CROCIATA A CEUTA

Espandere la fortezza anti-coloniale

CROCIATA A CEUTA
Lettura boomer
L'assalto dei 60mila ci farà dedecolonizzare.

Mi strascico lentamente dalla cadrega al divano-puf marrone. Ma dove lo ha trovato quella strega della proprietaria?

Nothing good ever happens on the couch, unless you find some change pennies, grazie Joey Diaz ma oggi campo senza momento motivazionale. Ho una tazzulella di caffè turco sull’ombelico (aroma cardamomo – germoglio d’arancio) e il telefono praticamente appoggiato al mento.

Niscun m’ha da scassá u cazz, sono pronto al disimpegno civile più totale, mediterraneo-massimizzando. Le dita mi puzzano della Harissa du Cap Bon, una pasta di peperoncino tunisina con cui supplisco ad ogni condimento, vegetale o spezia che sia.

Fratelli magrebini, voi sapete campare. Massì, il mare è un vettore di culture… me lo hanno insegnato nella scuola elementare veltroniana. Italiani, spagnoli, greci, libici siamo un unico bellissimo sistema umano di fratella-

Mi bastano 5 minuti di scroll per digerire queste cazzate.

Isabella di Castiglia si alza fulminea dal divano.

Don Giovanni d’Austria inarca le sopracciglia e distribuisce note vocali iraconde.

Non è tanto l’evento in sé che dovrebbe agitare. Nell’infosfera più avanzata la vita per procura si aggruma attorno a eventi dal perfetto potenziale emotivo come questi. Di solito, meglio ignorare. La voglia di mattare saraceni invece mi viene ascoltando le reazioni della rete italiana.

Certi eventi delimitano chiaramente il Noi (bellissimi virtuosissimi) ed il Loro (orchi di Mordor). Certi eventi richiedono una alzata di scudi a prescindere, e richiamano un unico senso comune: Durezza per ragioni pubbliche, nonostante la chiamata della pietà, perché di questa abusano poteri avversari. E invece dai portici di Bologna alle cucine di zozze case vacanza ioniche, dal Manzanarre al Reno, risuonano:

empatia quotidiana trasformata in verbo politico

il piacere trionfo del fare da bastian contrario al bodere, il moralismo bramino dei più inutili laureati urbani.

e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
di quei ch’un muro e una fossa serra.

Cerca, misera, intorno da le prode
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s’alcuna parte in te di pace gode.

Qui il nasone parlava della Serva Italia, ma la Serva schiaffeggiata in Marocco non è lei. Pazientate, leggete questo splendido articolo e ci arriveremo. Torno prima allo scatto dal puf marrone.

In poche ore anni di ignoranza geografica e storica si sono riversati sul mio pomeriggio tranquillo. 

Tu odi i turisti, hai un lasciapassare.

Post che mi ha particolarmente causato riso scomposto, e vale la pena analizzare:

Ceuta è un residuo coloniale europeo sulla costa africana. Per questo, dire che tremila migranti marocchini sono “arrivati in Spagna” formalmente è corretto ma fa quasi sorridere: non hanno mai lasciato l’Africa. Hanno semplicemente superato il confine di un avamposto che l’Europa coloniale ha conservato dall’altra parte del Mediterraneo. Quella stessa Europa oggi batte i pugni sul tavolo e parla di invasione.

Ci sono 7 colonne portanti, esplicite ed implicite, che passano per questi sfigatissimi 413 caratteri.

1. Ceuta è un furto di terra, un ratto innaturale.

Furto da quali mani? 500 anni bastano e avanzano per agganciare un luogo ad un altro, o no? Ceuta è stata rifondata daccapo dagli iberici, è 100% spagnola dalla planimetria (guardate la differenza con una Casbah araba, da Tangeri a Tunisi) alla lingua alla struttura istituzionale. Quella frontiera è spessissima e verissima. Ma ancora: Ceuta è come Hong Kong o Gibuti, è un porto quasi franco che esiste e sopravvive perché si trova parzialmente in zone grigie geografiche e legali. Quando i porti franchi, le eterotopie vengono annesse alle terreferme, quindi staccate da status speciali o lontane metropoli, muoiono. Livorno era il porto del commercio inglese nel Mediterraneo, Trieste dell’Impero d’Austria – disconnessi questi porti dai loro status speciali, si sono afflosciati e non si sono mai ripresi dalla loro crisi, economica ed esistenziale. Senza buffi fiscali, cosa sarebbe di San Marino? Senza Spagna, Ceuta svanirebbe. 

