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LA MARCIA SU ROMA-UNA STORIA ITALIANA

LA MARCIA SU ROMA-UNA STORIA ITALIANA
Parlare di fascismo oggi, ventotto Ottobre 2022, data che viene ricordata (a torto) come il centenario della Marcia su Roma, sarebbe fin troppo facile.

Sarebbe ancor più facile disquisirne alla luce degli ultimi risultati elettorali, con un Presidente del Senato che ha in casa busti e immagine del Duce e un Presidente del Consiglio che quel simpaticone di Cazzullo ha definito anti-anti-fascista, dimostrando così una pessima conoscenza della logica linguistica secondo cui due negazioni si affermano.

Del fascismo se n’è parlato sempre, praticamente dal 25 Aprile del 1945, si è detto di tutto, ma i mass media raramente si soffermano sugli aspetti evenemenziali del fascismo, cioè dei fatti in sé che hanno portato il fascismo al potere, gli avvenimenti storici, ma preferiscono soffermarsi fino allo sfinimento su teorie sociali, antropologiche, storiche che cercano di spiegare il come e il perché Mussolini e le camicie nere riuscirono a insediarsi e poi a sostituirsi allo Stato italiano.

Mussolini - marcia su Roma
Benito Mussolini

Perciò in questo articolo mi propongo di fare un po’ di sana storiografia tucididea anche perché l’ultima volta che ho scritto qualcosa di politicamente e ideologicamente schierato su questa rivista ci hanno bannato pure i peli del culo

Innanzitutto bisogna dire che il progetto della Marcia su Roma non fu un’idea di Mussolini ma del Comandante Gabriele d’Annunzio.

D’Annunzio, dopo aver occupato Fiume, aveva manifestato più volte l’intenzione di marciare su Roma per rovesciare il governo Nitti con l’appoggio di alcuni ranghi delle Forze Armate, forte del fatto che già numerosi uomini dell’ esercito avevano disertato e disobbedito agli ordini dei loro superiori pur di partecipare all’impresa fiumana.

Marcire o marciare era il motto.

Mussolini, che conobbe d’Annunzio poco prima di Fiume e divenne un suo consigliere più che un suo alleato, cercò sempre di dissuadere il Vate da questo proposito. Sapeva che d’Annunzio non aveva l’appoggio totale degli ambienti militari, che i socialisti, reduci dalla roboante vittoria alle elezioni del Novembre del 1919, avrebbero potuto usare l’ipotetico atto eversivo nazionalista come pretesto per una rivoluzione, capì che il contesto sociale non era ancora maturo per un’impresa del genere.

Inoltre Mussolini detestava l’idea di dover partecipare a questo colpo di Stato come semplice comprimario di d’Annunzio.

Detto questo possiamo parlare della Marcia su Roma dell’Ottobre del 1922.

Il fascismo prima di Roma aveva già occupato diverse città italiane, come Ravenna, Cremona, Bolzano ma anche Milano in risposta allo sciopero generale dell’Agosto del ’22 e Bologna per il trasferimento del prefetto Mori.

Bisogna anche dire che la Marcia su Roma viene decisa effettivamente il 16 Ottobre.

In una riunione segreta a cui partecipano Mussolini, il futuro quadrumvirato, i generali Fara e Ceccherini e il futuro fondatore della A.S Roma Ulisse Igliori, capo delle squadre romane.

I tempi erano maturi per la presa del potere per un motivo: il governo Facta era prossimo a cadere e il socialismo era praticamente distrutto, i flussi di denaro verso le casse del PNF si stavano riducendo, era dunque il momento dell’acme del fascismo, se si fosse rimandata la Marcia le altre forze politiche si sarebbero potute riorganizzare in attesa delle elezioni.

Inoltre pare che l’inquadramento delle squadre in un’organizzazione paramilitare non più locale ma nazionale stesse procedendo a gonfie vele.

Pare perché De Vecchi, a cui era stata affidata la militarizzazione delle squadre con Balbo e De Bono, lamenta che gli squadristi non sono pronti per un’impresa del genere, che non ci sono né le armi né l’organizzazione e propone di rimandare il tutto.

Balbo
Italo Balbo
De Bono
Emilio De Bono

Vedremo poi la vera ragione dell’attendismo del quadrumviro baffuto.

