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FERRO DI CAVALLO- POUND E PASOLINI GEMELLI CONTRO

Pound e Pasolini: mematori ante-litteram?

FERRO DI CAVALLO- POUND E PASOLINI GEMELLI CONTRO
Lettura boomer
Pound e Pasolini: mematori ante-litteram?

Quello che sorprende dell’incontro di due giganti del Novecento, tracciato da Luca Gallesi in “Pound e/o Pasolini”, è la manifestazione d’uno spazio entro cui divergenze politiche e ideologiche sfumano in favore del ricongiungimento sotto il segno della Poesia.

Questa intervista conserva il suo valore oltre le specificità di qualsiasi periodo storico. In essa i due protagonisti indiscussi per erudizione e impegno politico-letterario hanno messo in atto sugli schermi una parabola esemplare del puro dialogo.

Questo appare chiaro fin da subito dalla lettura, che si articola nella rapida descrizione di due figure così imponenti, seguendone le vicende biografiche e letterarie, convergendo infine verso un punto di comunione tra i due poeti, espresso nelle immagini della famosa intervista del 1967 fatta da Pasolini a Pound, trasmessa in tarda ora serale sui canali della Rai, durante la quale sono le voci degli stessi protagonisti di questo fatidico incontro a rimarcare una definitiva corrispondenza fra i loro due mondi all’apparenza tanto distanti.

Parte da due matrici stilistiche così distanti e una coppia di ideologie contrastanti, ma si risolve in un territorio comune che oltrepassa le dimensioni culturali più faziose. Una possibilità che è forse troppo spesso dimenticata in epoca contemporanea, dove si scontrano forze opposte che facilmente non ragionano sulle premesse della propria posizione, rendendo impossibile la convivenza del diverso nello spazio umano, nel quale sono coinvolte e lasciate intatte le tensioni che polarizzano un corpo sociale. Pound e Pasolini ci ricordano che questo è possibile, e pertanto vale la pena riportare alla luce in un libro quel momento di alta letteratura e soprattutto alta umanità, dove due spiriti, che Gallesi definisce “affini”, si toccano. Forse da qui nasce quella tendenza italica al rossobrunismo?

Per dire in che modo sia avvenuto questo contatto tra i due poeti bisogna ricordare sinteticamente i due protagonisti del libro e osservare come essi si siano riconosciuti simili.

Ezra Pound è stato tra le figure più influenti della letteratura del ‘900, è ricordato soprattutto per il suo tentativo di dare all’America un poema nazionale, così come Dante fece per l’Italia con la Commedia, tentativo da cui nacquero i Cantos. Pound si dedicò anche alla politica, con ripercussioni biografiche tutt’altro che leggere: da intellettuale interessato e apertamente aderente al fascismo, durante la Seconda Guerra Mondiale pronunciò numerosi discorsi alla radio italiana, un atto che gli procurò una reclusione di settimane in pochi metri quadrati sotto il sole cocente di Pisa.

Gallesi scrive dell’opposizione di Pasolini a firmare la mozione di rilascio per Pound, richiesta da molti intellettuali italiani (compresi alcuni di sinistra e amici del poeta italiano, come Alberto Moravia) in virtù della sua autorità letteraria, che, però, secondo Pasolini, non era una giustificazione valida per non pagare una giusta reclusione.

Per Gallesi il giudizio di Pasolini sull’autore americano è aspro, frettoloso, ideologico, quantomeno fino all’intervista del ’67, quando tutto cambia.

Pound, per finire, si dedicò anche alla critica dell’economia americana: questo rimane certamente l’aspetto che soprattutto congiunse i due, entrambi critici del consumismo e dell’industrializzazione, entrambi abitati dalla nostalgia per la civiltà rurale preindustriale, idealmente portatrice ancora di valori incontaminati. La ruralità vera, non quella da storie Instagram in Puglia con l’hashtag #vitalenta.

Pier Paolo Pasolini –poeta, intellettuale, regista– è stato insieme a Pound tra le figure più corrosive del Novecento. Dopo un esordio puramente letterario si è dedicato alla denuncia del potere consumistico e capitalistico che in Italia si stava imponendo sotto il segno della borghesia.

Si può dire che la sua stessa vita abbia prodotto nel corpo sociale l’effetto che egli ricercava con la propria letteratura: lo scandalo, che lo ha condotto ad affrontare 33 processi.

La sua è una figura segnata profondamente dalla lotta contro numerosi “persecutori” e da rapporti complessi con la massa mediatica anche in ragione delle sue vicende affettivo-sessuali; quest’ultima è, poi, una questione ampiamente discussa e che ancora oggi fa discutere, la cita anche Glasond nell’attacco della canzone “Faccio chiudere Fanpage”.

La morte prematura tutt’oggi è avvolta in un dubbioso movente.

Un fascista e un comunista-marxista, un vecchio poeta americano e un giovane poeta italiano, un recluso nonché reietto del proprio paese e uno scandalo vivente. Le premesse dell’intervista tra Pound e Pasolini erano esplosive. Un crossover pazzesco, altro che Marvel. Lo sapeva bene Olga Rudge, compagna di una vita di Pound, timorosa che l’influente ed eloquente comunista Pasolini sfruttasse l’occasione per infierire sul vecchio Pound, ormai da lungo tempo ritirato in un periodo di silenzio (il suo tempus tacendi).

Le cose però andarono diversamente. L’incontro fu sospeso in uno spazio come staccato dalla storia precedente dei due protagonisti. Le discrepanze passarono su un piano secondario, i due visi tanto diversi – quello di Pound anziano e costellato di espressive rughe, quello di Pasolini scavato e sempre acceso di una feroce dolcezza – non s’evitarono. L’intervista dei due sembrava seguire quella parabola che naturalmente si delinea accostando i due poeti.