2. Se un processo storico si può collegare al cosiddetto colonialismo, vive di uno status morale speciale.

Non esiste fazzoletto di terra sul globo che non abbia visto passare e sovrapporsi popoli e organizzazioni politiche nel corso del tempo. Alla nostra cultura piace ossessivamente sottolineare il diritto e la normalità del movimento umano – eppure, quello degli europei tra 1450 e 1950, NO! Che i Turcomanni calassero in Anatolia, i Greci fondassero città in Crimea, gli arabi islamizzasero metà del mondo conosciuto, ma gli spagnoli nel Rif o i francesi ad Algeri fanno categoria a sé. È il complesso dell’autofustigazione e dell’elezione di una violenza specifica come la unica memorabile. Di massacro ce n’è stato solo uno da ricordare, etc. etc. C’è disperato bisogno di superare questo complesso. Ci vuole coerenza argomentativa, o sana incoerenza egoista. O sei contro ogni spostamento di gruppi umani e ogni guerra, o li giustifichi categoricamente tutti, o apprezzi solo quello messo in moto dal tuo gruppo or ora, a tuo sozzo vantaggio. 

3. L’umanità è divisa rigidamente tra carnefici e vittime. Essere vittima dona diritti morali. Si può ereditare il crisma della vittima. 

L’intera miseria dell’altra sponda del Mediterraneo si basa su questo truculento pilastro dell’anticolonialismo arabo, che per motivi incomprensibili è pappagallata al di qua. L’arabo proletario (nel reale senso del termine), nato in condizioni di vita difficili, si trincera nell’orgoglio di questa miseria, sacralizzando il vittimismo. Come sofferente universale, come nero eterno, come vittima dell’onnipresente uomo bianco l’arabo si dà il diritto di marcire nella sua destituzione, ignavo ma auto-placato. Questa mentalità è di Stato, è politica ufficiale: nulla di meglio per gestire milioni di ragazzi incazzati. E per il benpensante Europeo prendere possesso di questa ciarla dona il diritto di puntare il dito ad ogni altro Europeo. Grande vittoria frà, torna a suonare male la chitarra al parco. Forse tromberai.

4. I diritti della gente marocchina si trasferiscono al Regno del Marocco.

Il nazionalismo degli stati postcoloniali è un miracolo di tecnica ideologica moderna. Il suddito del Regno del Marocco non dovrebbe essere la stessa roba del marocchino. Sappiamo tutti, per esempio, che gli italiani sono esistiti molto più a lungo dello stato italiano, e sopravvivranno alla sua estinzione (speriamo prossima). L’irredentismo dello Stato marocchino, sotto il quale nessun Europeo mai vorrebbe vivere, è preso alla lettera ed accettato anche di qua. Lo spagnolo non può rivendicare la sua connessione culturale e politica con una rocca abitata da spagnoli da 500 anni, ma questa baracca che non sa dare pane ai suoi figli sì.

5. Gli Europei hanno il dovere di prendersi cura dei poveri laggiù, ma non viceversa.

Altro trucco del vittimismo arabo, quando qualcosa non funziona è colpa del passaggio dell’uomo bianco e del suo fantomatico perdurante potere. Di conseguenza, troveretre facilmente rivendicazioni del tipo “i leaders occidentali non fanno nulla per i popoli del Maghreb”. Perché mai dovrebbero? Perché il popolo marocchino non è responsabile del suo autogoverno? Sono forse figli di un Dio minore? () Poi, qualsiasi sarà la politica estera di Spagna, Italia o Francia nei confronti dell’altra sponda, sarà tacciata di neo-colonialismo. In questo momento il governo italiano è disprezzato perché sostiene la autoctona e domesticissima dittatura di Kais Said in Tunisia; 15 anni fa il problema era planare il Afghanistan ad esportare democrazia. È un impasse verbale senza fine.

6. È necessaria una divisione razziale e politica assoluta tra continenti.

Paradossalmente, più ci si dichiara anti-razzisti, più si crede che il Mare divida razze che non possono assolutamente interagire, quindi magari combattersi. È AFRICA, NON CAPITE? Africa gli africani!

7. Il confine non va difeso necessariamente, non è sacro.

Il buon vecchio Roger Scruton notava che al cadere della sacralità del territorio statale, ci resterebbe massacrarci per appartenenze etno-religiose o di classe. Esattamente il tipo di violenza che il nostro orrendo interlocutore denuncerebbe nei Balcani, nel Levante, etc. Quando si parla però dei confini europei, della relativa pace sui nostri territori, la fantasiosa letteratura sulla tirannia dei confini statali e di Schengen può riempire intere biblioteche.

A forza di credere in queste stronzate, non ci siamo accorti che ora i colonizzati sono colonizzatori. 

