Contro la gestione algoritmica del dissenso

Contro la gestione algoritmica del dissenso
Lettura boomer
Fact-checking dei meme? La gestione del dissenso sta scoprendo nuove frontiere, sempre peggiori...

Il 30 luglio 2025, il mitico David Puente, fact-checker di Open, sommo sacerdote dell’imparzialità e custode della verità, colui che con i suoi oracoli decide ciò che è vero o falso sui social di Meta, debunka un post della pagina satirica Phazyo, nota per i suoi temi ‘’politicamente scorretti’’.

Fact-checker: Open.

Conclusione: Falso.

Maggiori informazioni: il turista francese non ha parlato di focacce ‘’antisemite’’ da 15 euro in autogrill.

Open debunka Phazyo.

Questa dissertazione potrebbe anche finire qui. È stato già detto tutto. Tutto è dinanzi ai vostri occhi.

E invece no, facciamoci del male. Viva i minestroni.

Quando ci fu il boom di Facebook, nel lontano biennio 2008-2009, il fact-checking non esisteva (o, forse, non esisteva nella misura in cui lo intendiamo oggi).

Può essere curioso notare l’euforia e l’ottimismo (interconnessione tra persone, circolazione libera di idee, potenzialità inaudita di interazione con altri utenti, ecc.) che circolavano a quei tempi intorno alla piattaforma: con il senno del poi si potrebbe paragonare quell’euforia e quell’ottimismo alle medesime emozioni che circolavano tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta con l’avvento della rete internet.

Sentimenti sbandierati dagli internet-utopisti di quarant’anni fa. Poi sappiamo tutti com‘è andata a finire…

In quegli anni la filosofia di Facebook era apparentemente semplice quanto rassicurante: siamo una piattaforma, non facciamo giornalismo.

Leggerezza stile Mediaset.

Le notizie scorrono, gli utenti condividono. La verità — si suppone — emergerà spontaneamente dal libero mercato delle opinioni.

Per anni Facebook (e poi Instagram, infine Meta) si limita a rimuovere spam, pornografia e contenuti violenti.

Le bufale politiche circolavano serenamente, spesso con ottime performance algoritmiche. A nessuno sembrava fregasse qualcosa.

La svolta arriva nel 2016 con le elezioni statunitensi, la vittoria di Donald Trump e il ‘trauma’ collettivo che ne segue. Per la prima volta, i social vengono accusati non solo di ospitare la disinformazione, ma di amplificarla e di produrla direttamente.

È in questo clima che, nel 2017, Facebook introduce il fact-checking di terze parti.

Nasce un modello.

La piattaforma non decide cosa è vero, ‘semplicemente’ delega la verifica a soggetti esterni: giornalisti, organizzazioni certificate, fact-checker indipendenti.

I contenuti giudicati falsi, però, più che venire cancellati, vengono etichettati e declassati.

Una soluzione che consente ancora una volta a Zuckerberg di dire: noi non censuriamo, ci limitiamo a contestualizzare.

Per ora.

Negli anni successivi, con la pandemia da Covid, ci fu un primo momento di rottura.

Quando Facebook diventa Meta, il fact-checking si applica a immagini, video, meme, contenuti politici e sanitari.

Durante il lockdown, il meccanismo entra a pieno regime: l’“infodemia” giustifica interventi sempre più rapidi e invasivi.

Qui il fact-checking smette definitivamente di essere solo un esercizio epistemologico e diventa una tecnologia di gestione del rischio: limitare ciò che può produrre danni sociali (che non corrisponde sempre, come è facile immaginare, al falso).

Il secondo momento di rottura c’è con l’inizio del conflitto russo-ucraino nel gennaio 2022.

È qui che il fact-checking diventa da invasivo a pervasivo e assume le sembianze inquietanti del famigerato Ministero della Verità di orwelliana memoria. In questo contesto si inserisce il lavoro di Open, testata giornalistica fondata da Enrico Mentana nel 2018.

Open diventa infatti uno dei partner ufficiali di Meta per le attività di fact-checking: David Puente, soggetto sconosciuto ai più fino a quel momento, è l’asso nella manica di Mentana al quale affida il compito di verificare il vero e il falso (e debunkare Phazyo).

