Ode alla contraffazione del lusso

Burn Birkin Burn

Ode alla contraffazione del lusso
Lettura boomer
Tira più una Gucci limited edition o un calzino Folce&Cabbana? Oppure una giacca Ventace e una borsa Youi Vitteon colmeranno il vuoto lasciato da vostro padre

L’industria del lusso vive di esclusività e di contraffazione. O quantomeno della sua apparenza: essa nutre le illusioni del popolino che crede fermamente in tutto ciò che luccica ritenendolo oro massiccio.

Per quanto le grandi marche dicano di campare sulle vendite ai ricconi, quella manciata di borse vendute a migliaia di dollari a rapper americani, le vendite che davvero contano a bilancio sono quelle fatte al popolino.

Quelle fatte a chi stenta ad arrivare a fine mese, ma ambisce a possedere le grandi marche fuori dalla propria portata.

L’industria del lusso vive sulla miseria umana, ma si ammanta di una supponente superiorità etico-morale più fragile di un Cybertruck quando ci dice “Non comprare contraffatto amio, UwU”.

Viviamo in una società basata sull’apparenza economico-estetica, dove se non hai la tuta Adidas completa sei peggio di un barbone, e ci tocca pure sentire Adidas piangere miseria quando compriamo la copia dai bengalesi nelle metro puzzolenti di piscio (Average Milano experience). A piangere miseria e urlare allo scandalo della contraffazione sono le aziende che, ad ogni “nuova versione” dello stesso prodotto, si limitano a cambiarne il colore e alzare il prezzo.

Basta con la retorica ipocrita del “danneggiamento dell’economia locale”, quella è bella che morta putrefatta e abbandonata in un canale di scolo di un datacenter a Rozzano. Uccisa per mano degli stessi grandi marchi che hanno ucciso l’artigiano di paese negli anni ’80, pretendendo ora di rimproverarci se compriamo le Nike farlocche.

Ipocriti.

Spostano la produzione in Cina, dove sfruttano lavoratori in condizioni di lavoro vergognose, inquinano e danneggiano la salute della popolazione locale senza rimorsi, dove la materia prima (plasticaccia fatta con gli ultimi dinosauri) costa un cazzo, per poi rivendere il tutto allo stupido occidentale bianco con un sovrapprezzo del 500%…

Nei loro negozi creano una falsa aura d’eccellenza, illusoria ed evanescente, carestie artificiali di prodotti per indurre il panico nella clientela disperata d’approvazione e con la mentalità della scarsità, retaggio della miseria della guerra.

I negozi vuoti senza prezzi inducono il consumatore a prendere senza sapere, luoghi dove senza un commesso personale che ti sta attaccato come una sanguisuga (ma che però non sa dirti cosa c’è in magazzino) non puoi comprare, anzi, devi attendere sia libero di aiutarti anche se sei l’unico cliente in tutto il negozio, perché vogliono che durante l’attesa tu decida di riempire il vuoto temporale e nell’anima che senti con più prodotti.

Questi luoghi pretendono di elevarsi sopra le bancarelle degli imprenditori del Nord Africa con l’idea di originalità, qualità, cura del cliente… Eppure, i loro vestiti perdono i bottoni, i bracciali d’oro arrugginiscono, mentre il marocchino con la sua tovaglia stesa per terra a mostrare la sua merce sulle strade assicura la massima qualità di ogni singolo occhiale da sole GVCCI che vende.

L’esclusività non esiste, non più.

Notizia flash: una scarpa è solo una scarpa e se coperta di loghi è ancora solo una scarpa.

Inutile pretendere di avere reinventato la ruota quando non si è stati i primi a scoprirla.

I marchi sono ormai vuoti di significato e ricchezza, simulacri del lusso morente poiché tutti lo vogliono, subito: sono di fatto tenuti in vita solo da masse di disperati pronti a gettare i loro soldi per pura e semplice apparenza estetica, senza pensare alla reale utilità di ciò che compriamo.

Se la società desse più valore allo sterco di mucca nessuno vorrebbe una Louis Vuitton, ma una montagna di merda.

Forse saremmo tutti più felici e con giardini più verdi.

La qualità di un tempo è ormai sparita in funzione al guadagno derivato dalla vendita di prodotti scadenti alle masse. Edizioni limitate che non finiscono più, collaborazioni sparate a raffica senza ragione i cui elementi cadono a pezzi… Non si salva nemmeno il cibo: il tonno pinna gialla è branzino tinto di rosso, il caviale è fatto con le interiora dei pesci. Se questo è il “lusso” tenetevelo pure.

IL LUSSO È MORTO.

Ucciso dalle sue stesse componenti capitalistiche che, come un cancro, hanno divorato tutto per un pugno di dollari in più… perché a noi la qualità c’ha rotto er cazzo!

Noi non volgiamo gli originali (che ormai d’originale non hanno nulla). Noi vogliamo le taroccate, i farlocchi, i copioni e gli vogliamo adesso!

Il mercato del lusso stesso permette l’esistenza della contraffazione: se fosse davvero così nociva per i grandi marchi credete davvero che lascerebbero che sia così diffusa?

