La Meraviglia di Totti Khan

Cronaca d’una ricerca a tempo perso

La Meraviglia di Totti Khan
Lettura zostile
Dialogava con gli animali, e la domenica andava in chiesa per parlare col “Principale Celeste”.

Ore 5:55, Roma Termini. Le nubi spesse, nemmeno la luna traspariva. Qualche motorino tornava a casa da uno dei soliti festini domenicali, lasciando una scia di fumo sconosciuta all’euro, spezzata solo dagli ultimi lampioni in fase di spegnimento e dalle prime auto dei piccoli burocrati.

Curatomi in bagno mi ficcai addosso la camicia col maglione, e il paio di pantaloni anni ’80 con più toppe che lana. Avevo appuntamento col contatto al bar sotto l’albergo.

“Il re dei barboni” mi fece Julio. “Non c’è miserabile che non lo conosca da qui a via Merulana. Si dice che sia un discendente diretto di Genghis, e che dia la caccia ai Pajeet per cibarsene. Oltre a ciò, al rispetto misto a timore che la sua aria da fantasia da metropolitana suscita, non si sa altro. Per questo dobbiamo sentire i miei contatti”. “E sono affidabili?”, gli feci sorseggiando il caffè e fumando la prima sigaretta della giornata, alle 6:15 di mattina. “Non c’è di meglio in questa parte di letamaio di capitale. Con me sei al sicuro”. “Ci spero. Quei 150 mi servivano per la Boliviana”. 

Il giro iniziò allo sbocco di via Marsala, alle 6:40. Il primo essere abbandonato al cemento della stazione era un uomo bianco sulla sessantina, sbarbato e pelato, maglietta della Sampdoria e cappotto di Cammello con cucita sulla spalla destra il simbolo della Lazio. 

“Buon Die Francé!”, fece Julio. “T’ho portato uno che te vole chiede del Khan. Se je dici quello che sai, te becchi sto cinquantone e un pacchetto delle solite, eh?”. 

“Ma sapete ch’io sono figlio illegittimo di sua altezza reale Aimone di Savoia? Mia madre era amica sua alle superiori, e all’anno della maturità l’ha messa incinta!”. “Interessante Francé”, ribatté Julio. “Ma noi vorremmo sapere del Khan. Ce ne parli, per favore?”. “Quand’ero giovane ero amante della Boldrini, sapete? Questo perché, ma non lo dite in giro, ero veterano di Avanguardia Operaia, e avevo contatti diretti con l’onorevole Andreotti!”. “Bene Francé, ma ce poi dì de—”, “Ieri ho visto un trans andare con un carabiniere. Si chiamava Burro, ‘na francese che era coinvolta coi festini del cavaliere, e che per sensi di colpa suoi s’è fatta Burro, e non più Jasmine”. 

Julio provò a parlare con “Francé” per un’altra mezzora. All’ennesima esperienza di vita del menga mi piazzai dentro il MC, in attesa. Alle 7:50 venne da me. “Ha fatto il nome di Loredana, una fattucchiera nei pressi di Piazza dei Cinquecento. Lei dovrebbe saperne di più”. “Ne sei sicuro?”. “Ha detto che è l’amante del Khan”. 

Loredana, 42 anni, cinese, a metà tra una novantenne contadina di provincia e una giovane della rivoluzione culturale di Mao; o almeno, la giacca e il berretto erano quelli. “Amori miei ‘giorno”, ci dice. “Siete qui per salutare Gatto?”. Gatto era una pantegana che teneva nella tasca interna della giacca. “Francé c’ha detto che sei amante del Khan. Sai dirci dove trovarlo?”. “Oh, amori miei…” ci ammiccò come due liceali. “Tottino è un uomo impegnato. Non so se vi potrà incontrare…”. “Dobbiamo parlarci assolutamente. Vede, il mio amico qui ha informazioni importanti sull’affare d’Ungheria.” “Ah! Allora sì! lo troverete al suo rifugio sotto la torre, accanto alla porta di San Lorenzo, alla fine di Termini. Ci sono due senega (senegalesi) che vanno a caccia di gatti, non potrete sbagliare”.

Ci incamminammo lungo le mura aureliane. Le auto sfrecciavano senza sosta da una parte all’altra. Studenti universitari, pendolari, militari e altre genti si diffondevano come pollini sui marciapiedi sotto le prime gocce della pioggia autunnale. “Affare d’Ungheria?” chiesi a Julio. “Tra una storiella e un’altra, Francé m’ha detto d’essere meno diretto nelle domande da fare a Loredana. Il Khan non vuol far sapere molto di sé, per questo m’ha detto di spacciarmi come un messo con informazioni pel nostro figuro”. “Sì sì, va bene la copertura, la capisco. Ma cos’è l’affare d’Ungheria?”. “Un libro di pratiche sessuali del XVIII secolo. Ne ha fatto cenno Francé, interessa al Khan, e l’ho usato come copertura. Sembra che un originale sia conservato alla biblioteca vaticana”.

Alle ore 9:32 avvistammo i due “senega”. Bivaccavano in un piccolo spiazzo a ridosso delle mura. La recinzione metallica era stata tagliata con una fiamma ossidrica. I due figuri, accortisi di noi, ci guardarono con fare sospetto, ma senza curarsi troppo della nostra presenza. Cuocevano la colazione con un barbecue improvvisato, un contenitore di vernice azzurra svuotato e lavato; vi risparmio l’identità della colazione. 