L’asimmetria morale basata sull’idiozia storica porta a pensare che gli europei siano ancora dei colonialisti. Nulla di più errato. È il Marocco ad esistere in una dimensione ideologica coloniale, usando questo aggettivo come farebbe l’autodichiaratosi anticolonialista. Il Marocco, come Israele, assomiglia ad una vecchia Europa. Ma non sanno di muffa, anzi: hanno il futuro in mano.

Lo stato marocchino non ha cittadini, ha sudditi, e non è roba da precisini. C’è un Re, che dispone dei marocchini come vuole, attraverso la piena cooptazione delle élites ed un sistema di istituzioni intermedie completamente soggiogate. Con uno Spritz analcolico perfettamente dosato di religione, nazionalismo ed intimidazione quotidiana, il marocchino è posto a servizio di una macchina autoreferenziale e violenta. 

La colonizzazione – vera, stile palestinese – del Sahara Occidentale non si ferma dinanzi alla sua futilità, e perché no, domani potrebbe estendersi a Ceuta e Melilla. È ora politica ufficiale degli Stati Uniti d’America: strappare la Groenlandia alla Danimarca e sviscerarla di miniere, nonché fare piazza pulita degli europei nelle città spagnole d’oltremare. 

Il trasporto di migliaia di disperati al confine è avvenuto durante la Fête du Trône – ovvero mentre la Monarchia marocchina sfoggiava il suo potere su un territorio pieno zeppo di regionalismi, di milioni di ragazzi pronti a scappare e famiglie che campano di rimesse, di turismo usa e getta, di agricoltura intensiva con acqua che non esiste… È una bolla, una truffa, una targa polacca a Napoli. Mentre i prefetti si inchinavano in televisione davanti al Re, le ferrovie marocchine si paralizzavano perché troppa gente assaltava i treni per tornarsene da Ceuta. 

Quella carne da macello dei sudditi marocchini non sono solo spediti a sparare ai beduini nel deserto. Hanno costruito le loro rocche in Europa. Se un territorio finisce per essere governato da una comunità capace di esercitare violenza a terra, è una colonia – fuori Marsiglia, Barcellona e Milano ci sono colonie, dove se non sei nel giro e non hai la faccia giusta non entri e non lavori. 

Giusto così.

È giusto e normale che così sia. Siamo noi Europei a dormire in piedi. Per noi non esistono fini collettivi a parte mantenere tutto com’è proprio ora, e passarcela bene. L’Europa è archeologica e, di fatto, inerme quando arrivano i nuovi stati coloniali. 

Non eravamo così. Da Poitiers a Lepanto, quando l’Altro ha troppa velocità e avanza rosicchiando le estremità del Continente, serve un raro atto strategico e simbolico . Ad un certo punto, nel nome dei propri confini e della pace, c’è da gettarsi di là e fare guerra, senza vergognarsene – i governanti dalle lingue semitiche non si vergognano, anzi. Che regni e ducati di tutta Europa mandino rinforzi al confine. 

Invochiamo una spedizione preventiva in Marocco e la fortificazione massima di Ceuta e Melilla. Si fa copia-incolla dalle kill-zone di Gaza e del Donbass: quando una nuvola di droni-telecamera individuano una persona vicina alla recinzione, un cannone navale Breda procede a vaporizzarla. Se il cannone supera le 5 munizioni sparate in un giorno, un Bayraktar decolla automaticamente da Granada e si abbatte in mezzo a Casablanca. 

Leggiamo ovunque che Marocco, Turchia etc. hanno un coltello dalla parte del manico, perché possono aprire i rubinetti umani quando vogliono. Questo è vero perché gli Europei si vergognano a caricare la gente a forza sulle navi. Se domani mandassimo un milione di marocchini o di turchi a casa, disintegreremmo le strutture statali che ci minacciano. Non esiste nemico peggiore di una coorte di giovani uomini incazzati e organizzati. L’Europa ha il potere di disintegrare gli stati magrebini quando più gli piace. Sarebbe ora forse di farlo, o minacciarlo ceredibilmente. La remigrazione è un arma di distruzione di massa per entrambe le sponde, non solo la nostra: alleniamoci all’uso del pulsantone rosso. 

Bisogna fermare questi barbari colonizzatori. Smettiamola di pensare l’altra sponda vittimisticamente – è una sovversione che ha funzionato troppo a lungo. 

Avevano ragione i postfascisti negli anni ‘70, l’Europa delle nazioni e degli stati esiste. Quella liberale a Bruxelles è un gioco da banchieri e laureati repressi; quella euro-atlantica una boomerata da finanzieri, thinktankari e tecno-ottimisti. Davanti alla sfida di un Loro vero, capace e subdolo, un Noi si sta cementificando, forse credibilmente. 

Un metro avanzato a Ceuta dai castigliani vale 100 km nella Grande Marcia della guerriglia culturale. 

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