18 ore

Daua

Nel regno del possibile

Daua
Lettura zostile
"Noi pirati, dei soldi non ce ne facciamo nulla, se li tenessero pure. Ci serve l’avventura per sopravvivere, abbiamo bisogno di farci male; è per questo che dobbiamo accettare la trasmissione di usi e costumi dai nostri avi… per andarci a schiantare con dignità"

“Esiste solo un alleato per sopravvivere dentro Daua: il tempo. Con la sua relatività, esso dipende esclusivamente dai suoi protagonisti: chi rimane in piedi, tra le macerie, vince.”
Daua p.11, Sebastiano Caputo

“Il tempo è superiore allo spazio”
Papa Francesco

Come insegna Philip K. Dick nella “Svastica sul Sole” e la filosofia dei mondi possibili di David Lewis, ogni universo narrativo è reale ed esiste in una dimensione parallela. Il gioco sta nel riuscire a mettersi in comunicazione ed entrare in queste dimensioni. Chi ha le chiavi riesce ad aprire tutte le porte, anche quella di Daua.

Daua è una finestra sul mondo, una porta magica, che permette di entrare in stanze di potere, ma anche di ipocrisia. Il nuovo romanzo di Sebastiano Caputo aggiunge un tassello alla sua storia e, soprattutto, aiuta a capire la sua autocomprensione (sempre importante, come ci insegna lo Heidegger). Lo avevamo intervistato nel primo numero di Proiettili, Basta parlare di guerra, questo libro fornisce una visione romanzata di molte di quelle avventure.

Una spy story, così recita il sottotitolo, che ribadisce quello che i nostri colleghi di Dissipatio ripetono dal giorno zero: il mondo oggi va visto sotto l’occhio dei servizi segreti.

I retroscena, quello che viene detto a porte chiuse, spesso è ciò che conta davvero.

Durante la guerra fredda, nella narrazione che ne facciamo, i protagonisti sono proprio le spie: russi, americani, tedeschi, israeliani, un mondo pieno di segretezza che viene raccontato come lontano.

Ma la guerra fredda l’hanno vinta gli americani e probabilmente il ruolo dei servizi non si è esaurito, ma si è espanso e, come tutte le cose per essere potenti ed invisibili, deve essere nascosto sotto gli occhi di tutti. Ecco spiegato film e libri per dissimulare. Daua è in questa tradizione, ma la storia è reinventata secondo le sensibilità del protagonista/scrittore. L’Italia ha una postura da recuperare, il libro lo ricorda guardando al grande gioco in atto per salvare Alessandro, l’amico di Giovanni (protagonista del libro) rapito in Iraq, che muove la trama.

Come sarebbe il mondo se le cose andassero diversamente? Si chiedeva la scorsa edizione di Bayram. Alteriamo leggermente la domanda per rispondere: come sarebbe il mondo se le cose fossero andate diversamente? Noi di Blast saremmo tutti al gabbio. Sì, probabilmente anche tu che leggi questo articolo saresti indagato e con qualche spyware nel telefono (oltre a Palantir, che fraternamente salutiamo).

“I «cosmopirati» del collettivo Blast, tre ragazzi in tutto, furono intercettati e portati nel carcere minorile di Casal del Marmo, a Roma. Solo dal Vaticano, in difesa di quei giovani che non avevano fatto nient’altro che una «ragazzata».”
Daua p.112, Sebastiano Caputo

Tempi duri, memare nell’epoca del post-Covid e del controllo è difficile e nel mondo di Daua solo il Vaticano ci viene in aiuto, dimostrando ancora una volta che la Chiesa è la trap. Ricordiamo che anche l’hacker calabrese che faceva il doppio gioco con(tro) Epstein lavorava per il Vaticano. https://www.totalitarismo.blog/vincenzo-iozzo-hacker-di-epstein/

Ma oltre questo, oltre la storia, il libro è ricco di frasi apodittiche, da guru, che permettono di riflettere sull’attuale condizione della società dello spettacolo.

“Ciò che è apparentemente frivolo, può essere in realtà molto più politico di un qualsiasi talk show mummificato.”
Daua p.9

“Essere capi implica l’assunzione di un difficile compito: riconoscere la radicale differenza che intercorre tra titolo ed esercizio.”
Daua, p.103

“La realtà umana si corrompe facilmente, e per ogni scelta temeraria c’è un prezzo da pagare.”
Daua, p.29

La domanda tacita che pervade tutto il libro, che ognuno di noi si fa costantemente, riguarda il senso della vita. Don Tancredi/Fra Placido è il convitato di pietro che accompagna Giovanni/Sebastiano nella sue vicissitudini: “perché lo faccio?”. Il mondo ti lusinga con le sue promesse, ma resta il fatto che quello che ti dà alla fine non basta. Forse l’avventura, come ricorda il capo dei servizi: “Noi pirati, dei soldi non ce ne facciamo nulla, se li tenessero pure. Ci serve l’avventura per sopravvivere, abbiamo bisogno di farci male; è per questo che dobbiamo accettare la trasmissione di usi e costumi dai nostri avi… per andarci a schiantare con dignità”. Alla fine questa è la domanda che muove tutto, che lacera l’attesa della moglie di Alessandro e che colpisce, più spesso di quanto è scritto, il nostro protagonista. Un senso che va cercato nel silenzio, questo è ciò che muove i pirati del deserto nella Storia.

“Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?”
Mc 8,36

In questo modo Daua è un’istruttiva storia di sconfitta.

Bisogna attraversare la soglia, il tempo, per dare senso alle cose.

Non bisogna chiedere a Sebastiano se nel romanzo ci sia qualcosa di vero, bisogna piuttosto chiedere se ci sia qualcosa di falso. Chi è di quella Roma “tribale e sacra” vede in forma scritta una realtà che si mostra evidente tutti i giorni, desiderabile e odiosa. Persone che si muovono tra feste, ristoranti, luoghi del cuore e posti di lavoro. Veramente è tutto quello che ci rimane? Questo intreccio, con le relative linee di fuga, porta a qualcosa? L’Occidente non ci può salvare, forse l’Oriente ci aiuterà. Ma anche quello a volte non basta, perché la partita si gioca sempre nel cuore dell’uomo. Abbiamo davanti a noi le macerie, macerie prime di cui parlava quel fascio di Zerocalcare (che ha fatto lo stesso liceo di Seba Caputo tra le altre cose), su cui bisogna costruire.

Macerie dovute a guerre esterne, colpi di stato, rivolte e a pistole che puntano dritte al cuore, con ferite che fanno fatica ad andarsene. Ma, come si dice spesso, non c’è sconfitta nel cuore di chi lotta. Così anche noi non possiamo essere sconfitti nella nostra storia di ogni giorno. Il gioco è quello del tempo: torneremo prima o dopo? Siamo nell’eterno ciclo del Samsara? Bisogna spezzare l’incantesimo, questa è la nostra partita in Daua. Conoscere le regole, ma seguire la coscienza. Avanzare fedeli alla linea e usare bene la vita che ci è stata affidata. “Prima regola: restare sempre vivi.”

«Il vecchio mondo sta tornando» ripeteva di continuo.
«Sto cazzo» gli rispondeva Matteo.
Daua p. 61

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