“Amici miei, il khan è da queste parti?” chiese Julio. Uno di loro ci guardò, facendo cenno col capo di proseguire più avanti. Non capivo se volesse cacciarci via o rispondere sinceramente alla domanda. “Grazie ragazzi, buona giornata!”, rispose Julio, con più esperienza di me.

Non ci volle molto. Altri cinque minuti a piedi e vedemmo la torre. Rimanemmo a guardarla, chiedendoci tra noi se fosse quella giusta. Era un rudere, mezza abbandonata dalle autorità. Si eran fatti giusto quei lavori necessari per impedire che crollasse. Più che una torre reduce da secoli di Attila, Longobardi e Imperatori germanici, sembrava una piccionaia di periferia.

“AMMIRATE PLEBEI, LA MIA VIRILE ESSENZA!”

gridò la torre. Da una delle aperture spuntò un essere barbuto, pelato, in canotta e mutande. “SO DI VOI, RAMINGHI, CHE TANTO MI CERCATE! VENITE, AVANTI! LA MIA DIMORA VI ACCOGLIE!”. “Dov’è l’entrata?” chiesi io. “Oh, beh… attraversate il portone, venite da quest’altra parte!” rispose, calmando la voce. 

Scoprimmo che la casa non era la torre, ma era al di sotto di questa. Il cancello delle inferiate di sicurezza era stato forzato da tempo, permettendoci di scendere i gradini fino alla porticina di legno marcio che conduceva all’umile dimora. “Prego, carissimi. Accomodatevi”. Davanti a noi si apriva una stanza non più grande di 30 metri quadri. “Era, o meglio, è, una delle miriadi di entrate della rete di catacombe dell’Urbe. Bella, eh?”.

“Piacere di conoscerla, Khan” fece Julio. “Ah! Mi conosci dunque?”. “Beh, chi in questa parte di Roma non la conosce?”. “Dammi del tu, ché anch’io vi conosco. I piccioni mi hanno dato notizia di voi. Per questo ho il caffè già pronto. E sì, so già dell’affare d’Ungheria. Peccato che il papa abbia inviato il manoscritto a Macron… Comunque, chiedetemi pure ciò che volete. So che il tempo speso con voi sarà ottimo”. 

Nel mentre era sparito dietro una tendina, e ne era uscito con addosso un paio di jeans, una maglia di Totti autografata dal re in persona e un copricapo di pelliccia. 

“Perché Khan?” gli chiesi. “Non è un titolo a caso. Mia madre era rumena. Venne rapita da ragazza da una banda di zingari che l’avevano scambiata per una capra. La portarono al loro villaggio, al cospetto del capo, il quale, infuriato nero, picchiò i tre per la negligenza. Mia madre, però, vide il figlio del capo, e se ne innamorò. Così nacqui io, 33 anni fa. E sì, mio padre, era discendente diretto del Khan. Uno dei tanti, ahahaha”. 

“Loredana, la sua “amante”, l’ha chiamata Tottino”. “Perché mi chiamo Totti. O almeno, è il mio nome da regnante. In quanto Khan del sommo dominio Romano-Magiaro, mi serviva un nome appropriato”. “Eh?”. “Ma certo! Quella che voi chiamate Ungheria, è parte delle mie terre; così la Romania e l’Italia, dal Rubicone in giù, che dominano quei maledetti magiari”. “E perché ha scelto Roma come… capitale?”. “Non Roma: TERMINI. Questa stazione, coi suoi treni fulminei ed efficienti, è il cuore dell’Impero. Roma è solo una periferia che la circonda”. “Buono a sapersi”, risposi, mezzo incredulo, con Julio chiuso in un’espressione mista a riso e meraviglia. 

“Vedete signori, il mio dominio è vasto, più di quanto voi riusciate a vedere. Voi non lo vedete, questo impero meraviglioso; ma io sì, lo vedo, ed è mio, ed è per questo che voi siete schiavi ed io sono libero: Io vedo, voi no”.

Parlò per più di ora, ininterrotto. Scoprimmo che era profondamente “Cristiano-pagano”, mostrandoci il suo vessillo: una svastica buddista con quattro croci gemmate tra gli spazi. Dialogava con gli animali, e la domenica andava in chiesa per parlare col “Principale Celeste”. Ci disse anche che il motivo per cui scelse la torre come casa era per dominare meglio sul suo impero, e vigilare sulla zona sottostante, così da intervenire in caso di furti o violenze a danno di innocenti. “Se il mio governo non si occupa a dovere dei miei sudditi, allora lo dovrò fare di persona!”, ci disse brandendo una sciabola turca.

Si fecero le 12:00, ora del sonno per il Khan. Ci diede in dono due bandane, rigorosamente della magica. Ci salutò, sorridente, e si addentrò nel suo rifugio. 

La via del ritorno era imbastita dal sole. Le nubi s’erano disperse, le genti bazzicavano alla ricerca di un locale in cui andare a mangiare. Una giovane studentessa s’era messa in intimo in mezzo alla strada, ammiccando ai guidatori e ballando sensualmente sulle vetture. “Ecco, questa sì che è meraviglia”, disse Julio. Ed era meraviglia, quella vista e goduta dal Khan ogni giorno. Per i politici e miei colleghi, era degrado, buffoneria; per noi bellezza, arte, vita nella sua forma più vera. Non scandalo, ma gioia, era padrona dei nostri cuori. Vedevamo, e ne eravamo felici.

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