Meccanizzazione Virtuale: massa, macchina e banalità.

Meccanizzazione Virtuale: massa, macchina e banalità.
Meccanizzazione e virtualità nelle parole di Walter Benjamin, che tipo di uomini siamo diventati?

Mi è ricapitato tra le mani un breve saggio che avevo letto alcuni anni fa e di cui ricordavo il concetto di fondo ma, rileggendolo, ho ritrovato alcuni principi espressi che mi hanno oltremodo stupito per la modernità e l’enorme fattore profetico:

L'Opera d’Arte nell’Epoca della sua Riproducibilità Tecnica

di Walter Benjamin.

Il Saggio di Walter Benjamin: L’Opera d’Arte nell’Epoca della sua Riproducibilità Tecnica

Conciso e frammentario, il saggio è una riflessione attraverso appunti sparsi su come il modello antropologico, l’uomo del ventesimo secolo, stava cambiando la propria rappresentazione del reale (del sé oggettivo e non soggettivo) costeggiando la tecnologia che velocemente si diffondeva: la fotografia e soprattutto il cinema. 

Tralasciando il concetto di aura, di cui ormai si conosce il significato, ciò che mi ha ridestato è stato il principio della esponibilità dell’immagine.

L’esempio calzante è quello dello specchio:

Quando ci si riflette, a chi appartiene poi quell’immagine? È certamente oggettiva, non appartiene più a me, ciò che è mio sono gli occhi e tutti gli organi deputati alla sua comprensione, il corpo ivi riflesso, ma l’immagine no, l’immagine diviene dello specchio.

E soprattutto ciò che mi rende partecipe in modo feticistico è il giudizio che immancabilmente esprimerò su quell’immagine, un rapporto di simpatia che è un dato affettivo della psicologia umana. Ma così come la mia immagine riflessa, nella sua oggettività, si discosta dal mio io e diventa un oggetto di deploro o ammirazione, allo stesso modo anche tutte le altre immagini, per sinonimia, rappresentano lo stesso oggetto verso cui deploro o ammiro, l’immagine oggetto è il prodotto della tecnica moderna, è l’apoteosi della merce.

Ecco perché Benjamin afferma:

Ogni spettatore che fruisce immagini diventa un tecnico egli stesso, qualcuno che misura una prestazione, ogni immagine riprodotta è un test, risponde alle logiche di una prestazione sportiva; nondimeno ogni spettatore è un critico (o si crede tale). 

Così come Benjamin anche chi scrive tralascia qualsiasi giudizio netto sull’artistico della fotografia e del cinema, vi sono ormai pagine e pagine di valutazioni, ciò che interessa e che a mio avviso profeticamente Benjamin coglie, è il cambiamento, la mutazione antropologia dell’umano attraverso la tecnologia.

Citando Melvin Kranzberg:

La tecnologia non è né buona né cattiva ma non è neanche neutrale. 

In qualsiasi tempo le società umane hanno prodotto tecnologia, essa è il prolungamento dei sensi umani, basta guardarsi intorno per comprenderlo.

Ma allo stesso tempo, nella sua propria vitalità, influenza il progresso dell’uomo: come egli concepisce e rappresenta il reale, il che significa soprattutto valori culturali. 

Walter Benjamin

Non c’è bisogno di elencare tutte quante le tecnologie sin’ora prodotte, è più interessante analizzare il presente secondo le tecnologie esistenti in questo dato momento storico.

Scrive Paul Valery:

Come l’acqua, il gas o la corrente elettrica, da lontano, giungono alle abitazioni per rifornirci, così saremo approvvigionati di immagini e di sequenze di suoni, che si manifesteranno a un piccolo gesto, quasi un cenno, e poi subito ci lasceranno. 

Aveva predetto, nel 1934, la trasmissione di immagini attraverso schermi (prima su tutte la feroce, banalissima televisione). 

La domanda: se il gas, l’acqua o l’elettricità dovessero lasciarci subito in questo momento come cambierebbe la nostra qualità della vita? Suppongo sia retorica. 

Se le immagini e i suoni dovessero lasciarci irrimediabilmente, come cambierebbe la nostra vita? Questa no, merita qualche riflessione. 

Perché si è così convinti di vivere nel migliore dei modi possibili?

È il difetto di tutti i contemporanei che vivono il presente di un’epoca storica, basta leggere i panegirici che i retori componevano per gli imperatori dell’Impero romano. Ed anche la dialettica del noi (i buoni) e del loro (i cattivi) è sempre esistita, non come manifestazioni della moderna inclusione (finta) ma soltanto come la banale (veritiera) narrazione dell’altro. 

Così come il nazionalismo, senza l’ausilio della carta stampata, non avrebbe avuto alcuna possibilità di diffondersi nella pubblica opinione (benché esistessero oppositori e “altri” anche allora) allo stesso modo ideologie come il politicamente corretto, il transumanesimo e la fluidità del genere senza la facilità di diffusione iconica, non avrebbero avuto la velocità propagandistica e l’impatto emotivo tipicamente pubblicitario che hanno oggi, e ribadisco pubblicitario.

