Non andrò a mentire, non sono mai stato un fan di Bossi. Ho appena mentito! Cristo, iniziamo male. Ma forse questa bugia noi del sopra-Po la abbiamo un pochino nel DNA. Già, perché ovviamente anche io, che al tempo raggiungevo a fatica la seconda media, ero un entusiasta del referendum per l’indipendenza del Veneto. D’altronde, anche se ora sono un maledetto anarchico, il fatto di essere cresciuto parlando solo dialetto, e il sentir blaterare di terroni di qua, di Po’ di là e di Padania, il cui confine iniziava appena SOTTO il tuo comune d’appartenenza (“da x in giù tutta terra in più”) aveva preso anche me:
cosa vuol dire che le maestre a scuola ci dicono cazzate? Garibaldi, il nostro eroe nazionale, un coglione? Che era meglio se stava a casa?
Il mio odio per le istituzioni, che non aveva ancora preso la forma del diavoletto con la faccia di Nestor Makhno che ora mi siede sulla spalla, non aspettava altro.
Bossi questo è stato. Non un leader, non un riformatore, non il solito “uomo che ha saputo interpretare un disagio”, formula democristiana per non ammettere che uno ti ha aperto il cranio e ci ha piantato dentro un insetto. Bossi è stato l’uomo che ha preso una disposizione mentale, che nel nord già si percepiva nell’aria, e le ha dato una lingua, una faccia, un ghigno, una bandiera e soprattutto una scusa morale. La grande operazione non è stata la Lega. La grande operazione è stata convincere milioni di persone che il loro rancore non era piccineria, ma coscienza storica. Questo è il cuore di tutto, e anche la parte più comica. Noi del nord non volevamo davvero la libertà. Volevamo sentirci superiori.
C’è una differenza gigantesca. Libertà significa rischio, responsabilità. La superiorità invece è una carezza: ti permette di restare esattamente dove sei, con gli stessi debiti, la stessa casa mezza abusiva, lo stesso lavoro di merda, lo stesso figlio che ti odia, ma con un’aura da popolo eletto (che dopo Gaza gli Israeliani non puntino alla provincia di Varese?). Bossi ci ha venduto questo: non la secessione, ma la trasformazione dei poveracci in aristocrazia offesa.
Perché qui sta la verità che nessuno al Nord ha mai voluto guardare bene in faccia: siamo diversi, certo, molto diversi. Il Veneto resta il Texas d’Italia, pur ammettendo di voler sostituire il petrolio al prosecco (che ormai probabilmente risulta più inquinante), la Lombardia è una macchina industriale che si è convinta di essere una civiltà. Il Nordest intero è un’immensa teologia della fattura, del vialetto appena lavato, della piscina fuori terra, della grigliata obbligatoria, dell’odio per il fisco ma il suv a rate e soprattutto della paura, fottuta e costante, di scendere di mezzo gradino. Diversi quindi, ma davvero migliori?
Bossi questo l’aveva capito alla perfezione, e infatti non ha mai parlato al Nord come si parla a un’area economica. Ha parlato al Nord come si parla a una setta in formazione. Ci ha detto:
voi non siete una qualsiasi parte del Paese, siete l’unica parte sana. Voi non siete una provincia nervosa d’Europa, siete una nazione trattenuta.
E il Nord di quegli anni era pronto a bersela fino all’ultima goccia. Da Tangentopoli in poi qui sopra è successo qualcosa di molto specifico, molto brutto e, incredibilmente, molto italiano.
È crollata la fiducia nel teatro ufficiale della Repubblica, ma non è subentrata una lucidità nuova. È subentrata una forma di schizofrenia. Il Nord si è guardato allo specchio e invece di vedere una periferia ricca ma terrorizzata, ha visto una patria occupata. Da una parte continuava a fare soldi, a esportare, a costruire rotonde, capannoni, villette, zone industriali, outlet, ipermercati e mitologie familiari a base di lavoro-lavoro-lavoro. Dall’altra cominciava a covare una rabbia sempre più densa, che aveva bisogno di trovare responsabili ovunque: i terroni, Roma, gli sfaticati, i dipendenti pubblici, i giudici, i giornalisti, i professoroni, chiunque insomma non partecipasse alla liturgia del tornio, della bolla, della fatica convertita in identità.
La Lega, in quel passaggio, è stata meno un partito e più un dispositivo di ordinamento del delirio.
Ha dato una grammatica al caos. Ha trasformato la nevrosi privata in discorso pubblico. Tuo padre non era più un uomo col culo stretto tra tasse, aspirazioni e paura del declino: diventava il simbolo del Nord che produce e viene derubato. Tua madre non era più una donna bigotta che aveva avuto la concessione di fare la quinta elementare e si era sposata il Fatturoni di turno: diventava la custode silenziosa delle radici.