De Vecchi
Cesare Maria De Vecchi
Bianca
Michele Bianchi

Mussolini lo mette a tacere spiegandogli come all’orizzonte ci sia un’ altro pericolo: Facta vuole invitare d’Annunzio alle celebrazioni del 4 Novembre per la vittoria della guerra e stringergli simbolicamente la mano sull’altare della Patria davanti a migliaia di reduci fortificando così l’immagine dei liberali presso nazionalisti e fascisti.

Bisogna agire con violenza e subito.

Vengono nominati i quadrumviri che si sostituiranno ai vertici del partito durante le operazioni, vengono scelte le località di Tivoli, Monterotondo e Santa Marinella come luoghi di concentramento delle colonne fasciste e Perugia come sede del quadrumvirato. 

Facta
Luigi Facta

Il 24 Ottobre a Napoli, dopo il congresso fascista al quale parteciparono 15.000 camicie nere, Mussolini si incontrò segretamente con i quadrumviri e i vicesegretari del partito per definire gli ultimi dettagli dell’operazione.

Le gerarchie del partito avrebbero ceduto i poteri al quadrumvirato nella notte tra il 26 e 27 Ottobre, giorno in cui, di sera, i fascisti avrebbero dovuto occupare prefetture, caserme e snodi ferroviari di tutta Italia.

A tal proposito la penisola era stata divisa in 12 zone, ognuna delle quali affidata a un ispettore che avrebbe dovuto dare l’ordine della mobilitazione. Simultaneamente, nella notte del 27, i fascisti si sarebbero dovuti concentrare nelle tre località sopracitate intorno a Roma.

Il piano è stabilito nei 5 tempi della rivoluzione:

  1. Occupazione degli edifici pubblici,
  2. Concentrazione delle camicie nere nei pressi di Roma
  3. Ultimatum a Facta per la cessione dei poteri
  4. Entrare a Roma e presa di possesso dei ministeri
  5. In caso di fallimento ripiegamento verso l’Italia centrale e costituzione di uno stato fascista nella valle padana.

Non un piano particolarmente elaborato, con due punti finali decisamente fantasiosi rispetto alle reali possibilità dei fascisti di entrare a Roma.

Cesare Maria De Vecchi lo sa e anche a causa delle sue grandi simpatie monarchiche vuole evitare a tutti i costi lo scontro tra fascisti e l’esercito che potrebbe provocare una guerra civile causando l’abdicazione del re.

Vittorio Emanuele III
Vittorio Emanuele III di Savoia

Per questo il piemontese chiede di poter condurre trattative separate con gli emissari di Vittorio Emanuele III cosicché i fascisti possano entrare a far parte del nuovo governo senza l’uso della forza, usando gli squadristi per mettere il sovrano di fronte a una scelta.

Mussolini lo lascia fare, condannando le sue trame monarchiche all’irrilevanza.

Mussolini infatti già da mesi tratta con tutti, consapevole del fatto che ogni forza politica liberale o di destra ha bisogno dell’appoggio dei fascisti per poter governare dopo Facta, le cui dimissioni sembrano prossime alla luce della crisi di governo causata dalla situazione sociale del Paese. Facta invece, dopo il convegno fascista a Napoli telegrafa al re dicendo di essere sicuro che la marcia su Roma è un progetto tramontato anche perché Mussolini sta trattando anche con lui:

Il Duce gli fa credere di essere disposto ad entrare a far parte di un nuovo governo Facta se quest’ultimo gli concedesse qualche ministero, anche a causa del fattore d’Annunzio, perno della strategia difensiva del primo ministro.

Di ritorno a Milano da Napoli, il 25 Ottobre, il treno di Mussolini si ferma una mezz’ora a Roma, dove il Duce scende per parlamentare con Salandra, liberale conservatore e reazionario, facendogli credere che sarebbe disposto ad appoggiare un suo governo se il pugliese gli affidasse 5 portafogli.

È questa infatti la soluzione migliore per i nazionalisti, per i monarchici come De Vecchi e per il re in prima persona.

