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BELLO DA MORIRE

Bello da morire: estetica e controllo nel cyberspazio

BELLO DA MORIRE
Lettura boomer
Qualche riflessione su 'Bello da morire', il nuovo libro di Vincenzo Susca

Il tema della bellezza e dell'estetica nella storia del pensiero si ripropone molte volte e in molti modi, ultimamente lo si vede troppo spesso in modo banale.

Nell’ultimo numero di Proiettili – per la guerriglia culturale abbiamo toccato il Looksmaxxing, uno dei modi più avanguardisti e basati di guardare al bello, quello che passa dal mercato sessuale, nato materialista, ma che sta avendo risvolti inaspettati e incontrollati…

Ma sul resto del digitale? Qual è la relazione tra il bello e cyberspazio? Ma si può definire ancora meglio, tra l’arte e il bello nel presente? Il saggio Bello da Morire, di Vincenzo Susca, prova a dare una risposta, ripercorrendo la storia. Non solo, ma nelle pagine si trovano anche spunti di riflessione da non sottovalutare e forse sono proprio questi a fare un valore aggiunto al saggio.

“È nell’imprevisto, nel surreale e nell’iperbole che si schiudono spiragli di senso alternativi ai codici egemonici”. p. 44

“L’opposizione, quando esiste, si manifesta sotto forma di passività, astensione e disturbo: ironia, satira, meme, distorsioni. […] Ecco perché i meme sono uno dei luoghi più fertili della cultura contemporanea. Dispositivi minimi, ma potenti e virali. Si tratta di opere senza opera, fondate sul gesto del copia-incolla, sulla differenza nella ripetizione, effimere nelle forma ma durature nei sentimenti coinvolti e nei legami che stabiliscono tra quanti vi ridono attorno”. P. 64

Come se ci fosse bisogno di dirlo la chiave è il meme. E finalmente, in Italia, gli viene data una lettura più profonda anche in ambiente accademico!

Cos’è un meme?

Un dispositivo che dà senso alle cose in modo inaspettato, fuori da quello che è il monopolio delle interpretazioni. L’abbiamo detto dal giorno 0, a controllare i meme siamo NOI che abbiamo ancora il coraggio di prendere il mondo e dargli senso, di scrivere la Storia e ricordare che possiamo esserne protagonisti.

È in questo che si trova anche la migliore forma di ribellione oggi, sfidare il potere rivoltando contro di esso i simboli che credeva assodati e sotto il suo controllo. Risemantizzare tutto, portando avanti quelli che sono i nostri messaggi, dando solo a chi ha orecchie per ascoltare le chiavi per decriptarli.

Ciò che oggi appare surreale è veramente eversivo, perché scappa dal senso imposto. Pensiamo al celeberrimo 67. SIX SEVEN. Un gesto semplice che genera confusione e disprezzo da parte di molti boomer (il codice egemonico che pretende di razionalizzare tutto), ma che è diventato un simbolo identitario della generazione zostile (che prende in giro, attraverso il surrealismo proprio chi non capisce).

La fertilità che hanno a livello culturale è data dal fatto che siano in grado di intercettare ed esprimere quei sentimenti che, in altro modo, sarebbero censurati o rimarrebbero inconsci.

La perfetta unione tra vita, arte e internet, come abbiamo avuto modo di dire già diversi anni fa… riconoscere le potenzialità del meme è fondamentale per capire il contemporaneo, i sentimenti popolari e poter comunicare efficacemente online, e anche per fare arte! Perché la creatività umana non ha limiti e oggi uno dei modi per superare sempre le barriere imposte (ad ogni livello) è proprio il meme.

“A differenza di ciò che sostengono le litanie contemporanee sul trionfo dell’individualismo, se analizzati in profondità i riti, i miti e le forme comunicative del presente non celebrano il soggetto: lo smaterializzano, lo dissolvono, fino a sacrificarlo. […] L’ambiente digitale in cui pulsa la nostra esistenza è costruito esattamente contro il principio della privacy.” p.56

Anche questo viene finalmente detto. Il nichilismo contemporaneo falsamente punta tutto sul soggetto, solo per ridurlo a consumatore. Quello che è il suo vero piano è ottenere tutti i tuoi dati e poterti controllare con il digitale, il potere studia e monitora costantemente le nostre mosse, le nostre relazioni, nell’ambiente digitale.

Vogliono che ogni aspetto della nostra vita sia pubblico, condiviso, misurabile. I social non servono ad allontanare le persone, ma a costruire un simulacro di relazioni in un ambiente controllato. Il piano del Moloch Informatico è più complesso, perché quello a cui punta tutta la ritualità digitale, con le verifiche, le spunte che accettiamo (che permettono il tracciamento) è delegare la nostra intera vita così da perderne il controllo, in modo che alla prima avvisaglia di dissidenza …ZAC… spina tagliata, tutto spento e noi senza la possibilità di fare nulla. La costruzione dell’ambiente digitale, con i suoi layout, le sue grafiche “accattivanti” e la sua capacità di ipnotizzarci per ore e ore in cui stiamo a doomscrollare vuole arrivare a questo.

Che poi uno si isoli fisicamente è vero, ma evitabile (su internet si possano formare veramente comunità di amici e di mutuo soccorso in caso di problemi con l’autorità). Ma se i dati biometrici e medici, i conti bancari, sono stati delegati completamente non interesserà, purtroppo, che uno sia riuscito o meno a costruirsi una rete, certamente servirà a te per continuare a sopravvivere, ma il potere avrà fatto il suo gioco.