Tu non eri più un adolescente di provincia cresciuto tra il grest, il motorino ed un IPSIA visto meno volte di quante ne avessi visto un paio di tette, ma diventavi il figlio di un popolo antico a cui la scuola, la società, il sistema, stava raccontando cazzate.
Quella macchina ha funzionato finché il Nord ha continuato a pensarsi come una setta: non una parte del Paese, ma una tribù produttiva assediata. La Lega, in quella fase, non organizzava solo voti: organizzava appartenenza, dava una forma quasi religiosa a una nevrosi locale che da sola sarebbe rimasta chiusa nei bar, nei capannoni e nei pranzi della domenica. Il problema è iniziato quando quella nevrosi, invece di essere amministrata come follia territoriale ad alta precisione, è stata messa in scatola e rivenduta come identità nazionale. È lì che il meccanismo ha cominciato a perdere pressione. Perché nel momento in cui la Lega ha smesso di parlare a un Nord che voleva sentirsi separato e ha iniziato a parlare a un’Italia che voleva sentirsi genericamente incazzata ha cominciato a morire la Lega come religione territoriale.
Per questo gli anni che vanno da Tangentopoli all’ascesa di Salvini sono stati per il Nord anni schizofrenici.
Tutto insieme e il contrario di tutto. Secessione e ministeri. Odio per Roma e fila per entrarci. Anti-sistema e sotto-governo. Tribù celtica e tv private. Era una regione che si raccontava come contro-mondo mentre diventava il laboratorio perfetto del capitalismo italiano più tossico: famiglia come impresa, impresa come famiglia, lavoro come fede, ricchezza come prova morale, povertà come vergogna, straniero come colpevole, Stato come nemico e al tempo stesso come bancomat da insultare mentre lo usi.
Bossi è stato il sacerdote perfetto di questa contraddizione. Non l’ha risolta, l’ha resa abitabile. Ha costruito una narrazione abbastanza forte da tenere insieme una quantità assurda di incoerenze. Potevi odiare il Sud e fare affari col Sud. Potevi odiare Roma e governare a Roma. Potevi perfino continuare a crederti popolo oppresso mentre eri già immerso fino al collo nella stessa merda consumistica, familistica e opportunista del resto del Paese. Questa è stata la Padania: una gigantesca macchina per non dire la verità su sé stessi.
Poi è arrivato Salvini, e lì il giocattolo si è rotto davvero.
Non perché abbia semplicemente cambiato tono, faccia o vocabolario. Si è rotto perché Salvini ha tradito Bossi nel punto essenziale: ha smesso di credere che la Lega dovesse essere il partito del Nord. Bossi aveva venduto una follia precisa, localissima, con un accento preciso, un odio preciso, una geografia precisa. Salvini ha preso quella roba, l’ha svuotata e l’ha rifatta in formato nazionale. Ha tolto il Nord e ha tenuto la rabbia. Ha tolto la territorialità ed ha tenuto il riflesso condizionato. Ma soprattutto: ha tolto la schizofrenia. L’idea folle, quasi irrealizzabile, di dividere il belpaese. E di partiti moderati e pragmatici nell’Italia dei folli 2000 ci siamo rotti i coglioni (vedasi il successo altrimenti spiegabile solo con una epidemia di mucca pazza del Movimento 5 Stelle). Da quel momento la Lega non è più stata la malattia politica del Settentrione: è diventata un contenitore nazionale del rancore.
E in questo passaggio si è perso tutto quello che rendeva la Lega, nel bene e nel male, una creatura coerente. Si è persa perfino la precisione del nemico. Prima c’erano Roma, i terroni, lo Stato centralista, il parassita interno. Poi, con Salvini, il nemico è diventato tutto e il contrario di tutto: Bruxelles, i migranti, le élite, i giudici, la sinistra, l’Europa, i buonisti, i professori, il mondo intero. Una rabbia così larga non punge più: fa solo rumore.
Ed è qui che il partito del Nord finisce davvero.
Non quando Bossi si ammala, non quando la Lega entra nei governi, non quando smette di urlare “secessione” a ogni comizio. Finisce quando smette di sapere chi è il suo noi. Con Bossi il Nord si pensava una patria mancata; con Salvini diventa una franchigia nazionale del risentimento. Prima era una setta territoriale, adesso è un marchio a cui non interessa piacere, ma vendere. E infatti oggi il partito del Nord, semplicemente, non esiste più. Esiste la carcassa elettorale di quella storia, il logo sbiadito di una religione che ha rinunciato al suo dio locale per diventare una televendita per tutti.
E allora che fine ha fatto la Padania?
