In tempi non sospetti (2018), nel pieno dell’agitazione culturale, si è fatta strada una inusuale terra ferma, rocciosa, ruvida; il suo portavoce fintamente inconsapevole è stato Khabib Nurmagomedov. Lottatore professionista della UFC (Ultimate Fighting Championship), originario del Daghestan (Caucaso settentrionale), ha fatto irruzione nell’ottagono del mainstream imponendo una ventata di radicalizzazione estrema: alla sua fede, ai suoi valori, alla patria, alla sua “visione”.
Il web seguì incantato Khabib non solo perché trionfò sulla sua nemesi umana e sportiva, Conor McGregor (disinibito, canzonatorio, irritante, “senza Dio” o con uno solo: sé medesimo). Un’onda che si era andata formando finalmente si alzò in occasione di quel fatidico match, sotto i riflettori della T-Mobile Arena a Las Vegas. Una sinfonia di twit (e sì, si parla dei tempi di X avanti Musk), post, schieramenti ben precisi a favore di uno o l’altro lottatore e di uno o l’altro cosmo, della costellazione immaginativa offerta da quelle due personalità. O si era con il talento rumoroso di McGregor o con Khabib, l’umile roccia umana.
Come anticipato, Khabib è un lottatore, di quelli tradizionalisti. La sua narrativa è micidiale, e perfetta per vendere in America assieme a David Goggins ed il tizio del fegato crudo. Allenato alla lotta dal padre fin da bambino, ha coltivato il sogno del titolo mondiale sino a conquistarlo a buon diritto; da piccolo lottava con cuccioli di orso, osservava il padre in ogni movimento, alternava duelli uomo a uomo con preghiere cadenzate ad Allah, avvolto nel freddo della terra russa. Le giornate, di cui ci ha raccontato per mezzo di interviste che girano ancora sui social, per lui e i compagni con cui si allenava, trascorrevano impegnate in un mondo di sforzi, rigidi confronti, amori paterni, umili gioie e sogni di rivalsa pur sempre ancorati al sentimento natio. Senza saperlo, preparava sé stesso a molto altro.
Il daghestano è invitto: 29-0. Mai una sconfitta, mai una sottomissione. Merito della formazione separata dalle influenze del mondo “condiviso” e ossessivamente “interconnesso” dell’Occidente, o così è parso al mondo dell’UFC. A Khabib bastavano gloria e lodi ad Allah davanti a milioni di spettatori, con celebrazioni contenute e sommesse della vittoria. Tale contrasto tra Oriente integro e duro a soccombere e terra industrializzata e impersonale dell’Occidente si è fatto vivo nella carriera del daghestano, specialmente nell’evidente contrasto suscitato dal confronto con gli avversari sportivi.
E paradossalmente, Khabib è divenuto fenomeno del web, della UFC: il prototipo ideale contro l’esercito di soldatini woke. Sissignori, e lui ha scientemente tenuto a bada ogni intervistatore che abbia mai tentato di globalizzarlo. Questo Khabib pubblico appare come un onesto profeta dei suoi valori. Lo è, o si è mediatizzato con la performance dell’essere non-media, non-Occidente, non-famoso?
Pochi episodi. Non stringe la mano ad una intervistatrice: la sua religione non lo permette; in un’intervista racconta di aver trovato in un bar americano, in cui era entrato perché bisognoso del bagno, due scritte “Tutti i generi”, e incredulo racconta che si chiese dove fossero “Uomo e Donna” e che bussò timidamente per scoprire chi ci fosse oltre quella soglia, continua affermando di sentirsi contento di essere cresciuto in un luogo e una famiglia tradizionali e conclude dicendo “vengo dalle grandi montagne, dove abbiamo solo due generi” [risate diffuse]; massacra McGregor nelle interviste pre-incontro opponendo la sua immagine di combattente misurato, valoroso, fedele a quella dell’avversario di un lottatore “ubriacone” (testuali parole del campione cittadino russo), molle, impreparato, pavido (si direbbe quasi una tenzone epico-cavalleresca dei giorni nostri); massacra McGregor nell’incontro effettivo (k.o. per sottomissione), e nei giorni seguenti si reca presso il Cremlino in persona per ricevere gli onori nazionali.
