Dall’Hisarlık di Troia all’Odissea di Nolan: un viaggio tra Omero, archeologia, casting, licenze narrative e appropriazione culturale.
Io non volevo scrivere questo articolo. Ero partito con l’idea che l’Odissea di Nolan dovesse essere semplicemente boicottata (scusate il termine sinistro), in quanto ennesimo prodotto dell’oicofobia e dell’autocolpevolismo occidentali.
Non ero contrario a prescindere all’idea che Nolan girasse una propria versione dell’Odissea: a differenza di tanti altri che sostengono che il cinema di Nolan non sappia emozionare, ho apprezzato molto film come Interstellar e Tenet.
Le prime immagini dell’elmo di Agamennone, però, avevano subito fatto discutere: un coso plasticoso nero, con cimiero nero e una colonna vertebrale attaccata. Questo bizzarro attributo degno di Batman aveva subito fatto indignare tutti gli storicisti, o ricostruzionisti che dir si voglia, cioè coloro che ritengono che i film storici debbano essere quanto più realistici possibile nella rappresentazione delle armature.
Pur essendo uno studioso dell’Età del Bronzo – e qui denuncio subito il carattere di parte di questo articolo- non appartengo a tale schiera. Infatti, riconosco che il fare cinema è diverso dallo scrivere un libro di storia e che anche l’occhio vuole la sua parte: siamo abituati a vedere i guerrieri greci armati di scudi tondi (hopla) e di elmi corinzi dai cimieri rutilanti perché così vollero i primikolossal del cinema muto di inizio Novecento, quando ancora si pensava che i Micenei non fossero greci, quando il d’Annunzio inventò il saluto romano e quando i Vichinghi divennero cornuti. Pertanto, non pretendo di vedere elmi a zanne di cinghiale o scudi a torre, immagini alle quali lo spettatore non è abituato, dal momento che non se ne sono mai visti al cinema.
Del resto, l’attendibilità storica non è data solo dal realismo e film pieni di errori storici come Le crociate e Braveheart sono entrati a ragione nell’immaginario collettivo. Troy di Wolfgang Petersen non fa eccezione nell’immaginare i guerrieri micenei come greci di età classica e rappresenta persino dei cavalieri, quando nell’Età del Bronzo il cavallo era utilizzato solo per trainare il carro da guerra, però, malgrado le numerose licenze poetiche (dall’invenzione della spada di Troia all’uccisione di Menelao, fino ad arrivare a Patroclo cugino di Achille, memoria di un tempo in cui il politicamente corretto operava in direzione opposta rispetto a oggi), nel complesso è efficace nel trasmettere il senso dell’epica e il significato dell’opera omerica, con scene memorabili come l’immensa flotta achea, il dialogo tra Achille e Teti e Priamo (l’ottimo Peter O’Toole) alla tenda di Achille. C’è persino una menzione degli Ittiti!
Quindi, ero disposto ad accettare alcune licenze poetiche, posto che l’elmo plasticoso di Agamennone-Batman è oggettivamente inguardabile.
Col tempo, però, col progressivo annuncio delle scelte di casting, ad Agamennone-Batman si sono aggiunti Elena nera, Sinone trans, Atena meticcia, drakkar vichinghi e Lestrigoni dalle armature di plastica e si sono inasprite le polemiche tra i suddetti storicisti e chi ribatte accusando chiunque di razzismo e sostenendo che, dal momento che l’Odissea è un’opera fantasy, tutto è concesso.
In merito, ho un’opinione molto netta. L’Odissea, come l’Iliade, non è un’opera qualsiasi, bensì una parte fondamentale dell’epos nazionale dei Greci.
Agli occhi di un greco, la guerra di Troia, con tutti gli antefatti e gli epiloghi del caso narrati nei perduti poemi del ciclo, è un episodio storico, seppur collocabile al tempo del mito. Nessuno mise mai in dubbio che il conflitto fosse veramente avvenuto in un’epoca remota, e le fonti classiche ci forniscono una decina di possibili datazioni che oscillano tra il 1344 a. C. e il 1150 a. C. Quella divenuta canonica è la datazione di Eratostene (1194-1184 a. C.), mentre secondo Erodoto Omero visse 400 anni prima di lui e la guerra avvenne 400 anni prima di Omero, quindi intorno al 1250 a. C. Da una prospettiva (m)emica, la guerra di Troia, con i conseguenti Nostoi, i travagliati ritorni in patria degli eroi, è un episodio storico. Affermare, come Nolan, che l’Odissea è fantasy significa adottare una prospettiva etica, estranea al pensiero greco, il che già di per sé costituisce un atto di appropriazione culturale.