In House of Gucci, Gucci stesso complimentava la qualità dei finti Gucci, dicendo che li avrebbe comprati per quanto erano fatti bene.

In Cina esistono interi centri commerciali di prodotti contraffatti: maglie, orologi, borse, persino lenzuola, nulla è immune alla duplicazione.

Di più, potete comprare prodotti contraffatti di alta qualità.

Dato che praticamente tutto il lusso del mondo è prodotto dalla grande tigre asiatica (e se vi dicono di no sono bugiardi senza Dio), le aziende cinesi che producono per i grandi marchi non si fanno problemi a fare dei pezzi in più senza logo da vendere autonomamente.

Cos’è d’altronde un logo alla fine?

Solo un nome imposto, una caratteristica distintiva. Una Birkin alla fine della fiera resta una borsa per le mamme (molto ci sarebbe da discutere su come le Birkin abbiano perso la loro vera natura) anche se manca il logo Hermès.

Perché alla fine è quello che paghiamo davvero: il logo.

Un nulla cosmico da un punto di vista materiale, ma di grande importanza sul piano spirituale e mentale.

Liberatevi del giogo immateriale del logo! Poco importa se manca un’etichetta o una targhetta identificativa, la cruda verità è che una volta messo un vestito di marca nessuno lo riconosce se non può leggere l’etichetta (o se non ve ne vantate voi).

Volete un’altra notizia sconvolgente? A meno che non siate degli esperti con anni di pratica alle spalle non sarete in grado di riconoscere un falso (o “high grade designer replica” come dicono adesso i commercianti cinesi che spopolano su TikTok da quando Trump ha alzato le tariffe) da un originale. Nessuna persona comune si accorgerebbe della differenza senza un controllo approfondito.

Quindi fatevi un favore, andate a Guangzhou e rifatevi il guardaroba. Volete Hermès, Prada, Gucci? Troverete tutte le ultime collezioni e i grandi classici. Supreme, Under Armor, Trussardi? Basta chiedere in un pessimo cinese e vi si apriranno le porte del paradiso della contraffazione. Corridoi in stile liminale traboccanti di vestiti, borse, calzature con luci led e musica pop in cantonese a palla, ogni centimetro pieno di merce e persone, negozi ovunque in piena luce del sole vicino a palazzi di aziende internazionali, con la polizia fuori per scoraggiare i ladri di falsi. Un commercio “legalizzato” dallo stato: volete le buste di carta arancione col logo Hermès perché quella in plasticaccia nera non vi garba? Non temete, contraffanno anche quelle e se serve producono anche scontrini da mostrare in dogana per legittimare l’acquisto.

I cinesi sono cinque passi avanti.

Nessun personal shopper, nessuna attesa inutile, cartellini del prezzo ben in vista. L’antitesi completa del luxury brand store. Qui nessuno vi dirà che c’è una lista d’attesa per un paio di scarpe: qui vi sbattono in faccia il totale su una calcolatrice degli anni ‘60 e accettano solo pagamenti tramite WeChat. Una volta che sarete carichi di buste piene per ogni stagione spedite tutto a casa tramite uno degli innumerevoli servizi di consegna che appena fuori dal “centro commerciale” attendono solo di potervi servire.

Il vero gamble è vedere quante Fendi finte potete far arrivare a casa passando la dogana italiana, proverete un rush più forte che alle corse di ragazze cavallo.

Vedrete congolesi che comprano in bulk Versace da rivendere sulle spiagge della riviera romagnola, cinesi che comprano Jimmy Choo da usare in ufficio e youtuber americani che cercano di negoziare il prezzo di interi set per neonati targati Adidas. Se sarete fortunati verrete approcciati da un “cool uncle” 靠谱大叔 per essere portati in un secret market con un’entrata più introvabile di Agartha, dove vi aspettano copie ancora più audaci e fedeli.

Ma perché limitarsi alle copie perfette di prodotti già esistenti? La vita è breve e la massificazione della società ci ha reso tutti uguali, ormai indossiamo tutti Giorgio Armani.

Osate, siate originali… Prendete le contraffazioni barzotte!

La maglietta di Gacci, le scarpe Avivas, le cinture Ermezio! Combinazioni di colori saturi e contemporaneamente slavati mai prima concepite da alcuna mente umana saranno il vero tratto distintivo del vostro armadio. Grafiche infondate, scritte approssimative, errori di continuità di famosi IP, cuciture improponibili, taglie dubbiose… la vera originalità.

Ormai per farsi notare serve la simpatica maglietta comprata dal vu-cumprà in spiaggia, quella prodotta da un cinese che non sa l’inglese con scritto “I love cocaine and depression”. Se girate per le strade di Milano durante la Fashion Week farete girare più teste voi con un Moncler palesemente falso o uno zaino “Iken” che un’influencer con la borsa piccione di Balenciaga.

Il lusso è una truffa, un inganno. Tanto vale quindi comprare qualcosa che sa di essere una truffa e non lo nega, anzi lo rivendica. Rispolverate le Pollystation e le ciabatte Phila comprate da vostra zia vent’anni fa. Indossate il contraffatto con orgoglio perché il mercato del lusso vi ha abbandonato e il vuoto può essere riempito ad un quarto del prezzo.

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