Blast non ha coordinate terrestri.
Il nostro headquarter è un avamposto mobile nel cyberspazio, una stazione di ascolto sospesa nel rumore cosmico della rete, dove gli impulsi vengono intercettati prima di essere decodificati, prima che diventino narrazione, prima che vengano addomesticati.
È da lì che, negli ultimi mesi, abbiamo intercettato un segnale anomalo proveniente da una oscura regione dell’online italiano, non tanto per il contenuto, che altri hanno già tentato di catalogare, etichettare o scomunicare, quanto per la frequenza su cui era trasmesso.
Il segnale non modulava per piacere, non si correggeva in base alle reazioni, non cercava di adattarsi al linguaggio dominante. Trasmetteva secondo una propria logica interna, coerente, riconoscibile.
Ci ha colpito la struttura linguistica: una grammatica ruvida fatta di attrito, coraggio e rifiuto dello status quo. Un linguaggio che precede l’accordo e sopravvive al disaccordo, a cui forse manca solo una dose di meme.
Nel protocollo del primo contatto, il punto non è stabilire chi abbia ragione, ma verificare se dall’altra parte ci sia un’intelligenza, se questa intelligenza sia in grado di sostenere uno scambio e possibilmente comprenderne le intenzioni.
L’entità che trasmette dice di chiamarsi Luca.
Dice di non chiamarsi Venier.
E dice, soprattutto, cose che molti preferirebbero non sentire.
Al momento in cui questa intervista viene pubblicata, non c’è nulla che consenta di stabilire con certezza se ci troviamo davanti a:
Un esperimento comunicativo riuscito fin troppo bene. Una maschera indossata consapevolmente, una side quest nata per canalizzare frustrazioni o ambizioni personali e diventata, quasi per errore, un catalizzatore politico.
Oppure
Il sintomo di qualcosa di più profondo. Un input grezzo, imperfetto, ma autentico di una frattura generazionale e politica che sta cercando un linguaggio proprio, anche a costo di risultare scomoda, contraddittoria o apertamente ostile.
In entrambi i casi, ignorarlo sarebbe intellettualmente disonesto.
E ridurlo a macchietta sarebbe un modo elegante per non fare i conti con ciò che rappresenta.
Ai lettori l’ardua sentenza.
A Blast il dovere di registrare il segnale prima che venga standardizzato, censurato o dimenticato.
Iniziamo col botto. Ti chiami davvero così o quello che vediamo è solo un personaggio? Come sei arrivato sui social?
In parte. Luca è il mio nome, Venier non è il mio cognome. Sui social ero già presente da un paio di annetti con contenuti in inglese per il business che tuttora mi impegna, mentre Luca Venier nacque in maniera totalmente estemporanea poco più di un mese fa come una semplice side quest; ancora lo è, nel senso che non mi occupa nulla di vicino alla maggior parte del mio tempo. Ricordo che mi guardai intorno in cerca di un italiano che esprimesse le frustrazioni che mi attanagliavano da tempo e, di ritorno da una fallimentare ricerca, decisi di riempire io stesso quel vuoto assordante. I veri OG (quelli che mi seguono da più di 30 giorni) ricorderanno che il profilo era iniziato proprio come una specie di diario personale senza pretese. Proprio a quel punto dovetti scegliere un nome alternativo per non creare overlap con i miei profili principali (e a dirla tutta, il mio vero cognome non suona così bene); il cognome di mia madre era troppo e****, mentre dalla parte di mio padre trovai Venier, cognome del doge Sebastiano che fu ammiraglio ed eroe a Lepanto. Mi convinse abbastanza da adottarlo. Non so quanto della mia personalità traspaia da video di 2 minuti dove dico frasi, ma spero la gente riconosca che non sto scendendo ad alcun tipo di compromesso.
Hai delle posizioni molto forti… Che cosa ti ha radicalizzato?
Non c’è una “cosa” che mi ha radicalizzato: la radicalizzazione è l’arrivo alle estreme conseguenze di un percorso formativo. È il contesto in cui sono nato e cresciuto che mi ha spinto a prioritizzare determinati temi a scapito di altri. Un po’ è istinto di sopravvivenza e autoconservazione, un po’ è la mia personalità di vero zoon politikon. Da piccolo coglievo ogni occasione mi si presentasse di esprimere un’opinione contraria e discutere, ed ero una diehard progressive. È un po’ il meme della gen z che è per metà gay e degenerata e per l’altra metà xenofoba e bigotta. Sono stato in entrambi i poli e lo spirito animante è più o meno lo stesso: è uno di profonda coscienza sociale. Che la radicalizzazione continui.