Questo significa che Open collabora con Meta per identificare e analizzare contenuti potenzialmente fuorvianti che circolano sulle piattaforme social. Se il contenuto viene giudicato falso o ingannevole, Open pubblica un articolo in cui spiega perché l’informazione è errata, fornendo fonti attendibili e dati verificati («il turista francese non ha parlato di focacce “antisemite” da 15 euro in autogrill»).

Tutti questi nobili propositi sono all’insegna dell’imparzialità. Ed è qui che i pirati del web sentono la puzza di fregatura.

Come si può davvero credere che, in un sistema in cui un unico “giornale” (in questo caso Open, poi anche Facta) decida arbitrariamente la verità o la falsità di notizie, sia un sistema basato sull’imparzialità?

La faziosità (phazyosità) dei criteri adottati, infatti, si fa strada.

Qualsiasi contenuto (meme, post, articoli, video, documentari) che non rispecchiava la narrazione atlantista, irradiata da Washington fino al Vecchio Continente, veniva etichettato come falso dai fact-checking.

Clamoroso, in questo senso, l’etichetta che fu messa su un documentario di Oliver Stone sulle proteste di piazza Maidan nel 2014, il vero evento spartiacque che diede inizio al futuro conflitto. Stando ai fact-checker, il documentario portava notizie false o fuorvianti, senza né prove né argomentazioni.

Un’etichetta così … a sentimento.

In effetti ciò che emergeva dalla pellicola di Stone non aiutava granché la favola filo-ucraina della “democrazia occidentale che combatte contro la follia dittatoriale” di Putin, piuttosto metteva in luce la chiara matrice “nazistoide” e banderista del colpo di stato in un Ucraina nel 2014 (oltre ai crimini di guerra delle milizie ucraine in Donbass).

Eppure, ironia della sorte, proprio mentre si spacciava per il Ministero dell’Imparzialità, il sito fondato da Enrico Mentana ha pubblicato almeno quattro fake news, in soli tre giorni (aprile 2022), su fatti di guerra che avrebbero fatto arrossire più di un sito web di propaganda (https://www.panorama.it/attualita/open-fact-checker-facebook).

I fact-checker erano così indaffarati a cercare stralci di propaganda russa che si sono dimenticati di verificare le notizie di casa. Le dichiarazioni dell’intelligence russa diventano automaticamente fake news da incasellare, e l’algoritmo le butta giù. Le dichiarazioni dell’agenzia di informazione ucraina invece non sono meritevoli di controlli (del resto, sono una democrazia giusto?):

«L’intelligence di Kiev: “Mosca è a corto di munizioni. I soldati usano le pale come armi”». (https://www.open.online/2023/03/06/ucraina-intelligence-vs-russia-armi-pale/).

A.D. 2024.

Nuove elezioni americane: nuova vittoria, stavolta schiacciante, di Donald Trump.

Nei mesi precedenti, la propaganda elettorale del duo Trump-Musk aveva, tra i vari punti, un cavallo di battaglia: basta con i Ministeri della Verità e dell’Imparzialità, basta con i fact-checking, basta con sti woke del cazzo.

Siamo finalmente liberi?

Forse meglio dire “under a new management”: un woke nuovo, con blackjack e squillo di lusso.

Anche Zuckerberg sale sul carro della vittoria di X-Musk: a gennaio del 2025, Meta annuncia la sospensione del suo tradizionale programma di fact-checking (cioè quello in cui organizzazioni giornalistiche indipendenti verificano la veridicità dei contenuti) per sostituirlo progressivamente con un sistema nuovo chiamato Community Notes, basato sui contributi degli utenti.

Questo nuovo modello non riduce la visibilità dei contenuti né impone penalità, aggiunge solo commenti esplicativi sotto i post, che vengono pubblicati solo quando ottenuta un’ampia accettazione tra contributori con diversi punti di vista.

Ma allora…CHI HA CENSURATO IL VIDEO DI BARBERO SUL REFERENDUM? NON CE LI ERAVAMO TOLTI DI MEZZO I SACERDOTI DELL’IMPARZIALITÀ? NON ERANO FINITI NELLA PATTUMIERA DELLA STORIA GLI ALFIERI DELLE REAL NEWS?