Tale sospetto viene rafforzato dalle scelte di casting: tutti si sono soffermati su Elena dalle negre braccia, ma a ben vedere Zendaya nel ruolo di Atena è ancor più discutibile. Infatti, un'Atena dai tratti subsahariani non è una scelta politicamente neutrale, bensì un riferimento preciso a un libro pseudostorico del 1987, Atena nera di Martin Bernal, il cui sottotitolo (Le radici afroasiatiche della cultura classica) è piuttosto eloquente. Il libro di Bernal, seppur stracolmo di pseFudoetimologie che neanche Vecchioni da Gramellini, non è così terribile come potrebbe sembrare a prima vista, ma viene spesso citato a sproposito ed è persino entrato nell’immaginario collettivo grazie a una canzone degli Almamegretta.
Infine, ciliegina sulla torta, c’erano state le dichiarazioni di Lupita Nyong’o sul poco spazio lasciato alle donne in Omero, a cui aveva sapientemente risposto Luciano Canfora.
Il professor Luciano Canfora
Per tutte queste ragioni, stavo scrivendo un invito a boicottare il film, quando improvvisamente ho saputo di essere stato ammesso a un programma di viaggio dell’istituto di cultura turco che tra le altre cose comprendeva una visita al sito di Hisarlık.
Ho potuto, quindi, vedere di persona le rovine del sito dove si sarebbe svolta la celebre guerra. L’attuale direttore degli scavi, Rüstem Aslan, mi ha detto che nei pressi delle porte Scee è stata trovata una grande quantità di ossa equine, il che confermerebbe che vi fu una guerra intorno al 1300 a. C.
Il sito, però, lascia con l’amaro in bocca e con moltissime domande: se è veramente Troia (e lo è, visto che ci sono passati tutti i grandi dell’antichità, da Serse ad Alessandro Magno e a Cesare, da Adriano a Caracalla fino ad arrivare al sultano Maometto II, poco dopo la caduta di Costantinopoli, quasi a simboleggiare la rivincita dell’Asia sulla Grecia), com’è possibile che non siano state trovate tavolette? Com’è possibile che attorno all’edificio più monumentale, la Pillar House di Blegen, dalle dimensioni comparabili a una sala del trono micenea, non ci sia un intero palazzo come a Micene o a Ḫattuša?
La spiegazione che si dà è che Troia fa parte di una cultura specifica dell’Anatolia occidentale in cui il centro del potere è rappresentato dal megaron, non dal palazzo di stile miceneo o ittita, ma comunque per la fase che ci interessa (Troia VI, 1750-1180 a. C.) non c’è traccia neppure del megaron.
La guida ci aveva promesso che, per completezza e per coerenza col nostro programma, una sera saremmo andati a vedere l’Odissea di Nolan in IMAX in una sala di Ankara o di Istanbul. Ad Ankara bisognava prenotare e a quanto pare nessuno dei miei colleghi voleva andare a dormire a mezzanotte, così non se n’è più saputo niente. Io che ero partito con l’idea di boicottare il film adesso lo volevo assolutamente vedere, anche perché sapevo che sarei stato per un altro mese in un paesino sperduto nella regione di Sivas e a Sivas certamente non l’avrei potuto vedere in IMAX. Tornato in Italia, mi sono reso conto che per vederlo in IMAX sarei dovuto andare al cinema di Porta di Roma e avrei impiegato due ore per arrivarci, facendo affidamento sugli efficientissimi mezzi romani e senza alcuna certezza riguardo al ritorno. Sebbene fossi determinatissimo a vederlo nel formato originale non tagliato, alla fine ho deciso di rinunciare alla lotta e sono andato a vederlo con un amico in un cinema piemontese di provincia, anche perché in fondo pensavo e penso che quella cacata non meriti più di 7€ di biglietto. Non me ne vogliano i fan di Nolan, ma girare un film in un formato disponibile in poche decine di cinema in tutto il mondo non è stata proprio una scelta lungimirante. Vedere questo film è stato, effettivamente, un’Odissea.
Come se non bastasse, quando abbiamo comprato i biglietti ci hanno detto che non si poteva ancora entrare nella sala e che il film sarebbe cominciato con qualche minuto di ritardo e in ogni caso ci avrebbero avvertiti. Arrivati davanti alla sala, abbiamo visto che stavano trasmettendo la pubblicità, ma abbiamo deciso di aspettare fuori. Appena un minuto dopo, hanno chiuso le porte lasciandoci fuori, e così il film è cominciato senza di noi e ci siamo persi l’incipit epico, che poi abbiamo dovuto recuperare in seguito.