Salandra
Antonio Salandra

Le reali intenzioni di Mussolini infatti sono altre. A Roma il Duce si incontra anche Raoul Palermi, Gran Maestro della loggia massonica di piazza del Gesù, alla quale sono stati iniziati molti fascisti, quadrumviri compresi. Palermi assicura che membri noti ed influenti come il generale Cittadini e l’ammiraglio Thaon de Revel sfrutteranno la loro posizione all’interno della corte per condizionare il re.

Il 25 però d’Annunzio esce definitivamente dai giochi e crolla così la strategia difensiva di Facta.

Il Vate era stato per mesi al centro di interminabili giochi di potere. Il primo a cercare un accordo con lui era stato Nitti, presidente del consiglio durante l’occupazione di Fiume che D’Annunzio ha ribattezzato Cagoja. Al Comandante era stato proposto di supportare un suo governo con il supporto dei fascisti e d’Annunzio aveva accettato. Sei giorni prima dell’incontro segreto tra le tre parti però il Vate era caduto dal balcone della sua villa, spintonato da Jolanda Baccara, minorenne che il Vate stava molestando e sorella minore della sua amante.

D'Annunzio - ideologo della marcia su Roma
Gabriele D’Annunzio

Tipica disavventura alla d’Annunzio.

Poi però erano tornati tutti alla carica: Mussolini, Orlando, Nitti. Facta poi lo aveva invitato alle celebrazioni del 4 Novembre, tre giorni prima della riapertura del Parlamento per esortare il popolo italiano all’unità nazionale e il Comandante aveva accettato.

Nitti
Francesco Nitti

La goccia che fa traboccare il vaso arriva il pomeriggio del 25 Ottobre:

d’Annunzio riceve il prefetto di Milano Alfredo Lusignoli che gli propone un governo con Mussolini e…

Giolitti.

Giolitti - Marcia su Roma
Giovanni Giolitti

Il Vate, disgustato da una proposta di governo che lo vedrebbe affiancarsi all’uomo che ha Fiume lo ha fatto smobilitare a suon di colpi di cannone, rinuncia a ogni trattativa, compreso l’invito di Facta.

Mussolini elimina così definitivamente uno dei concorrenti al Viminale.

Quando la notizia della rinuncia di d’Annunzio arriva, il 26, la situazione precipita. Lusignoli, tornato a Milano, informa il Ministro degli Interni Taddei che i fascisti stanno progettando un colpo di mano per la notte del 27.

Lusignoli è in realtà fortemente compromesso nella vicenda perché i fascisti gli hanno promesso gli Interni se dovessero andare al governo con Giolitti, di cui Lusignoli è l’uomo di fiducia e tramite il quale Mussolini sta trattando con lo statista piemontese. Taddei dirama subito un telegramma ai prefetti col quale si predispone l’arresto dei vertici del PNF ai primi segni di sedizione. Ma Lusignoli, convinto ancora di poter condurre in porto la trattativa tra Mussolini e Giolitti, desiste. Nel frattempo il Duce si barrica nella redazione del Popolo d’Italia e continua a trattare anche con Salandra mediante Costanzo Ciano, in partenza per Roma, con Nitti. Il Duce riceve anche una delegazione dell’elite industriale del paese e la rassicura. 

Ciano - Marcia su Roma
Costanzo Ciano, padre di Galeazzo Ciano

Nella notte tra il 26 e il 27 avviene una prima svolta.

Per la prima volta Mussolini si convince della possibilità concreta di poter candidarsi come primo ministro nelle trattative con i liberali. A convincerlo di quest’idea è Michele Bianchi, intercettato dai centralinisti del ministero degli interni in un colloquio telefonico col Duce.

Calabrese, tubercolotico all’ultimo stadio ma, nonostante questo, tabagista sfrenato, Bianchi è segretario del partito, quadrumviro e sostenitore dell’impresa ad ogni costo.

Intorno a mezzanotte ha rilasciato una dichiarazione secondo la quale l’unica soluzione alla crisi di governo è Mussolini primo ministro.

Mussolini temendo la possibilità che Giolitti salendo al Viminale con i fascisti li legalizzerebbe o, peggio ancora, se lo facesse da solo li stroncherebbe, viene convinto da Bianchi.

Nonostante questo il Duce continua a trattare con i suoi rivali per evitare che la situazione precipiti e che Lusignoli lo faccia arrestare. Nel frattempo a Roma i ministri hanno messo i loro portafogli a disposizione di Facta, il Presidente del Consiglio prima di annunciare la caduta del Governo vuole attendere il 27. Mussolini è informato da Bianchi anche su questo.