Purtroppo no, almeno non in Italia, non in Europa.

Alessandro Barbero aveva semplicemente registrato, come fanno molti divi-boomer della cultura, un video in cui spiega le ragioni del suo voto (No) in vista del referendum sulla giustizia.

Nel filmato, esponeva le sue critiche alle modifiche proposte alla Costituzione, insistendo in particolare sul ruolo e l’autonomia del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM).

Secondo lui, la riforma avrebbe aumentato l’influenza della politica sul sistema giudiziario, rischiando di compromettere l’indipendenza dei magistrati e introducendo meccanismi che avrebbero potuto favorire un controllo politico più forte sulla magistratura rispetto alla situazione attuale.

Sua personale opinione, con diverse inesattezze tecniche (siete contro? Siete a favore? Sti cazzi, non è questo il punto).

Si dice: i fatti non sono opinioni e le opinioni non sono fatti.

Il video diventa virale su Meta, e David Puente, liberatosi finalmente delle fuorvianti affermazioni di Phazyo sulle focaccine antisemite, censura il video perché troppo virale, troppo fuorviante.

Open ha valutato alcuni passaggi del video come potenzialmente fuorvianti, appunto, o comunque non supportati da fatti oggettivi, e ha quindi inserito accanto al post un’etichetta di fact-checking che indica agli utenti che quanto espresso potrebbe essere “informazione falsa”.

Il che è paradossale: tutte le opinioni sono potenzialmente delle informazioni false (proprio come le notizie).

In Europa e Italia, le regole del mercato digitale (come il Digital Services Act, cioè il Ministero dell’Imparzialità e della Verità targato UE) e gli accordi di Meta con organizzazioni di fact-checking indipendenti — come Open e Facta — sono, purtroppo, ancora in vigore o non sono stati completamente eliminati.

Ora, l’affaire Meta-Barbero va preso come spunto per capire in che modo stanno andando le cose.

Se in origine, poco prima degli anni Dieci del Duemila, i social davano libero spazio alle opinioni per censurare e limitare contenuti violenti, oggi tutto sembra essersi ribaltato.

Su Tik-tok e Meta, le violenze sistemiche dei coloni israeliani e dell’Idf sui civili vengono divulgati dagli stessi carnefici, mentre le opinioni e i video di chi critica la pulizia etnica vengono censurati.

Le immagini di violenza, in generale, diventano virali e non vengono limitate, le opinioni invece sembrano essere diventato un problema per l’algoritmo («Troppo virale», cit.).

Insomma, non c’è nulla di più politicamente pericoloso, oggi, di una semplice opinione virale.

Pericolosa come un’arma sembra una frase detta da uno storico in una stanza ben illuminata, condivisa da milioni di persone.

Per questo il dissenso — non la menzogna — è diventato l’obiettivo del nuovo algoritmo.

I fact-checker difendono il recinto del dicibile, non difendono la verità.

La verità (eccola) è che esistono le opinioni.

Che ognuno di noi, su qualsiasi cosa, si fa un’opinione. Serve oggi un web libero da questi inquisitori delle opinioni, dove le idee possano circolare senza l’ossessione della conformità, senza la paura che un Puente qualunque ti marchi come “fuorviante”.

Benediciamo allora la viralità delle opinioni e la morte dei fatti, l’equivalente della velocità incendiaria che i futuristi avrebbero adorato.

Benediciamo la potenza dei meme, dei video non autorizzati, dei post che bucano le recinzioni digitali.

Viva il caos che si diffonde più in fretta della sua smentita.

Gli inquisitori dell’imparzialità inseguono le “pale usate dai russi” e le “focaccine antisemite”, e non si rendono conto che, mentre credono di salvare il giornalismo, l’intero ecosistema informativo italiano crolla sotto il peso della sua ipocrisia.

È la crisi di un sistema che per anni si è spacciato per neutrale, quando in realtà, negli ultimi quarant’anni, nella migliore delle ipotesi, è stato soltanto obbediente.

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