Siamo diventati una civiltà di fifoni. Ce ne accorgiamo ogni giorno, ma fingiamo di non vederlo. Mentre i nostri nonni sognavano città volanti e vacanze su Marte per il 2000, noi ci siamo accontentati di scorrere reel friggendoci i recettori della dopamina e di discutere se ChatGPT ruberà il lavoro agli illustratori.
Il fatto è che ci siamo un po’ persi lungo il cammino, e il futuro che ci avevano promesso si è seduto sul divano. Dove una volta c’era un certo spirito audace di costruire il domani, oggi c’è solo prudenza. Ricordate il nucleare? Doveva essere il sole in miniatura, l’energia infinita degli dèi, bellissima ed elegante che ci avrebbe catapultato tra le stelle. Poi Chernobyl, poi Fukushima, e adesso dobbiamo fingere entusiasmo per i pannelli solari e le pale eoliche per compiacere qualche ecologista isterico mentre fingiamo di non star bruciando carbone come industriali ottocenteschi. E il Concorde ve lo ricordate? Mach 2, Parigi-New York in tre ore. Era il XX secolo che strizzava l’occhio al futuro. Poi un incidente, uno solo: un aereo si schianta e l’umanità intera rinuncia per sempre ai viaggi supersonici civili. Preferiamo le otto ore di volo subsonica, meglio non rischiare. E così, mentre i nostri padri volavano più veloce del suono, noi ci accontentiamo di code interminabili negli aeroporti e ci scervelliamo per scaricare giochini insulsi che girino offline per non impazzire durante il volo.
Ma la cosa più patetica è ciò che stiamo vivendo oggi con l’intelligenza artificiale.
Ecco che spuntano fuori i soliti nostalgici, giovani vecchi che piagnucolano dietro ai film di Miyazaki e vogliono vietare l’IA per “proteggere gli artisti”. Come se l’arte fosse uno spazio aperto, che accoglie calorosamente tutti, e non un’arena darwiniana che ti sputa via insanguinato se non meriti. Come se Caravaggio non avesse mandato in pensione intere scuole di pittori mediocri. Come se l’arte non fosse, da sempre, figlia del contesto tecnico in cui nasce. La stampa a caratteri mobili ha distrutto gli amanuensi, nessuno pianse per quelle calligrafie e ghirigori che adornavano i codici medievali. No, loro vogliono fermare la tecnica per preservare la mediocrità, trasformare il mondo in un museo polveroso dove nulla cambia mai. Mettetevelo in testa: l’arte non ha bisogno di carità, stagnazione (tantomeno di bandi pubblici e festival) per sopravvivere. Al contrario, l’arte migliore arriva dai periodi di trasformazioni, sconvolgimenti radicali e cavalca la tecnica, sempre.
Siamo diventati creature isteriche, una civiltà che ragiona come una docente di latino in menopausa, traumatizzata dalla fantascienza distopica che ci siamo inflitti. Ci hanno convinto che ogni innovazione tecnologica sia un passo verso l’apocalisse. Terminator, Matrix, Black Mirror: una melensa frignata infinita di tecnofobia che ha sostituito la meraviglia con il terrore. Ci rannicchiamo come bambini spaventati dal futuro quando potremmo essere conquistatori:
tecno-opliti che intonano il peana del dominio sugli astri, meno sci-fi e più space opera, scrivere l’epica stellare che i nostri discendenti leggeranno come l’apogeo della civiltà umana, l’iliade delle stelle.
Ma deliri a parte (ne faremo ora di un diverso tipo). Da dove arriva tutto questo pessimismo? Perché il futuro ci fa così schifo e così paura? Semplice: la pace ci ha rovinati.
Viviamo da decenni in una società che ha dimenticato il conflitto. L’Occidente ha vissuto un’epoca morbida, ha coltivato solo app, comfort e startup inutili. Silicon Valley, con tutto il suo immenso potenziale, si è trasformata in una fiera del superfluo: app per farti portare il cibo a casa senza alzarti, videogiochi, app per accoppiarsi tra danneggiati – per motivi diversi – nella psiche. Niente razzi (tranne Elon, che almeno ci prova), niente città sommerse, niente razzismo spaziale.
Serve qualcosa di più grande. Serve la minaccia esistenziale.
Lo abbiamo già visto: è dalla guerra che nascono le cose che cambiano davvero la vita. GPS, satelliti, Internet: tutte invenzioni militari, anche il mouse è figlio di un progetto di DARPA. Persino i meme, se ci pensate, sono una tecnologia militare arrivata all’uso civile: figli spuri della propaganda e della sovversione, contenitori compatti di ideologia replicabile e virale, incensurabili. Una bomba culturale, pura intelligence sovversiva che cripta idee complesse e le replica come un virus fuori controllo.
