Siamo stati al MUPA, il “Museo del patriarcato”.
Ora che finalmente è chiuso, vi raccontiamo cosa abbiamo visto. Anche perchè, se non lo facciamo noi, non lo farà nessuno, dato che le sale sono rimaste pressoché deserte per tutta la durata dei cinque giorni di esposizione.
Intanto iniziamo col dire che si tratta di una delle cose più inutili e idiote che si siano mai viste negli ultimi cinquant’anni. Per fortuna, il completo flop di pubblico conferma la nostra impressione: pochissimi visitatori, quasi nessuno che ne parla, totale mancanza di capacità di incidere nel discorso culturale.
Vediamo cos’è questo MUPA che «ci invita a osservare con sguardo critico i comportamenti, le abitudini e le narrazioni che ancora oggi alimentano la violenza maschile sulle donne e sulle soggettività marginalizzate per la propria identità di genere» («soggettività marginalizzate», iniziamo bene…).
L’idea di fondo del MUPA era quella di raccontare il nostro presente come se appartenesse già a un’epoca remota. Trattare, cioè, la sensibilità e le abitudini di questi anni come se appartenessero a un lontano passato, così da mettere in evidenza quei comportamenti, oggetti e idee che, secondo gli organizzatori, oggi contribuirebbero ad alimentare la violenza maschile sulle donne e sulle minoranze.
Attraverso installazioni, testimonianze e reperti, il MUPA invitava a soffermarsi su comportamenti o idee generali – date per scontate perché, aggiungiamo noi, assolutamente normali e innocenti – al fine di riconoscere quelle che secondo loro sarebbero dinamiche di potere che attraversano la nostra società; dinamiche di potere che, a detta loro, sarebbero alla base di un diffuso e pericoloso spirito patriarcale.
Di seguito una classifica dei tre momenti più comici e paradossali della mostra.
L’apice della comicità si tocca con la didascalia di Un gioco da ragazze in cui si legge: «può ormai apparire assurdo, ma fino al XXI secolo D.C. i giochi venivano pensati, realizzati, e soprattutto pubblicizzati come destinati “ai maschi” oppure “alle femmine”. Da una parte dinosauri, navicelle spaziali e armi per i bambini che, oltre a includere allusioni alla violenza, permettevano loro di immaginare già dalla propria cameretta un futuro avventuroso e senza limiti. Dall’altra, per le bambine, bambole, elettrodomestici e peluche, funzionali ad abituarle già da piccole ai ruoli di cura che sarebbero loro spettati in futuro. Gli stereotipi di genere venivano introiettati fin dalla tenera età».
Tralasciando le virgolette su maschi e femmine (che ca**o vorranno dire proprio non si capisce…), avete capito bene, c’è scritto proprio così, non è uno scherzo, i giochi venivano pensati come destinati a maschi e femmine. Che assurdità mamma mia, vi rendete conto? Incredibile eh… chi lo avrebbe mai detto.
Nel reperto Trittico pugni su anta (lo so, fa già ridere così) viene mostrata una «deturpazione causata verosimilmente da un pugno in ambito domestico», per cui «si può individuare con relativa certezza il genere dell’autore della violenza» che, naturalmente, sarebbe quello maschile.

Se non avete capito, forse perché il vostro cervello giustamente si rifiuta di sintonizzarsi su un cretinismo così integrale, vi spiego meglio: ci sono tre pezzi di legno con tre ammaccature e queste ammaccature, con «relativa certezza» (sic), sarebbero tre cazzotti sferrati da tre maschi bianchi patriarcali. Il bello è che, anche se così fosse, e se fosse possibile vedendo un’ammaccatura nel legno riferirla alla mano di un uomo, non si vede cosa c’entri la violenza di genere. I pugni sarebbero stati tirati contro delle ante e non si capisce cosa c’entrino le donne.
Sarebbe molto curioso, poi, portare alle estreme conseguenze questo discorso per vedere dove ci conduce. Ci state dicendo che «si può rilevare con relativa certezza il genere dell’autore della violenza, in quanto i dati e le testimonianze parlano chiaro: episodi simili erano (si intende sono, perché si finge che si parli dal futuro, n.d.R.) tutt’altro che rari», insinuando, tra l’altro, che sia responsabilità non solo di maschi, ma di «maschi italiani»?
Allora, se è stato per forza un maschio a farli, dato che comportamenti di questo tipo sarebbero più riscontrabili tra gli uomini, questo “ragionamento” si può provare a estendere?
a) sparizione di un portafoglio in una metro;
b) elusione di un posto di blocco dei carabinieri;
c) limatura dei bordi di una moneta in metallo prezioso.
Continuate così, siete a un passo dal notare il pattern.
In Specchio delle mie brame si rasenta la genialità. Si vede uno specchio con un uomo in giacca e cravatta. Un uomo innocuo, ordinario, protocollare, che nel fumetto che gli è posto vicino afferma «lascia che ti spieghi». Tutto qua, fine. Nient’altro che un banale «lascia che ti spieghi».
Ci chiediamo dove sia il problema e per fortuna arriva in soccorso la didascalia, dove si legge che la frase sarebbe «intrisa di stereotipi di genere». In che senso? Non si capisce bene, non si vede come mai un «lascia che ti spieghi» non possa essere rivolto da un uomo a un uomo, ad esempio, e veramente si fa fatica a trovare il problema.
Per fortuna, la didascalia continua dicendo che: «in passato il mansplaining era considerato una buona norma, persino una forma di galanteria. Gli uomini, forti dei ruoli privilegiati che la società gli assegnava, si sentivano legittimati a offrire pareri, giudizi o spiegazioni non richiesti, soprattutto a donne e ad altre soggettività marginalizzate, con l’intento dichiarato di fornire un aiuto gentile, ma con quello implicito, spesso inconsapevole, di nutrire il proprio ego. Così trattavano l’interlocutrice con paternalismo e condiscendenza, dando per scontato di sapere più di una donna su qualsiasi argomento, dalla guida ai dolori mestruali».
Avete capito bene: se un uomo dice «lascia che ti spieghi» a una donna, anzi, a una «soggettività marginalizzata» (vi prego, pietà), non è gentile, ma sta facendo mansplaining con la volontà di nutrire il proprio ego e dare per scontato di sapere tutto più di una donna. Follia pura.
Naturalmente la lista degli esempi potrebbe essere lunga. Menzione speciale a Giustizia: in cui si vede un martelletto da giudice (tutto qui) e nella cui didascalia leggiamo esterrefatti che la giustizia sarebbe affetta da gravi problemi strutturali dovuti a una visione patriarcale, quando sanno anche le pietre che in Italia nelle cause di divorzio a fare la parte del leone è sempre la donna, che molto spesso rovina la vita del marito costringendolo a dormire in auto e portandogli via i figli.