È finita dove finiscono tutte le grandi allucinazioni collettive quando smettono di sembrare rivoluzionarie e diventano routine. Nel lessico, nei riflessi, nelle posture, nelle battute, nei sospetti. È finita nel modo in cui ancora oggi si parla di Stato, di immigrati, di Roma, di chi produce e di chi pesa. È finita nella convinzione, mai del tutto morta, che qui sopra, in fondo, ci spetti qualcosa in più. Non, magari, uno Stato, ormai non più. Ma almeno una superiorità morale. Almeno il diritto di pensare che la nostra miseria sia migliore della miseria degli altri.
E l’organismo che ha reso sostanza l’idea, la Lega?
Questa è la domanda vera, molto più della morte di Bossi. Perché Bossi almeno vendeva qualcosa: una geografia isterica, una tribù fiscale, una patria di capannone, una nevrosi locale talmente precisa da sembrare quasi una dottrina. Salvini invece ha fatto il salto definitivo: ha preso quella roba, l’ha scartata dal suo involucro nordico e l’ha trasformata nel doomscrolling della politica. Non una linea, non una visione, ma un rinfaccio continuo del malumore nazionale. Per un periodo ha funzionato in modo mostruoso, perché nel mondo com’è adesso non vince chi ha ragione, vince chi riesce a dare alla gente, ogni cinque secondi, esattamente la faccia del rancore che in quel momento vuole vedere. Poi però, come in ogni doomscrolling serio, non resta memoria, resta solo consumo. E infatti Salvini non è stato davvero sconfitto: è stato scrollato via.
Il problema è che quel meccanismo ha continuato a vivere, solo senza di lui. Meloni campa anche di quell’eredità lì, l’ha ripulita, irrigidita, resa meno clownesca e più istituzionale (ed organizzativamente repressiva). La Lega invece è rimasta con la parte peggiore del salvinismo (ovvero Salvini, che da profeta è diventato peso), senza più il suo effetto. È per questo che oggi la Lega dà questa impressione strana: non un partito morto, ma un partito rimasto senza la propria funzione. Ha lasciato il linguaggio agli altri, ha insegnato a tutti come si parla alla pancia del Paese, ma non controlla più il racconto. E un partito che perde il racconto non sparisce per forza: può anche restare in piedi a lungo, però cambia natura. Diventa più inerzia che slancio, più presidio che offensiva.
Il paventato ritorno al regionalismo, allora?
Sì e no. No, se per regionalismo intendiamo il vecchio teatro padano, la secessione come mitologia, la Padania detta con la faccia seria, il Po come Giordano verde della stirpe produttiva. Quella roba lì non se la beve più quasi nessuno, men che meno quelli che ci hanno campato sopra (se mai ci han mai creduto). Però sì, se intendiamo una cosa più fredda, più grigia, più plausibile: una Lega dei governatori, più interessi che epica, più autonomia che secessione, più amministrazione che delirio. Meno Bossi, insomma, e molto più Zaia. Che infatti è il nome che torna sempre fuori, ma proprio per questo dice molto: non perché sia l’uomo del grande ritorno, ma perché è l’uomo della possibile ricomposizione. Non il profeta che rifonda una fede, ma la faccia presentabile di un territorio che vuole tornare a contare senza più fingersi nazione eletta.
E qui sta il punto più nero. Dopo Salvini la Lega può ancora trovare una forma, ma non è affatto detto che ritrovi un’anima. Può diventare una forza territoriale più sobria, può provare a riaddensarsi intorno al Nord, può perfino recuperare un po’ di lessico bossiano, ma non tornerà innocente e non tornerà originaria. Dovrà scegliere se essere un partito che sopravvive come macchina di potere territoriale o un format nazionale sempre più svuotato, sempre più intercambiabile, sempre più inutile. E forse è proprio qui che la morte di Bossi pesa davvero: perché rimette sul tavolo una domanda che il salvinismo aveva coperto col rumore. Cioè se la Lega, senza il suo fondatore e dopo il suo grande tradimento commerciale, sia ancora capace di rappresentare un luogo, o anche solo un’idea, per quanto folle, anacronistica, magari anche barbara, ma un’idea.
Bossi non lascia quindi dietro di sé una grande eredità politica.
Lascia un manuale cinico del Nord contemporaneo. Lascia la prova che per vent’anni una massa di persone normalissime ha preferito credersi una nazione mancata piuttosto che ammettere di essere solo una periferia impaurita dell’Occidente. Lascia la prova che la bugia, quando incontra il bisogno giusto, non ha nemmeno bisogno di essere plausibile. Basta che sia consolatoria. Basta che ti faccia sentire migliore senza costringerti a diventarlo.
E da vero Padano, alla fine, ha ceduto lui stesso, ed ha fatto i figli con una siciliana.