Quando lo Stato e l’industria tecnologica si parlano davvero, quando si mettono a tavolino e si chiedono “come si fa a distruggere meglio altri esseri umani?”, da quella domanda nascono le comodità che oggi amiamo e utilizziamo.
Come diceva Sundowner in Metal Gear Rising: “GIVE WAR A CHANCE!”



La Guerra è la madre di tutte le tecnologie. La pace è una zia affettuosa, ma un po’ rincoglionita, che cucina sempre le stesse cose. Il progresso non nasce dal benessere, ma dall’urgenza, dal bisogno di sopravvivere, dalla voglia di dominare. E forse, oggi più che mai abbiamo una buona notizia: c’è crisi.
Abbiamo una minaccia globale all’orizzonte, l’Occidente ha paura di un nuovo conflitto e allora ecco che l’intelligenza umana torna a spremersi, a osare, a inventare l’impossibile. Dopo gli anni 2010 di pura stasi, di auto con la guida automatica che non sono mai arrivate, ecco che basta fiutare un conflitto che le macchine iniziano a pensare, a lavorare per noi e anche a disegnare meglio degli artisti contemporanei (ci voleva poco!). Per citare J.D. Vance: “Quand’è l’ultima volta che avete detto grazie?”

Grazie guerra per il forno a microonde, nato dai radar militari!
Grazie guerra per il nastro adesivo, inventato per sigillare munizioni!
Grazie guerra per l’industria del cinema, che nasce dalla propagan- ah… no guerra, su questo puoi andartene a quel paese davvero che diamine hai combinato
Oggi esiste questa trita fregnaccia per cui alle guerre si dovrebbe rispondere con la cultura, e alla povertà? Con la cultura! E già che ci siamo, facciamo leggere il libro Cuore anche ai malati terminali, perché la sacra cultura è la risposta a tutto, o forse no? La pace ha rovinato anche la tanto sacralizzata cultura, riflettiamo:
oggi i fondi per il cinema italiano vengono tagliati, tutti i film prodotti dai registi e intellettuali nostrani al botteghino incassano forse un decimo di quello che tolgono dalle tasche a noi onesti evasori contribuenti. Non possiamo che applaudire, se quei soldi producevano solo film grigi, trame che fanno dormire, non abbiamo che da incolpare la pace. Il cinema italiano, salvo rare eccezioni, fa cagare perché è stato coccolato invece che preso a sberle, e come ogni cosa che viene trattata con troppa gentilezza, è diventato inutile e incapace di sopravvivere da solo.
Sotto la pace la cultura non fiorisce: stagna, degrada, marcisce.
Ci servono scosse telluriche, ci serve la fame, ci serve il pericolo. Vogliamo le auto volanti, e quindi ci serve un motivo urgente per crearle; vogliamo andare su Marte, e quindi ci serve una minaccia che renda necessario abbandonare la Terra; vogliamo cyborg, esoscheletri e chip neurali, quindi abbiamo bisogno di un nemico che li abbia prima di noi. Il futuro nasce dalla necessità e mai dalla noia. Non dobbiamo avere paura del fuoco, dobbiamo diventare il fuoco. Non dobbiamo guardare documentari su come tutto potrebbe andare storto, dobbiamo far esplodere qualcosa. Osare, fallire, bruciare, ma almeno tentare. L’alternativa è restare qui, fermi, a fare battute sulla depressione, su come sia tutto brutto e fingerci più svegli degli altri perché siamo cinici e dissacranti; ma non siamo più adolescenti, non sembriamo giovani ironici e profondi quando ci mostriamo scettici di tutto e non crediamo in nulla, ma solo degli imbecilli.
La visione di Land, che è profondamente sensata (per quanto matta), non ci chiede di essere entusiasti del domani, ma solo di capire che, quando una cosa è lenta fa sempre più male, e quindi sarebbe meglio premere sull’acceleratore e arrivare direttamente dall’altra parte. E poi, non c’è grande scelta, basta che un solo paese al mondo faccia un passo avanti, e subito questo diviene un passo obbligato per tutti. La Cina vuole dominare l’IA, l’America non può permetterselo, e l’Europa quando non dorme prova a partecipare alla corsa (von der Leyen ha di recente ammesso “abbiamo investito troppo poco, pensavamo che Skynet arrivasse nel 2050, forse l’anno prossimo è già qui!”).
La verità è che della cultura e dell’arte, con buona pace di Miyazaki, di Totoro e delle verdi vallate della decrescita felice, non ce ne facciamo nulla. Invece quando i droni da guerra saranno abbastanza sofisticati, probabilmente avremo anche i robot lavapiatti poco dopo.
Perché la guerra è l’unica musa che ci fa davvero scrivere il futuro, che non sarà un posto sicuro, per fortuna: i posti sicuri sono i cimiteri della storia.