Scrive George Simmel:

La moda innalza l’insignificante facendone il rappresentante di una collettività, l’incarnazione particolare di uno spirito collettivo. Poiché secondo il suo concetto non può mai essere una norma che tutti adempiono, la moda ha la proprietà di rendere possibile un’obbedienza sociale che è nello stesso tempo differenziazione individuale

I media generalisti hanno ben compreso questa caratteristica tipica della moda che, come la esprime sublimemente Simmel, ha dentro di sé, peculiarmente, questa forza fratturante, separatista, profondamente divisiva, la moda è l’espressione pratica della tribalizzazione umana, i segmenti di società di cui parlava Durkheim e poi Mauss.

Spingendo continuamente su temi eticamente divisivi, su cui ci sarà sempre una parte dell’opinione che controbatterà anche veementemente, si crea quel prodotto moderno che arricchisce il capitale dell’industria dell’intrattenimento:

IL FRAGRORE (virtuale)

Il prodotto moderno che arricchisce il capitale dell’industria dell’intrattenimento

Quando Benjamin spiega il cambiamento, che le possibilità di riproduzione infinite di opere innescano nel processo antropologico dell’uomo, da spettatore a partecipante esperto intende propria mente questo:

La restituzione della tribalità consumistica a discapito della uguaglianza, predetta da Marx a seguito della caduta del capitalismo.

Altra metrica interessante che prendo a prestito da Benjamin (che a sua volta la ruba da Pirandello) è l’identificazione che lo spettatore fatalmente effettua col mezzo.

Così come qualsiasi osservante di uno schermo diventa l’occhio della camera che sta riprendendo un particolare (a discapito della totalità e quindi della complessità) allo stesso modo qualsiasi osservante uno schermo di uno smartphone diviene irreale, virtuale, modificabile come qualsiasi contenuto prodotto in rete;

Basta rifletterci: in rete o attraverso gli strumenti di cui disponiamo al momento nulla è cristallizzato, immodificabile, fermo assoluto, incontrovertibile (come la categoria genetica che ha prodotto il nostro corpo) ma provvisorio, modificabile continuamente.

Ecco spiegato il successo di meccanismi virtuali o mondi in cui sarà possibile abbandonare il proprio corpo, l’informatica è da sempre che cerca di sopperire agli svantaggi della fisicità, all’impossibilità di tramutare qualasiasi elemento fisico in bit, il virtuale è la sconfitta dell’informatica in quel senso ma è la vittoria, almeno fino ad ora, del capitalismo finanziario

Scrive Benjamin:

L’aspirazione dell’individuo a sostituirsi alla star (di Hollywood) cioè ad allontanarsi dalla massa è precisamente ciò che unisce le masse spettatrici delle proiezioni. È su questo interesse tutto privato che gioca l’industria cinematografica per corrompere l’interesse originariamente giustificato delle masse per il cinema. Ed aggiungerei: l’hanno ben compreso i colossi finanziari nell’informatica. Parafrasando ancora Benjamin: mentre prima, gli dei dall’Olimpo si divertivano a godersi, spiandolo, lo spettacolo dell’umanità, il virtuale attraverso la possibilità di potersi costruire un sé virtuale ha dato la possibilità (effimera) a tutti di poter interagire con gli spettatori dell’Olimpo, fino al sogno di essere promossi ed accettati da essi. 

Che tipo di uomo siamo diventati? In questo momento storico Giugno 2022, in cui oltre alle tecnologie e una vita pressoché immobile, rapporti umani sempre più labili e scivolosi, in cui esistono innumerevoli associazioni che finiscono per essere soltanto una referenza vuota in cerca di quattrini ma spiattellano continuamente VIVA LA LIBERTÀ, menomale che siamo democratici!, l’inclusione e qualsiasi forma di particolaricismo che definirei di ghetto, informazioni che piovono come grandine sulle nostre teste, percorsi di studi noiosi e inutili, lavori, che lo scomparso esimio antropologo David Graeber ha definito bullshit, fatti di ore interminabili, salari da fame, progressi e crescita vicina al meno uno e una pensione mirabolica di cui sicuramente non moriremo: si è più felici?

Scriveva Pier Paolo Pasolini nel film La Rabbia:

Se non si grida evviva la libertà umilmente, non si grida evviva la libertà. Se non si grida evviva la libertà ridendo, non si grida evviva la libertà. Se non si grida evviva la libertà con amore non si grida evviva la libertà. Voi figli dei figli gridate con disprezzo, con rabbia, con odio evviva la libertà, perciò non gridate evviva la libertà. Questo sappiate figli dei figli, che gridate evviva la libertà con disprezzo, con rabbia, con odio.
25 Aprile 2022

Ho percorso, il giorno del 25 Aprile, di lato e velocemente, il corteo di Milano.

Sapevo di alcuni cambiamenti e sapevo che vi avrei trovato soltanto disprezzo, rabbia, odio e così è stato. Non si respirava alcun clima di fratellanza, era semplicemente una parata di cantoni abbardati, urlanti, sprezzanti. Sebbene nel particolare delle nostre proprie vite riusciamo a trovare sempre e comunque i requisiti necessari a quella esperienza umana che ci rende vivi (generalizzo soltanto come auspicio personale) dal punto di vista sovrastrutturale, come cittadini siamo profondamente distaccati e distanti, aspramente e ferocemente disuniti, e non mi riferisco soltanto al nostro bel paese. 

La domanda giusta e ovvia sarebbe: di chi è la colpa? o semplicemente perché?

Ci prenderemo del tempo per rispondervi.

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