Potrei andare oltre, ma bastano questi episodi a rendere l’idea del contorno ideale tessuto intorno al daghestano da lui stesso e dal suo esercito mediatico.
La diatriba tra i due lottatori e così le due fazioni web si è protratta sul piano dei social per lungo tempo, polarizzando sempre più gli schieramenti. L’onda della tendenza “Daghestan” ha travolto inaspettatamente le pagine memetiche, i discorsi da bar, e persino qualche aula scolastica. Insomma, Khabib ha accelerato un movimento, che negli ultimi anni si sta ampliando, ben chiaro di schivata e contrattacco alla narrazione dominante.
Al prototipo di maschio performativo, del millennialone sottomesso e conformista, è contrapposto quello dell’uomo sereno nella sua radicalizzazione adamantina a valori precisi e antichi.
Nella disney-realtà ci viene sete di questi personaggi e delle loro storie.
Khabib Nurmagomedov non si è fermato alla lotta ed alla testimonianza. Ha continuato la sua “missione” da allenatore, o sarebbe meglio dire da maestro. Islam Makhachev, il nuovo campione della UFC, si è allenato col Khabib e con suo padre. E qui arriva la sentenza:
“Send him 2-3 years to Daghestan and forget”.
Glasond, “Dagestan”:
Tuo figlio torna da scuola e ti dice che è una femmina?
Manda due/tre anni in Dagestan e dimentica
Gli fanno interpretare un non binario nella recita?
Manda due/tre anni in Dagestan e dimentica
Ho una pistola nel cassetto e un proiеttile col tuo nomeSto con ceceni, azeri e svariate altre persone
Per vedere Zerocalcare ti chiede euro trenta?Il suo fumetto fa cagare ed è un artista di merda
Non capisce che su Netflix ogni serie è perversa?
Manda due/tre anni in Dagestan e dimentica
Questa eredità prosegue con i sodali del daghestano, e questo meme ci informa che non solo abbiamo un ritrovato alleato sul fronte della guerriglia, ma che Nurmagomedov sta costruendo una patria nel Daghestan che rifletta nel mondo qualcosa che è del tutto dimenticata: il piacere di essere guerrieri.


E in Dagestan la gente ci sta andando davvero! Da Occidente ad Oriente aspiranti guerrieri si stanno spostando per giungere sulle montagne e nella palestra di Khabib formarsi come combattenti, documentando il tutto sui profili personali.
Insomma, questo Daghestan ha accelerato, sospinto, in alcuni casi trainato, la causa della guerriglia culturale, con un uomo partito dalle montagne, giunto sul tetto del mondo e ora tornato in patria per sollevare anch’essa oltre quello scenario da “tutti i gender” che nei suoi primi anni in America tanto lo sgomentò.
“Go to Daghestan 2-3 years and come back warrior”.
A parte gli specialisti della lotta, il Dagestan affascina perché è un mondo alieno, umanissimo, e grazie alla globalizzazione digitale abbiamo potuto ficcarci il naso. Ed ecco, esistono società in cui le cose essenziali della vita contano ancora, in cui ci sono valori ed un’idea del mondo chiara e fatta di carne e terra. Se solo noi fossimo ancora religiosi, corporali, produttori di guerrieri…
Il problema lo riconosciamo tutti. Sì, il Daghestan è un mondo brutale e povero… ma sa di realtà. Noi, così civili ed avanzati, viviamo in bolle surreali. Lo gridano le nostre schiene flosce, l’impossibilità di credere in qualsiasi cosa, ed i rimpianti successivi a mille inutili piaceri quotidiani. L’Europeo gobbo e cucco può solo vivere per procura accendendo l’MMA di sabato notte sul tablet. Deve farlo di nascosto, o la sua dominatrix che mai sposerà potrebbe sospettare un rigurgito maschilista. La viscida creatura sogna ad occhi aperti: sono inutile, fiacco e inetto… Se solo fossi nato in Daghestan!
Se solo il Dagestan potesse venire qui!
Ma il Daghestan in Italia esiste. Si chiama Venezia Marghera, Casal di Principe, Ostia Nord, e perché no,
COSENZA!
Glasond, Khabib calabro, chiama alla rivolta tutti noi squaqqueroni urbani e borghesacci universitari.
La destra, la sinistra, l’Italia tutta riparta dai nostri Daghestani.