Manganellate pedagogiche

Manganellate pedagogiche
Anche le guardie insegnano, con qualche manganello per mettere in sicurezza tutta la struttura.

La scuola italiana vive in queste settimane una delle fasi più drammatiche della sua storia: Lorenzo Parelli, morto a 18 anni schiacciato da una trave di acciaio all’ultimo giorno di stage, nell’ambito “alternanza scuola-lavoro”; gli studenti scesi in piazza invocando  giustizia per il loro coetaneo, pretendendo un intervento governativo che cambi le logiche scolastiche improntate sulla “buona scuola” di Renzi, hanno incontrato la risposta dello Stato nella sua forma più brutale, da quella stessa polizia che abbiamo visto troppo spesso solidarizzare ai cortei “no Green Pass” togliendosi i caschi, quella stessa polizia che inspiegabilmente non abbiamo visto mentre Fiore e compagnia ad ottobre devastavano la CGIL a Roma, dimostrandoci un’assenza che per molti ha puzzato di assenso. 

“La storia non si ripete ma fa rima”

  Mark Twain 

Nel caso dei fascistelli, volenterosi di ricordare il centenario dell’assalto alle camere del lavoro nel modo civile che da sempre li contraddistingue, si è trattato di una rima grottesca quasi demenziale; le manganellate ricevute dagli studenti a Torino, Milano, Napoli e Roma invece sono state in perfetta rima baciata con la repressione che storicamente incontrano ogniqualvolta scendono in piazza o occupano le scuole. 

Mentre l’opinione pubblica si dilettava con l’elezione del PDR (di cui abbiamo già detto tutto quello che c’era da dire) e i preparativi per il tanto acclamato festival di Sanremo, gli studenti si organizzavano in tutta Italia per una nuova ondata di manifestazioni e occupazioni, a cui lo Stato ha risposto non con i manganelli ma, finalmente, con le decisioni politiche, certo non quelle che si attendevano gli studenti: il ministro Bianchi minaccia una prova di maturità con due prove scritte (come se non si fosse perso metà anno in didattica duale) e la Camera approva all’unanimità una proposta di legge volta “all’introduzione sperimentale delle competenze non-cognitive nel metodo didattico”, confermando il processo di omologazione/gerarchizzazione dei saperi.
Sull’unanime approvazione di queste non immediatamente chiare competenze ha scritto in modo puntuale Ernesto Galli della Loggia, ci basti qui dire che per “competenze non cognitive” si intende tutta quella confusa area delle competenze trasversali, soft skills, capacità di gestione dello stress e problem solving, competenze che non riguardano per nulla l’istruzione ma che sono necessarie allo sviluppo di mansueti produttori e team workers, che riescono a raggiungere gli obiettivi dell’azienda senza muovere problemi circa il loro salario o le condizioni lavorative. Sono competenze che ci abituano ad essere RESILIENTI, termine molto in voga nella classe politica che ci vuole perfettamente adeguati alla società, ai suoi precetti, alle sue necessità… svuotando così i giovani di tutte le pulsioni idealistiche.
L’ipocrita retorica liberale che agisce sulla scuola mira a convincere gli studenti che sia impossibile trovare un’alternativa migliore al sistema economico vigente, nascondendo così il suo vero scopo: sradicare ogni possibilità di pensare un’alternativa, convincendoli che l’istruzione debba essere finalizzata al loro sfruttamento sul mondo del lavoro, che l’istruzione migliore sia quella capace di garantire una retribuzione migliore e non lo sviluppo delle proprie pulsioni soggettive liberamente, come voleva la pedagogia degli albori. 

Finora la scuola è stata convinta che a formare il carattere dei giovani a lei affidati, a plasmare il loro modo di sentire e quindi d’essere, fosse essenzialmente la cultura che si acquisiva per il suo tramite. In ognuno di quei giovani in modo libero e spontaneo, secondo vie misteriose destinate a restare tali a garanzia per l’appunto della libertà e della spontaneità. E la migliore pedagogia ha sempre tenuto per fermo a questa concezione libera e spontanea della formazione umana nell’ambito dell’istituzione scolastica

Ernesto Galli della Loggia

Rinunciare alla formazione mediante il libero processo della cultura e piegare gli studenti alle competenze non-cognitive e all’“alternanza scuola lavoro” permetterà di creare delle perfette macchine da lavoro non pensanti, prive di qualsiasi ambizione e spinta a cambiare la società. La scuola rispecchierà totalmente le esigenze e i problemi del mondo del lavoro.
Nelle tre morti sul lavoro ogni giorno in Italia Lorenzo Parelli costituisce un’eccezione: è morto da studente, è stato ucciso mentre era sotto la formazione scolastica. Eppure, si sta cercando di far passare l’idea che Lorenzo sia da considerare uno dei tanti morti sul lavoro. In una società dove l’obiettivo è quello di sviluppare massimamente le forze produttive deve esserci la massima vicinanza tra scuola e lavoro, in questa ottica liberale Lorenzo è una grave perdita, un lutto da piangere e da ricordare ma, allo stesso tempo, da ridurre a un semplice incidente, da non considerare come un problema sistematico bisognoso di una risoluzione.

Non c’è nulla di più triste e sconfortante di un giovane svuotato e convertito alla vuota retorica del:

“There is no alternative”. 

A questo scopo eversivo gli studenti italiani non si stanno piegando: ce lo dimostrano le occupazioni che in queste settimane stanno animando le scuole di tutto il paese, ovvero le bellissime manifestazioni per ricordare Lorenzo che pretendono un modello di scuola non subordinato al mondo del lavoro.
Le manganellate della polizia evidenziano che questi studenti fanno più paura dei fasci che, a ottobre, hanno assaltato la CGIL, probabilmente perché i primi hanno veramente il potere di cambiare la nostra società e, in quest’ottica, vanno repressi sul nascere, anche violentemente se necessario.

Da un legno storto, come è quello di cui l’uomo è fatto, non può uscire nulla di interamente diritto. Solo l’approssimazione a questa idea ci è imposta dalla natura. […] E che essa sia anche l’ultima ad attuarsi nel tempo, risulta oltre tutto dal fatto che allo scopo si richiedono giusti concetti circa la natura di una costituzione possibile; una grande esperienza, conquistata con lunga pratica del mondo; soprattutto occorre una buona volontà disposta ad accogliere tale costituzione. Sono tre condizioni che solo difficilmente e comunque assai tardi e dopo molti infruttuosi tentativi possono trovarsi riunite

Immanuel Kant “Lezioni di Etica”

Ovviamente, per raddrizzare il più possibile il legno storto che è ognuno di noi, Kant prescriveva una libera formazione culturale: seguendo i più alti ideali della tradizione illuminista, la scuola avrebbe dovuto essere volta alla massima espressione soggettiva. Oggi, per raddrizzare gli studenti, la scuola utilizza la disciplina e la sottomissione dello studente alla formazione lavorativa, con la costante minaccia che le scelte di studio porteranno a standard di vita più o meno benestanti.

Quando il legno non accetta questa costrizione formativa e non vuole raddrizzarsi ai suoi dettami opponendo una certa resistenza, ecco allora intervenire la polizia che lo raddrizza mediante manganellate pedagogiche.

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