un italiano medio.

E Bowie mi ha dato questa energia sempre, un uomo che era capace di fare tutto quel che voleva, e io ambisco ad essere lui, anche se morirò probabilmente senza un briciolo tra le mani della sua enorme spinta creativa. Sarà: il nuovo millennio, la crisi, il fatto che a 22 anni sono qui a scrivere su sto postaccio di pirati che è il Blast. Ma un po’ questa manfrina introspettiva potrebbe rivelarsi utile a voi, piccoli amici coccolosi.

A 22 anni posso dare un piccolo consiglio:

Puntate in alto, per chi vi sta vicino, per chi vi sta accanto e per i vostri amici, genitori e per il vostro prossimo.

Puntate altissimo. Superate lo spazio, strafatti di cocaina creativa, lontani da alienazioni e dal successo, quello se siete bravi: arriverà. Ma non ora non qui. Non ora non qui, amici.

Ricordatevi: un albionese con i denti storti è entrato nell'Olimpo degli artisti più geniali al mondo, noi italiani possiamo solo pareggiare e superarlo.

Ricordate: essere riconosciuti come il migliore è molto meglio che venir conosciuti per un singola, stupida e inutile commercialata.

Bowie mi ha insegnato questo.

Finita la paternale, andate in Pace.

Bowie
Grazie.
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