Il 27 Ottobre Mussolini riceve Ciano di ritorno da Roma. L’eroe di Buccari gli comunica le intenzioni di Facta di volere Mussolini a Roma per poter trattare direttamente con lui e del colloquio avuto con Salandra.

Lusignoli - Marcia su Roma
Alfredo Lusignoli

Ciano, monarchico anche come De Vecchi, vorrebbe scongiurare la marcia con un governo Salandra appoggiato dai fascisti. Durante il resoconto di Ciano Salandra chiama Mussolini e gli chiede anche lui di scendere a Roma, Mussolini, ovviamente, si rifiuta ma gli lascia credere di essere ben disposto ad accettare un suo governo. Quelle della sera del 27 sono infatti le ultime ore in cui il Duce si mostrerà accondiscendente verso dei governi che lo vedrebbero partecipare come comprimario, quelli eventuali di Salandra o Giolitti.

Mussolini si è reso così indispensabile per la formazione di qualsiasi governo di coalizione.

A mezzanotte nella cabina di regia si siederanno i quadrumviri e la mobilitazione delle squadre avrà inizio.

Il Duce ha già pronta la lista dei ministri del suo governo e se ne va a teatro con la sua amante ebrea Margherita Sarfatti.

A Perugia però la situazione la sera del 27 Ottobre è drammatica. L’Hotel Brufani, sede del quadrumvirato, è circondato dalle truppe e dall’artiglieria dell’Esercito, pronto a far fuoco.

Le comunicazioni con l’esterno sono impossibilitate dalla pioggia. De Bono, Balbo e Bianchi sono quasi isolati. De Vecchi è ancora a Roma a trattare per un governo Salandra. Alle otto di sera iniziano ad arrivare notizie poco rassicuranti dalle province: Farinacci, il cremonese meno violento, ha cominciato l’occupazione della prefettura due ore prima dell’orario concordato e i suoi squadristi sono stati mietuti dal fuoco dei carabinieri: 9 morti. A Firenze Tamburini ha assaltato la prefettura dove si stava svolgendo un ricevimento in nome del generale Diaz, simpatizzante de fascisti e garante del loro movimento presso il re: Italo Balbo, ventiseienne Ras di Ferrara, corre a Firenze per fermare l’irreparabile.

Farinacci - Marcia su Roma
Roberto Farinacci

A Roma Vittorio Emanuele III è tornato a Roma da San Rossore e viene accolto da Facta, il quale è stato convinto da Lusignoli che un governo Giolitti con dentro i fascisti è l’ipotesi al momento più probabile. Il re ingiunge al Presidente del Consiglio di mantenere l’ordine pubblico e pronuncia per la prima volta le parole:

Stato d’assedio

E si ritira a Villa Savoia.

Alle 21:00 Lusignoli richiama Facta: Mussolini è andato a teatro, la trattativa con Giolitti è naufragata.

Facta va allora dal re a rassegnare le proprie dimissioni. Ormai è tardi. Facta se ne va a dormire alle 22, senza neanche spogliarsi e coprendosi con l’impermeabile mentre le prefetture vengono occupate dai fascisti e treni pieni di uomini iniziano a convergere nei pressi di Roma.

Alle 2 di notte Facta viene allertato della situazione e si riunisce con Taddei e il generale Pugliese, comandante della divisione di Roma.

Facta torna dal re ed esce per andare a preparare il proclama dello stato d’assedio che il monarca vuole firmare la mattina seguente. Si va a ripescare il documento dello stato d’assedio del 1898, lo si emenda, servono le firme di tutti i ministri, Dello Sbarba ritarda la firma perché è a letto con l’amante.

De Sbarba - Marcia su Roma
Antonio Dello Sbarba

Alle 6:00 Facta trasmette a Pugliese le direttive per la difesa della Capitale, alle 7:50 le autorità militari di tutta Italia ricevono il telegramma che ordina di instaurare lo stato d’assedio, alle 8:30 il manifesto è affisso per le strade di Roma.

Manca solo la firma del re.

