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Il Gabibbo è morto e noi l'abbiamo ucciso

Il Gabibbo è morto e noi l'abbiamo ucciso
Lettura boomer
Così parlo Antonio Ricci, è arrivato il momento di accettarlo.

La verità sta tutta nel 25.

All’aforisma 125 della Gaia Scienza Nietzsche annuncia enfaticamente al mondo la morte di Dio. E indica pure il colpevole (eh sì proprio noi). Nel 2025 possiamo annunciare con il lutto negli occhi e senza timore di essere smentiti, se non dal di lui creatore, la morte del Gabibbo.

Sempre di 25 paiono cadere le morti, oltre a qualche nascita illustre.

In realtà, l’agonia è stata lunga ed il decesso forse anticipato. Chi scrive ha sempre follemente, ieraticamente, perversamente amato il Gabibbo.

Un’attrazione omosessualoide, eccitata dal rosso dell’involucro satanicamente abnorme (niente nell’eros è mai troppo grosso), dalla bocca larga e oscura, dalla voce sgraziata ed esilarante.

Un’entità impossibile che poteva venire alla luce solo nel vortice di simboli commerciali che furono gli anni ’90 del passato secolo.

Ahhh se Baudrillard avesse guardato la TV italiana…

Come in un sistema a scatole cinesi i significati simbolici nel Gabibbo sono stratificati; nel più grande si trova il più piccolo fino all’impossibile.

I livelli sono più o meno questi, l’uno all’interno dell’altro:

  • Pupazzone dissacrante
  • Giustiziere delle miserie umane
  • Vessillifero della post-verità, con un nonnulla di critica al giornalismo mainstream
  • Parodiatore dei populisti catodici tanto in voga negli anni ’90
  • Simbolo osceno della morte televisiva
  • Meraviglioso trionfo del falso sul “vero”

Ecco. Egli è stato tutto questo, crediamo.

Noi ci credevamo. Abbiamo sempre creduto in lui. Sappiamo che la TV non può essere maestra, che nulla ha da insegnare, che è il regno dei morti simulanti lo spettacolaccio della vita. Lo dice il sig. Ricci. Lui non sbaglia mai.

Tuttavia il Gabibbo ha vissuto per davvero, pur non essendo mai esistito. Capi di governo spedivano lui documenti programmatici, grandi intellettuali ne scrivevano l’esegesi, potenti plutocrati organizzavano battaglie per depotenziarlo, le forze dell’ordine non gli domandavano i documenti in quanto “soggetto conosciuto”.

I giornalistini, gonfiati da tanta protervia e dalle numerose ore in piedi fuori dalle dimore degli inquisiti, ragione a cui gli angiologi soprattutto lombardi devono molto del loro fatturato, lo guardavano con disprezzo snobistico, ignari di osservare, freudianamente (ma pure lacanianamente) la loro immagine in uno specchio.

Sì, un’intera classe professionale come in uno specchio.

Oggi, gli specchi sono rotti e i vetri sparsi riflettono tante piccole figure che si agitano nell’etere. Ahinoi, quel diavolaccio di gommapiuma non ha avuto sorte migliore, poiché legato indissolubilmente al suo tempo.

Ora il rosso obeso si è estinto, progressivamente prosciugato dalla dimensione civica che, ci perdoni sig. Ricci, non dovrebbe preponderare sulla satira.

Il Gabibbo fu un difensore civico, giusto. Forse l’ultimo.
Tanto vero e forte proprio perché era finto.

Ma in tempi di correttini, di bellezza filtrata e pecoreccia, sarebbe più opportuno che un simile genuino mostro esibisse la sua forza:

  • Tirando secchiate di olio di ricino alle influencer
  • Gettando acido muriatico nei piatti da contenitore televisivo
  • Conducendo una trasmissione di approfondimento politico

Anche perché chi si merita più di essere difeso oggi? Chi è quella ‘bella gente’ a cui ogni tanto lo sentiamo malinconicamente inneggiare?

In verità vi diciamo:

I cittadini hanno subìto una mutazione antropologica irreversibile: sono diventati tutti Wanna Marchi.

Vendono tutto; pensieri, oggetti, i loro corpi (simbolicamente, ma mica poi tanto), tutto.

E se una volta quel nemico è stato battuto da un potere simbolico più forte, perché era uno, oggi le masse mutate non possono essere sconfitte.

La gente non è più recettiva ai simboli perché li ha assorbiti, ora è tutto dentro di loro.