Nella bolla che occupi su internet vieni indicato spesso come il “Nick Fuentes italiano”. Quanto senti tua questa definizione? Senti davvero una vicinanza al Capo dei Groypers?
Sì, è il commento che ricevo di più. Come ho detto prima qui in Italia il vuoto in questa fetta di “mercato” politico era assordante. È normale che il riferimento venga ora trovato altrove, a chi in Italia mi assimileresti se no? Allo stesso tempo credo che Nick Fuentes sia una figura unica nel suo genere. Il groyperismo è alla fine dei conti un culto della personalità. Dove va il leader i groypers seguono, ad esempio ora che il movimento sta diventando sempre meno esplicitamente identitario. Io sto cercando di fare una cosa un po’ diversa. Detto questo, lo ascolto abitualmente, sento mie molte delle sue rivendicazioni e mentirei se dicessi che non ho preso ispirazione. Mentirei anche se dicessi che i nostri due trascorsi siano assimilabili. Insomma, non è il mio ruolo coniare definizioni come “Nick Fuentes italiano”, lo lascio a chi di dovere.
Nick Fuentes dice che in USA sia praticamente impossibile trovare “real nigga”. Pensi che anche in Italia non ci siano più dei “veri negri”? Della gente che fa sul serio? O sono tutti corrotti venduti? Facci il nome di qualche OG vero, non importa se politico, musicista, showman, giornalista…
L’Italia è piena di veri negri, siamo i negri di Europa. Gli italiani non sono mezze seghe (a parte quando…). Ecco i primi a venirmi in mente sono Hammon e Glasond, che ho conosciuto al loro concerto a Milano pochi giorni fa. Mi fanno provare le stesse emozioni che mi fece provare la DPG quando avevo 12 anni o la FSK quando ne avevo 15. Uomini bianchi con la mente nel loro craft e nella loro bag, che innovano e rovesciano lo status quo in maniera non apologetica. Questa è la mia definizione di vero negro. Il declino è iniziato con l’addomesticazione di noi uomini. Mi sfuggono nomi precisi ora, ma chiunque cada sotto questo ombrello è un real ass nigga.
Siamo sulle linee di combattimento di una guerriglia culturale durissima, senza esclusione di colpi. Sul nostro sito abbiamo cercato di dare una nostra lettura sulle metodologie per combattere il sistema dominante e l’abbiamo trovata nel trollerismo. Secondo te, come si può smantellare questo potere, c’è un discorso metapolitico da affrontare? Quale pensi sia la via più adatta?
La battaglia allo stato attuale è metapolitica/prepolitica. Spesso dico che il problema è strutturale, ma è necessaria una precisazione: non è la struttura in sé che va distrutta, ma la miscela al suo interno. Perché possiamo anche abbandonarci all’accelerazionismo e sperare che tutto crolli a favore di un nuovo ordine, ma come dice Lord Baelish in Game of Thrones, nel caos non ci sono valori o istituzioni sacre a cui aggrapparsi: c’è solo la scala. E con la scala, coloro che sono disposti a far di tutto per salirla. È un lancio della moneta in cui può andarti molto bene come molto male (ad esempio l’ascesa di una tecnocrazia transumanista). E in ambo i casi sangue innocente e sofferenza si spargeranno. Da cattolico rigetto questa via. Al contrario di quello che molti pensano, secondo me il sistema attuale offre molto spazio di manovra pacifica. Questo non vuol dire che opereremo senza attrito o persecuzioni, ma una finestra di opportunità per sostituire quel siero c’è e va sfruttata. La guerra memetica è un esempio lampante: se i social sono dove la gente oggi forma le proprie opinioni, a preoccuparmi non è che la gente si educhi in eco chambers, ma che si educhi nell’eco chamber giusta. E per questo serve gente high IQ che formi un’élite che cambi la miscela (non solo nei social ma in ogni ingranaggio della struttura).
Il motto con cui chiudi i tuoi video è “Schieriamoci dalla nostra parte”. A chi è riferito? Chi è questo “noi” sottinteso? Insomma, a chi vuoi parlare?