A Tivoli, Monterotondo e Santa Marinella la mattina il 28 Ottobre i fascisti sono 16.000, fradici di pioggia, male armati e affamati. I militari hanno divelto i binari a Orte e Civitavecchia costringendo le camicie nere ad avanzare a piedi. L’esercito a difesa di Roma conta 28.000 uomini, 86 pezzi d’artiglieria e 15 auto blindate. A Milano la mattina Mussolini scende in Via Lovanio bluffando col maggiore delle guardie regie che minaccia di entrare nella sede del Popolo d’Italia con la forza per arrestarlo:

Il Duce dice al maggiore che Roma è caduta in mano ai fascisti. 

Poco dopo arriva la telefonata del deputato nazionalista Federzoni, vicino al re e più propenso alla soluzione Salandra. Federzoni informa Mussolini che il re ha necessità di conferire con uno dei capi fascisti, essendo De Vecchi salito a Perugia: il re inizia a manifestarsi contrario verso lo stato d’assedio che scatenerebbe una guerra civile.

In quel caso abdicherebbe.

Mussolini ripete che non può scendere a Roma.

A Perugia intanto De Vecchi è appena arrivato da Roma ed è furioso per non essere stato in grado di scongiurare la marcia che sembra ormai imminente. Il torinese si scontra con Balbo, tornato da Firenze ubriaco per via del ricevimento che è riuscito a far proseguire senza intoppi. Il ferrarese, come Bianchi, è uno dei più accaniti sostenitori del colpo di stato. Verso le 10.00 del mattino arriva una telefonata per De Vecchi dalla questura: il generale Cittadini, collaboratore del re, informa che Vittorio Emanuele III vuole conferire con De Vecchi. Il Ras di Torino si dirige così a Roma a bordo di una Lancia guidata da un autista che si vanta di guidare alla Mussolini.

Non era Ryan Gosling

Il re si è dunque rifiutato di firmare lo stato d’assedio, le ragioni sono tutte e nessuna, tutte ipotesi cadute nel vuoto. Di questo però siamo certi: Mussolini aveva chiarito le posizioni monarchiche del partito a Udine il 20 Settembre, aveva avuto contatti con la massoneria, il Duca d’Aosta e la Regina Margherita erano vicini ai fascisti.

Forse il re temeva che l’esercito si sarebbe rifiutato di sparare sui fascisti alla luce del fatto che erano molte le città d’Italia dove l'esercito aveva fraternizzato con le camicie nere la notte del 27 e che le autorità durante le azioni squadristiche erano rimaste a guardare.

Non lo sapremo mai.

Mussolini a Milano rifiuta la possibilità di un governo di coalizione con a capo Salandra, scelto dal re, propostogli da Rocco, Ciano e De Vecchi, ponendosi come unico primo ministro possibile. Riceve per la seconda volta la delegazione degli industriali in due giorni, inizia a rilasciare le prime interviste. Il 29 il re si decide a convocarlo per affidargli il ruolo di capo di governo. Nessun fascista delle tre colonne nei pressi di Roma ha ancora fatto il suo ingresso nella Capitale, nonostante l’esercito sia stato smobilitato.

Le camicie nere entrano a Roma il 30 Ottobre, sfilando davanti al re e mettendo a soqquadro le borgate popolari di Borgo Pio e San Lorenzo che si oppongono insieme alla città di Parma alla vittoria fascista. A San Lorenzo Italo Balbo il 31 torna per una spedizione punitiva che causa tra gli abitanti 13 morti e 200 feriti. I fascisti oltre a quelli di Cremona contano 30 morti distribuiti tra Mantova, Bologna e Roma.

Marcia su Roma
Squadristi a Roma

Questa è stata, molto probabilmente, la Marcia su Roma, una crisi di governo in cui gli uomini di una milizia paramilitare hanno giocato un ruolo decisivo pur non dovendo mai scontrarsi con i militari che se avessero eseguito gli ordini li avrebbero annientati.

Niente ordini però.

Mussolini non fu l’unica mente dietro questo fondamentale evento della nostra storia, ma indubbiamente la sua strategia si rivelò vincente contro uno Stato che troppe volte si era rivelato inadeguato ad affrontare la situazione sociale italiana, dal re ai soldati.

Questo articolo è finito, spero di essere stato il più oggettivo possibile e vi saluto: vi dico salve.

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