Pum pum pum. Un viso! Pum pum pum pum. Una lotta! Pum pum pum pum. Una guerra! Pum pum pum. Un uomo! Pum pum pum pum. Un’idea. Pum pum pum pum. Un inganno. PUM! Un inganno per varcare le mura di Troia. Pum pum pum. E BRUCIARLA, RADERLA AL SUOLO!Pum pum pum pum. Shtacco. Cavallo plasticoso fuso abbandonato sulla spiaggia e siamo immersi in un’Odissea subsahariana.
L’incipit, come si diceva, è epico, ma la resa è discutibile: sono in dubbio se si tratti della messa in scena di una poesia futurista o dell’ultima giaculatoria di Spatalino contro ‘sto mondo elleggibbittì [PUM PUM PUM] o ancora della marcia degli Uruk-hai nel Signore degli Anelli. All’inizio, alcune scene sono effettivamente tagliate, per esempio la testa di Telemaco esce dall’inquadratura e dopo una decina di minuti mi è venuto il mal di mare. Il cavallo plasticoso è completamente diverso sia da quello che ho visto a Çanakkale (l’originale di Troy) sia da quello che ho visto sul sito di Hisarlık, basato sul pithos di Mykonos (inizio VII secolo a. C.), la più antica raffigurazione del cavallo (se si eccettua una possibile rappresentazione su un sigillo minoico).
Malgrado il cavallo plasticoso, la ricostruzione di Troia mi ha colpito immediatamente: pur presentando una sola cinta muraria come nel racconto omerico anziché due come sul sito, la città presenta abitazioni addossate alle mura senza un chiaro impianto stradale e un edificio monumentale che ricorda vagamente la Pillar House di Blegen. Anche la reggia di Itaca è ben fatta: le sue colonne rosse ricordano il palazzo di Cnosso.
Questo è l’elemento che più mi colpisce: la rottura del patto narrativo.
Nolan potrebbe anche farmi un’Odisseafantasy con le astronavi al posto delle navi greche e i Grigi al posto dei Troiani, oppure un’Odissea subsahariana (ancora ricordo un ottimo Orfeo negro di Albert Camus tra le musiche della bossa nova), ma un’opera dev’essere coerente con sé stessa. Non è coerente rappresentare Troia come doveva apparire nell’Età del Bronzo e poi fare Elena e Clitennestra nere, i compagni di Ulisse coreani e indiani e Atena mulatta. Peraltro, se l’intenzione era quella di avere un cast inclusivo sarebbe bastato introdurre il personaggio di Memnone, re degli Etiopi alleato dei Troiani intervenuto con un suo contingente di proto-ascari dopo la morte di Ettore e la sconfitta delle Amazzoni.
Narrativamente, un’altra scelta discutibile è quella di abolire l’episodio dei Lotofagi, lasciando a Calipso il compito di somministrare a Ulisse il fiore di loto, il che in un certo senso deresponsabilizza Ulisse nella sua scelta di restare sull’isola di Ogigia. Nonostante ciò, in una scena oltremodo ridicola, Calipso accusa Ulisse di non essere stato fedele a Penelope non perché da lei drogato ma per sua volontà. Mi chiedo se lə esponentə del Me too approvino questa scelta narrativa.
Calipso, poi, non è mai vestita alla maniera greca: Charlize Theron compare in scena coperta di reti e sembra uscita dall’ultima pubblicità di Dolce & Gabbana, caratteristica condivisa anche da Zendaya, che per risparmiare indossa lo stesso costume beduino che aveva in Dune e porta sempre con sé quella sua tipica espressione imbruttita e bambinesca. Anche Tom Holland conserva sempre la sua unica espressione, non si capisce bene se imbruttita o da imbecille spaesato, impressione che viene confermata dalla battuta più ridicola del film, quella in cui un Menelao appena tornato dall’ultima adunata del Veneto Fronte Skinheads, in un tipico spiegone all’americana, si presenta dicendo:
«Forse hai sentito parlare di me, sono il re Menelao»
il che lascia presupporre che Telemaco si fosse recato alla corte di Sparta non alla ricerca di notizie sul padre ma per mero divertimento, da bravo rincoglionito appunto. Quanto ad Agamennone, è un eroe senza volto seguito da un’aura di morte. Anche in questo caso, l’idea era interessante ma la resa (Agamennone-Batman) è ridicola. Si potrebbe quasi dire che Anne Hathaway si rivela l’unica scelta di casting azzeccata, perché è davvero perfetta per il ruolo di Penelope.