Figure esuberanti e corrosive, segnate entrambe dalla persecuzione e dalla emarginazione nonostante la grande differenza d’età, due amanti della libertà e immancabili critici dell’avidità, due osservatori del Sacro nel reale (per Pound sotto il segno di Confucio, per Pasolini una laica sacralità tutta contadina e impressa nel sogno) che si avvicinano solo per incontri e distanze, ideologiche e spirtiuali, finendo nel coesistere in un naufragio sotto la forma del “patto” cosciente e trascendente le reciproche tensioni: riconoscersi nel ruolo dell’artefice, colui che comunque, sempre crea, quale che sia la materia.

I due poeti si riconobbero, insomma, comuni nella verità del poeta, distanti per età e vita, ma vicini per sofferenza.

Così, infatti, Pasolini sceglie di iniziare l’intervista: riappacificandosi con Pound, leggendogli quei versi degli stessi Cantos che raccontano la pace fatta da Pound con Walt Whitman (A pact”, appunto) lungamente “detestato” dal vecchio poeta intervistato, riscrivendoli in quel momento perché fossero insieme riconciliazione e riconoscimento del ruolo magistrale dell’interlocutore, antico nemico e in pochi momenti divenuto “padre” nell’età della maturità letteraria.

L’intervista procede come procede la poesia di Pound: per tensioni orchestrate dall’alternarsi delle domande quasi impaurite della voce di un Pasolini tornato “a scuola” e le risposte lente, ponderate, dirette della sottilissima voce di Pound, grave nella sua sacralità.

La parabola si conclude così come si conclude l’intervista: col cenno d’intesa silenzioso da poeta a poeta. Lì dove possono prevalere le controversie, le enormi difficoltà nel ricongiungersi, dove si viaggia per logiche dissimili, dove le idee grottesche si intrecciano solo per graffiarsi, ottenendo quello che sembra oramai rimanere del corpo culturale: la carcassa rimorta nell’oceano di anonime informazioni, come generate da un automa con il codice sorgente preimpostato dalla matrice del potere.

Anche lì, che poi è il qui in cui ognuno di noi, senziente e vivente, alienato o sveglio, risuona il patto di Pound e Pasolini: ci ricordano che ci sono spazi che rimangono inalterati, siano pure dimenticati, ma comunque liberi dalla malattia borghese denunciata dal poeta italiano e dalla ferocia dell’usura denunciata dal poeta americano, che hanno infettato le coscienze attraverso la rete culturale che ha il monopolio nel nostro tempo.

Resistono spazi di libertà, quella libertà per cui Pasolini è morto e per cui Pound fu emarginato. Avevano tutto di contrario fra loro e in loro, meno che l’amore per il miracolo. Pound “tentò di scrivere Paradiso”, ossia con la mano del poeta cercò di delineare l’immagine più vera della realtà, purificata dalla nebbia novecentesca e di gridarla al lettore, così come Pasolini tentò di mettere in guardia l’uomo dalla malattia borghese, che infettava l’Italia e l’infetta ancora sotto sempre nuove forme.

Come, però, esistono nuove forme di oppressione ed alienazione delle masse, così esistono anche forme nuove che esprimono il desiderio della massa di divincolarsi dalla morsa del potere culturale dominante. È stata costruita una nuova arma: il meme.

Pound e Pasolini si ritrovano nello stesso luogo, slacciato delle ideologie correnti, parlando il linguaggio poetico, ma senz’altro avrebbero potuto scegliere il meme, avrebbero memato il loro grido che oggi ci raggiunge in favore della libertà. C’è chi già lo sta facendo, c’è chi si arma del nuovo linguaggio e fende la nebbia per restituire la luce al mondo, a suon di meme.

Questo il retaggio più significativo reso evidente da quell’intervista del ’67, oggi rinarrata da Gallesi in poche e intense pagine.

Ci si chiede quali siano quelle parole che meglio intercettino il destino comune a Pound e Pasolini. Due vite lacerate da questo destino che sentivano essere degno anche della morte, un destino per cui si amasse e insieme ripudiasse la guerra, quando combattuta per la giusta causa, per cui si ricominciasse comunque e sempre a combattere.

La risposta si trova in un testo dei Cantos del vecchio Pound. Ci sono le tracce di queste due figure, tanto audaci, che sono arrivate lontano. Fino, magari, al Paradiso.

Dai Cantos di Ezra Pound

Il miglior Fabbro. Canto LXXII, a Marinetti

[…]
ma se vuoi ancora combattere, va; piglia qualche giovinotto
pigiate hualche ziovinozz’ imbelle ed imbecille
per fargli un po’ di coraggio, per dargli un po’ di cervello
per dare all’Italia ancor’ un eroe fra tanti;
così puoi rinascere, così diventare pantera,
così puoi conoscere la bi-nascita, e morir una seconda volta
non morir viejo a letto,
anzi morir a suon di battaglia
per aver Paradiso.
[…]
Ma io ebbi la pelle convulsa
fra le mie spalle,
e il mi polso preso
in sì ferreo laccio
che muover non potei
né mano né spalla, e ad afferrare il polso
io vidi un pugno
e non vidi avambraccio
che mi tenne come chiodo in muro;
mi crede insulso chi non ha fatto la prova.
E poi la voce che prima furiava,
mi disse feroce, dico feroce, ma non ostile
anzi era paterna quasi, come chi spiega
in mezzo di battaglia che deve fare un giovin’ poco esperto:
“La voglia è antica, ma la mano è nuova.
Bada! Bada a me, prima ch’io torni
nella notte.
Dove il teschio canta
torneranno i fanti, torneranno le bandiere”.

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