“L’ipotesi su cui poggia lo scritto affidato alla vostra lettura – imprimendogli il suo carattere come tatuaggio idelebile – è che le vertigini e gli abissi del bello nel Terzo millennio dipendano interamente dalle forme, dalla qualità e dall’attitudine del kitsch” p.70

La profezia di Labranca è compiuta. Il trash ha vinto, oggi la bellezza è affidata al kitsch. Questo conferma la formula della cosiddetta “emulazione fallita” (kS-R=T), dove S è lo scopo (l’aspirazione a un modello), k è la costante di disturbo dovuta all’inadeguatezza o alla povertà di mezzi e R è il risultato finale: quando il risultato diverge platealmente dallo scopo iniziale, si genera il trash. In questo scenario, il kitsch non è solo l’estetica del trash, ma la sua grammatica: se il trash è l’azione di emulare fallendo, il kitsch è la patina di falsa preziosità, l’enfasi grottesca e il cattivo gusto che questa emulazione assume per cercare di apparire “di valore”. Il kitsch è dunque il vestito che il trash indossa per nascondere il proprio fallimento, trasformando l’inadeguatezza in un’estetica codificata e riconoscibile. Un elemento strutturale dell’estetica contemporanea, non liquidabile in poche battute per cui un libro intero è buono e giusto.

“Anche la Chiesa di Roma, sospinta dalla sensibilità pop di Papa Francesco e poi da Leone XIV, si lascia trascinare nello spettacolo globale. Ne è testimonianza il concerto del 13 settembre 2025, Grace for the World, diretto da Pharrell Williams e Andrea Bocelli, concluso da 3000 droni che hanno ridisegnato il cielo sopra San Pietro con i capolavori della Cappella Sistina e altre visioni sfolgoranti. […] Con felpa, sneakers e memoria digitale, la sua figura [di Carlo Acutis ndr] intreccia l’estasi del sacro e i codici dell’industria culturale, in un rito ceh ha fatto risuonare nella stessa espressione due parole mai così vicine: amen e wow.” p.99-100

E il Sacro?

Sembra il grande assente del libro, ma che riemerge spesso sottotraccia come nella citazione di qui sopra. La connessione bello e sacro esiste, è strutturale, ne parlava già Platone. 2000 anni fa. Se oggi questo filo sembra reciso è perché nella società liberale si è voluto pian piano eliminare dalla coscienza quello che tradizionalmente era considerato sacro (Dio e la religione, per intenderci) e sostituirlo con altre ritualità “laiche” e “secolarizzate”. Ma l’inganno regge fino a una certa, perché ogni società costitutivamente ha qualcosa che ritiene inviolabile e sacro, e quando questo non si capisce più perché venga ritenuto tale, al momento del vaglio critico di ogni coscienza, inizia a scricchiolare tutto l’edificio (è facile rispondere alla domanda “Perché Dio è sacro?” perché è Dio, creatore, fine ultimo, etc., meno facile è rispondere alla domanda “Perché la Costituzione è sacra?” perché lo dice lo stato? Ma di forme statali ce ne sono a bizzeffe e la costituzione è un’invenzione recente…).

La morte, poi, è strettamente connessa al Sacro, perché Sacro è anche ciò che ti permette di orientare la tua vita, di cercare la bella morte. Ora, se il prof Susca non ne ha mai voluto parlare esplicitamente sicuramente lo capiamo (anche perché il libro è già denso e l’argomento è il bello), ma al termine della lettura quel non detto rimane. E il Sacro? Ci sarà un altro libro sul tema? Perché una riflessione critica è che completi quanto studiato qui è necessaria, almeno per giungere alla comprensione dei problemi e cortocircuiti contemporanei e aprirsi a possibili (e inaspettate) soluzioni.

“Il turista, pirata del Ventunesimo secolo, è dunque al contempo un artista d’avanguardia – una sorta di avanguardista del piacere – e un vandalo, un creativo e un sabotatore.” p.188

La vera soluzione al problema del turismo di massa: renderli tutti dei pirati

Il turismo pirata emerge come l’unico, radicale antidoto all’asfissia del turismo di massa: non più spettatori passivi di un simulacro preconfezionato, ma truppe di guerriglieri d'assalto contro lo status quo. In questo paradigma, un turista da pirata può diventare anche tecnopirata trasformando l’ambiente digitale – Instagram, i social, le interfacce algoritmiche – da gabbia di controllo a terreno di scontro estetico. Non si tratta di collezionare scatti vacui per il consumo di massa, ma di operare una risemantizzazione dello spazio e dell’esperienza, anche qui con il mezzo privilegiato del meme, come una vera e proprio bomba semiotica. Il tecnoturistapirata viaggia per colonizzare il senso, sovvertendo le rotte della banalità e rendendo il viaggio un atto di appropriazione eversiva, dove la tecnologia non è un limite alla libertà, ma l’arma affilata per reclamare, nell’effimero dell’istante digitale, una scheggia di autentica, pericolosa avventura. O così o fuori ogni turista. Una volta si chiamava appropriazione culturale e, come disse un amico, l’appropriazione culturale la fa chi ha le palle per farla.

Insomma, un libro scritto in modo molto scorrevole, anche se a volte con qualche elencone, che offre spunti interessanti e divergenti.

E alla fine non resta, che seguire il consiglio di Tutti Fenomeni:

“Andiamo a fare il mondo bello”.

Bello da morire di Vincenzo Susca è disponibile qui.

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