Oltre all’abolizione dei Lotofagi, la grave pecca di questo film è quella di aver ridicolizzato l’episodio di Polifemo
abolendo il vino e l’autoannullamento dell’eroe che afferma di essere nessuno, oltre all’aver tolto l’episodio dei Feaci, rappresentazione perfetta della xenìa greca. Nolan avrebbe potuto rappresentare Polifemo come un gigante buono, costretto al male dalla necessità e capace persino di provare sentimenti e di innamorarsi, come in età ellenistica, invece sceglie di non farlo neppure parlare.
Prima dell’uscita del film, si diceva che Elliot Page avrebbe interpretato Achille. Questa diceria non era del tutto infondata, nel senso che Elliot Page interpreta Sinone, colui che convince i Troiani a introdurre il cavallo in città, ma in realtà è un Sinone che prende il posto di Achille, visto che Ulisse nella sua nekyia incontra Sinone anziché Achille. La scelta di ambientare la nekyia nei mari del Nord è interessante, ma anche in questo caso la resa è pessima: associata ai drakkar vichinghi di Ulisse e compagni, finisce per spostare la scena in un’ambientazione nordica che neanche Omero nel Baltico di Felice Vinci o i video del generale Boomeracci ad Agartha avrebbero osato immaginare. Nolan inventa, poi, una storia insensata per dare importanza al personaggio di Sinone (che peraltro essendo mingherlino e rachitico è ridicolo in rapporto agli altri eroi greci), mentre trascura del tutto un altro episodio la cui resa sul grande schermo sarebbe stata di grande impatto, quello di Laocoonte. Va bene, l’episodio è narrato nell’Eneide e non nell’Odissea, ma non mi sembra che Nolan sia stato così scrupolosamente fedele a Omero.
L’unico episodio che funziona davvero è quello di Circe.
Circe abita su un’isola esotica e Nolan ce la introduce mostrandoci un leone. La scelta è molto interessante e filologicamente corretta: in età micenea in Grecia e in Anatolia c’erano i leoni, anche se qui a rigor di logica dovremmo essere in Terronia. Mi ha ricordato un po’ una scena di Romulus in cui compare un gatto domestico, ed è un dettaglio interessante perché il gatto domestico arrivò in Italia dall’Egitto proprio intorno all’VIII secolo a. C. Come al solito, però, Nolan vuole strafare, e inserisce anche una tigre e altri animali bizzarri, come in un film dell’ultimo Sorrentino, non Paolo ma Enzo (riposa in pace, Maestro!). Comunque, come si è detto, la rilettura dell’episodio in chiave femminista, con Circe che afferma di non aver trasformato i compagni di Ulisse in maiali ma di aver soltanto reso più evidente ciò che già erano, funziona. Il problema è che Circe dovrebbe essere una donna bellissima e ammaliatrice, magari con qualche tratto orientaleggiante (qui persino Lupita Nyong’o ci poteva stare bene), non certo una vecchia befana, e tra l’altro Ulisse si dovrebbe fermare da lei per un anno, invece nel film riparte immediatamente (del resto, chi si vorrebbe fermare ospite da quella vecchia megera?).
Complessivamente, è un film più interessante di quanto ci si potesse aspettare, con alcune idee giuste (ad esempio, il fatto di ambientare il travagliato ritorno degli eroi all’epoca delle invasioni dei popoli del mare è un ottimo tentativo di contestualizzazione storica) rese però in maniera pessima (i popoli del mare sono citati per ben cinque volte e le battute che li riguardano sono ridicole; Ulisse afferma, ragionando come un contemporaneo, che «la nostra Età del Bronzo è finita», seconda battuta più trash del film dopo quella di Menelao).
I dialoghi sono spesso ridicoli, a tratti scopiazzano Troy (es. il dialogo tra Ulisse e Penelope che ricorda quello tra Paride ed Elena). Il tono è fantasy più che epico e alcune scene sembrano richiamare persino Il Signore degli Anelli, in particolare la nekyia con relativo attacco dell’Esercito dei Morti e un finale che sembra la partenza di Frodo per le Terre Immortali (se non l’avete ancora visto, scusatemi per lo spoiler, ma in ogni caso non credo che capirete). Resto comunque dell’idea che questo film, col relativo tentativo di appropriazione culturale del mito fondativo dell’Occidente debba essere guardato con sospetto.
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