La Giustizia uccide la Verità

La Giustizia uccide la Verità
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La legge ed il giudizio sono quindi mere convenzioni sociali, condite dall’arbitrio del singolo giudice, allo scopo di regolare la società, per non farci bruciare la casa a vicenda, non di più.

In questi giorni è uscita la notizia della perizia sul famigerato “speronamento” a Ramy

che finalmente dovrebbe tacere le voci che invocavano verità per Ramy, giustizia per Ramy. A questo punto viene da chiedersi: cos’è la giustizia? E soprattutto, la giustizia equivale alla verità?

Ora la giustizia generalmente è intesa dal popolo come la verità, così sancita da una sentenza passata in giudicato che definitamente chiude il procedimento giudiziario. Quindi, lo scopo del processo è giungere alla Verità. E INVECE NO.

Ma dove sta scritto che lo scopo del processo sia giungere alla verità? Ma dove sta scritto che la legge persegua la giustizia?

Il diritto moderno, attraverso la sua lunghissima evoluzione, nasce dal Diritto Romano, a cui tutti dovremmo inchinarci. Questo è geometrico, è perfetto: tutto si incastra perfettamente, e ciò non per la (seppur conclamata) grandezza dei giuristi romani, quanto per la semplicità del suo principio cardine: organizzare la vita sociale partendo dal codificare usanze più o meno omogenee.

In quest’ottica, il processo è il metodo per affermare il diritto: si ‘possiede’ un diritto perché si ha la facoltà di azionarlo in giudizio. Non esisteva la carta bollata, certificati di proprietà, ed altre stronzate infernali, esisteva solo la possibilità di invocare il giudizio innanzi ad un cittadino che godeva di altissima considerazione morale presso la civitas.

Anche il processo nasce da esigenze pratiche. Se Tizio sottrae a Caio un suo bene, Caio applicherà il ragionamento “andiamo a bruciargli la casa”. E questo è male, perché genera allarme sociale e paura. Allora che cosa fanno quei geniacci dei prudentes? Cercano di trovare un modo per far sì che il vicino possa ‘metaforicamente’ bruciare la casa all’altro e quindi riprendersi il bene illecitamente sottratto.

E allora, come mai il processo, da mezzo per evitare faide ed autotutela, si è trasformato come metodo per la ricerca della verità assoluta? Potremmo ammettere che sia per le vicissitudini delle sue evoluzioni storiche.

Ma ammesso che il processo sia quindi un mezzo per ricercare la verità, chi ci dice che il prodotto del processo, cioè la sentenza, rispecchi la verità?

In realtà, lo dicono in tanti… e il problema è proprio questo! Il ragionamento che fanno si fonda sul dogma che seguire le regole della procedura porti necessariamente alla verità assoluta. E questo è, appunto, un dogma.

Il giudice, terzo e imparziale (e su questo si potrebbe anche discutere, ma rinviamo a successive elucubrazioni), per rimanere tale deve giudicare sulla base di assunti certi ed inattaccabili. Quindi, su affermazioni dimostrabili.

Ora però, un disonesto molto accorto avrà cura di lasciare tracce ben evidenti del suo “ipotetico” buon operato, mentre un onesto che non si aspetta un giudizio non si preoccuperà di documentare ogni sua singola azione. Chi vincerà il giudizio? La risposta è purtroppo il disonesto furbo.

Questo meccanismo non è così assurdo. La capacità dei grandi avvocati è proprio quella di agire per dimostrare un qualcosa che in realtà non è avvenuto proprio così come raccontano, ma riesce a dimostrare il contrario. Se poi ci aggiungiamo che nel processo civile l’apprezzamento della prova è lasciato al libero e cauto apprezzamento del giudice…

La giustizia non esiste.

La stessa legge è ingiusta, e soprattutto intorno alla legge c’è sempre un certo margine, in cui opera il singolo giudice.

La dogmatica ci insegna che la legge dovrebbe essere generale ed astratta. Generale perché non individua a priori il destinatario del precetto, astratta perché applicabile ad un infinito numero di casi distinti. Crisafulli direbbe che l’astrattezza è la ripetibilità, cioè la possibilità di applicazione della stessa legge a più casi.

Ma se la legge è generale ed astratta, come si fa a decidere quale, e come, applicarla al caso concreto?

Qui entra in gioco l’interpretazione: la legge (la disposizione di legge, più precisamente), quando assume un significato, cioè si decide che debba essere applicata in un certo modo, diventa norma giuridica. E la giurisprudenza, cioè le decisioni dei giudici, è costituita da norme giuridiche. I giudici di volta in volta decidono come trattare il caso concreto, e non è scritto da nessuna parte che decidano allo stesso modo sullo stesso caso. La funzione di rendere l’uniforme applicazione della legge è deputata alla Suprema Corte di Cassazione (per i curiosi: funzione nomofilattica), che è abbastanza schizofrenica. In realtà, anche a ragione, perché sarebbe fortemente ingiusto trattare due casi allo stesso modo.

Il problema è che è impossibile sciogliere l’interpretazione dall’esperienza personale, ed è anche giusto così. La ‘sensibilità giuridica’ è quella che conta, il problema è che ciascuno ha una sensibilità diversa, o addirittura c’è qualcuno che ‘forza’ la sua sensibilità a servizio di certe parti politiche (le toghe ross… ehm).

C’è da dire anche che il potere giudiziario non è totalmente indipendente dagli altri, una sentenza ha influenza anche in molti altri settori, soprattutto quando il legislatore dorme. Quest’ultimo si è spesso limitato a trasformare in legge orientamenti giurisprudenziali consolidati, dimenticando la grande differenza tra legge e giurisprudenza. La legge dovrebbe soppesare al millesimo di grammo i bilanciamenti tra i diritti (ogni diritto presuppone un controbilanciamento con un altro: ad ogni diritto corrisponde un vicendevole obbligo), cosa che il giudice non ha necessità di fare, anzi, non dovrebbe farlo al di fuori del caso concreto.

La legge ed il giudizio sono quindi mere convenzioni sociali, condite dall’arbitrio del singolo giudice, allo scopo di regolare la società, per non farci bruciare la casa a vicenda, non di più. Non c’è alcuna metafisica, non c’è alcuna intrinseca verità insita nella legge, o nella sentenza, tanto che infatti un famoso giurista italiano disse che la Cassazione si considera infallibile non perché intrinsecamente corretta nel giudicare, quanto invece solo perché giudica di ultima istanza. Letteralmente una pietra tombale, per il solo fatto che dopo non vi è altro. La morte della giustizia.

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