Altra menzione a Homecoming, un banalissimo e insignificante gruppo di manichini, nella cui didascalia si legge che «Su un qualunque mezzo pubblico […] del XXI secolo d. C. […] gli spazi delle donne potevano essere facilmente violati dagli uomini, rendendo un semplice viaggio in metropolitana un’esperienza opprimente e potenzialmente pericolosa. Vigevano norme implicite che consideravano normale il fatto che una donna dovesse proteggersi ed essere sempre cauta negli spazi pubblici per evitare assalti».

Avete capito bene, secondo loro vigono delle leggi implicite che fanno sì che sia normale che una donna debba difendersi dai tentativi di stupro ogni volta che sale sul bus.
Anche in ambienti tendenzialmente attenti a iniziative di questo tipo, i pochi che si sono recati in visita al MUPA non sapevano cosa dire tanto era penoso lo spettacolo. Del resto, l’insignificanza e la tendenziosità delle testimonianze esposte non potevano che produrre questo risultato.
Forse le persone cominciano a rendersi conto che una sana battaglia per il rispetto della donna non passa dall’invenzione dello spauracchio di un patriarcato inesistente, e neanche dalla demonizzazione del modello di femminilità proprio dei secoli scorsi. In Italia, al netto di indipendenti casi di violenza che potrebbero configurarsi come “patriarcale” o come “maschilista”, la società non è patriarcale. Non lo è nella maniera più assoluta e oggi le donne sono libere di fare ciò che fanno gli uomini, né più né meno.
Proprio come gli uomini anche le donne, oggi, sono libere di fare tante cose, tra cui: distruggersi di lavoro; uscire alle 22.40 da un triste ufficio di consulenza nel centro di Milano (dove sono entrate alle 8.30 del mattino); invecchiare, rovinarsi la salute, imbruttire, sentirsi sole e tristi ed essere assorbite da dinamiche tossiche e competitive.
Il fatto che in alcuni settori vengano privilegiati gli uomini e in altri le donne non porta a dover inventare uno schema patriarcale che non esiste. Così come in alcuni campi l’uomo è tendenzialmente avvantaggiato (ad esempio: esercito, attività edili, autotrasporti), in altri è la donna a godere di un vantaggio (ad esempio: ambito liceale, mondo dello spettacolo, contesto delle agenzie immobiliari).
Per di più, gestire così il tema del femminismo è controproducente, e mostra due gravi lacune logiche:
- tutto in questa mostra svela chiaramente un’idea del genere maschile come stereotipata, cosa che dovrebbe essere evitata da chi ha fatto della battaglia agli stereotipi la propria ragion d’essere;
- c’è un problema con gli inizi, con il fondamento, come si direbbe in termini filosofici. Mi spiego meglio: se, come leggiamo in Un gioco da ragazze, non ci fossero davvero distinzioni tra generi e maschi e femmine fossero tali perché fin da bambini condizionati attraverso sovrastrutture culturali e giocattoli, non si capirebbe l’origine di questa distinzione iniziale.
I primi uomini, quelli che cominciarono a far giocare i loro figli maschi con coltelli e archi, e le loro figlie femmine con bambole, perché erano maschi con gusti da maschi? Perché apprezzavano coltelli e archi?
Nel de-pensiero femminista di oggi, che vorrebbe annullare le distinzioni biologiche dei generi, questo punto resta tristemente irrisolto, condannando la pseudofilosofia femminista a un esiziale vizio di forma.