Non è il Gabibbo ad averli inghiottiti, sono loro ad aver mangiato lui in un festino cannibalico paragonabile a quello dei centauri.

Difatti, gli dei muoiono sempre per mano di chi li ha venerati.

Lentamente, progressivamente, Egli è quasi scomparso. Segue il destino dei replicanti in Blade Runner, invero è stato anche lui un profeta del nuovo millennio, solo che al posto delle lacrime nella pioggia svaniscono le risate finte registrate, coro mortifero che ormai sa talmente tanto di artefatto che non le usa più nessuno.

Relegato a comparsata negli intrattenimentaggi composti da filmati in cui si vede gente che casca dalla sedia, l’anti-eroe vermiglio ha smarrito la sua essenza. Forse non serve più.

Non essendoci più un confine netto tra reale e virtuale, e non sussistendo più qualcuno a cui freghi effettivamente qualcosa se quello che guarda sia vero o meno, a cosa può servire il nostro eroe il cui mandato era proprio quello di dimostrare che il falso può essere più potente del vero?

Le società imputridite non hanno più bisogno di giustizieri, ognuno ormai si fa giustizia da sé armato di fotocamera con cui riprendere tutto (ma tutto che?).

Il giornalismo (ma esiste ancora?) ha rinunciato esplicitamente ad ogni pretesa di verosimiglianza e i suoi araldi sono talmente somiglianti al Gabibbo da rendere superflua, quasi malinconica, ogni parodia.

I simboli si attaccano ai corpi e vivono attraverso di essi come La Cosa di Carpenter; non occorrono figure artefatte che sbertuccino gli individui reali, non fanno più ridere.

Al limite sarebbe meglio un pupazzo senza pretese di essere altro.
Neanche nelle linee di merchandising per la scuola lo usano più.
Il Gabibbo, come il Dio di fine ottocento, ha perso il suo scopo.
Per questo lo abbiamo ucciso.

Ma forse non è nemmeno così.

Queste emanazioni muoiono da sole, quando terminano il loro mandato terreno.

Nell’epoca di Tik Tok sono tutti gabibbi consapevoli o meno.
Totalmente abelinati (consultare dizionario italiano-ligure per identificazione semantica), belinizzati, un’umanità che impaurirebbe persino Lui che quando parla sembra posseduto da un demone maggiore.

In fondo il Gabibbo era pure Lui un moralista.
Peccato mortale per un satirico, ma ormai la realtà manifesta oltre la telecamera mostra il fallimento del suo intento.

Nella nostra memoria echeggeranno sempre quei meravigliosi momenti in cui Egli irrompeva negli studi televisivi sbirciando le cosce della conduttrice, reclamando per Lui il microfono della conduzione, malmenando gli ospiti presenti, per poi fuggire in un lampo alla ricerca del catetere perduto di Emilio Fede.

Impensabile nella sterile Tv contemporanea, eterna ripetizione dell’ovvio e perenne soddisfazione del popolaccio sempre affamato di nuovi commissari da vedere sonnecchiando in prima serata. Altro che Twin Peaks… pare più Brutti, Sporchi e Cattivi, ma su larga scala però.

E come dimenticare i reportage dalle piscine prosciugate e dai palazzoni in cemento scorticato, potenti simboli dello spreco di denaro dei contribuenti, tema a cui il pubblico italiota è affezionatissimo.

Il Gabibbo riusciva a rendere gioiosa la vista di qualsiasi ecomostro; ogni palazzaccio di periferia abbandonato acquisiva un momentaneo ma scintillante fascino.

Adesso si traveste ogni tanto per fare da aiuto-comico a dei personaggetti inferiori, ignari del fasto di chi hanno innanzi.

Per cui morte, meglio morire davvero.

Qualora ce lo richiedano comporremo noi un’ode in morte dell’amato orrido vendicatore scarlatto. Per ora constatiamone il decesso.

È morto lui, il suo contenitore mediatico, la sua ragion d’essere e il mondo che rappresentava. Tutti morti. Tanto vale seppellirlo.

Veder marcire un colosso simile è uno spettacolo alla quale non vorremmo assistere; Noi che lo abbiamo conosciuto nel fiore degli anni, è quello il ricordo che vorremmo conservare.

Oppure proviamo a farlo rivivere come uno zombi romeriano squartandolo, prendendo a prestito la testa, la voce, un braccio e così via. Che le singole parti vivano come meme. Niente più civismo, niente più truffe svelate.

Facciamoci una risata va!

Poiché alla fine della notte, siamo tutti besughi!

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