A differenza di molti mi considero un identitario, credo nella politica delle identità, ovvero che ci sono gruppi i cui membri, anche se non totalmente all’unisono, agiscono consciamente ed inconsciamente per gli interessi del proprio gruppo. La perdita di questa semplice nozione da parte di noi bianchi è il principale motivo per il quale ci troviamo nella situazione attuale. Nella società multietnica che ci hanno imposto è ora di vitale importanza l’abbandono della neutralità razziale da parte di noi europei per una presa di coscienza in tal senso. Non abbiamo più il lusso di scendere a compromessi, di decidere con chi allearsi, di chiederci per chi voteremo. Il noi sottinteso in quella close presente in quasi ogni mio video è molto chiaro: noi europei, noi italiani. E penso sia superfluo che io fornisca una definizione di questi termini. È ora che ricominciamo a sentire un’affinità intrinseca in quanto simili ontologicamente ed essenzialmente tra noi, non importa se sei cristiano, ateo, del PD, di FdI etc. Solo così avremo una base per cambiare l’ordine attuale e da cui ripartire una volta cambiato. Se non diventiamo in un certo senso “tribali” ora, ci troveremo costretti a diventarlo tra qualche anno per pura sopravvivenza, e a quel punto sarà molto più violento e “hateful” di qualsiasi commentino razzista in un video.
Quali sono, a tuo avviso, le priorità dell’Italia (e dell’Europa)?
Riarmo, economia, alleanze geopolitiche, educazione, sanità, arte…tutte contingenze. La priorità è una sola: demografia. Tutto il resto sono contingenze. Giorni fa un mio amico boomer, in risposta ai miei video, mi ha mandato un articolo de Il Foglio riprendendo delle riflessioni di inizio ‘900 di Paul Valéry. Egli parlava della “morte intellettuale dell’Europa” e, a seguire il link dell’articolo, c’era il messaggio del mio amico: “Ecco da cosa dovreste salvarci. Buon lavoro!”. La mia reazione più istintiva fu pensare “Quindi Valéry aveva predetto Il Foglio”. Ma leggendolo mi fece riflettere più a fondo. Se il problema demografico non viene risolto qui e subito, non avremo neanche il lusso di dilettarci nel leggere i sofismi di un Paul Valéry su come la nostra cultura sta morendo, figuriamoci assistere ad un nuovo rinascimento. È l’uomo che fa la cultura non viceversa. Se l’antropologia cambia, la società e i risultati di essa cambiano. Non c’è dibattito. Sembra un’intuizione semplice, ma i boomers fanno fatica a coglierla per qualche motivo.
Siamo in un momento di grande confusione, in cui non si capisce più quale sia la nostra identità. Il globalismo si è rivelato un’illusione, ma lo Stato-nazionale sembra in crisi. Da dove si può ripartire? Senti, ad esempio, un rapporto particolare con la tua identità regionale (in questo caso veneta)?
Devo essere onesto? Non davvero. Ecco, un’altra beffa di questo paradigma in cui la mia generazione è nata è che non solo siamo il risultato di una profonda disfunzionalità, ma dobbiamo anche annullarci in nome di valori che non abbiamo conosciuto. O scegli il gay, l’onlyfans, il junk food, il cosmopolitismo, oppure devi essere trad, avere famiglia, vestirti con la tuba o chissà cosa. Io rifiuto entrambi. Vengo spesso accusato, soprattutto dai più anziani, di usare inglesismi nei miei video, e altri vedono in questo “ipocrisia”. Io dico fuck you. Questo è l’ambiente in cui sono cresciuto. I cartoni che guardavo erano in inglese. Gli youtubers pure. Sono stato esposto a sexual content fin da giovanissimo. Giocavo a minecraft. Il rapporto con le mie ex fidanzate era tutt’altro che tradizionale. Ascolto rap. Sì, ogni tanto scrollo per un’ora consecutiva perché mi fa ridere George Droyd e Anna Clank che combattono. Tutto questo è marcio e disfunzionale? Forse. Ma non rinnegherò mai il fatto che è parte di me. La mia generazione ha già avuto abbastanza crisi di identità. Bisogna ripartire da qualcosa di nuovo, dal nostro genio. Un genio che forse riuscirà a portare a una sintesi la disfunzionalità globalista postmoderna e la grande tradizione.Ma se proviamo a fare LARPing, parlando in latino e tornando nelle montagne a bere latte crudo abbiamo perso in partenza, ci stiamo sconfiggendo da soli.
Secondo te il destino dell’Europa quanto è legato al destino degli USA? Fino a che punto si può portare qua da noi il dibattito americano, fino a che punto, insomma, condividiamo con loro i problemi? Anche perché, diciamocelo, parlare di “identità bianca” da noi, quando in America eravamo considerati nel gruppo dei blacks…
Che gli Stati Uniti di FDR fossero più razzisti della Germania nazista è un segreto solo per coloro che hanno imparato la storia da LA7. Erano altri tempi. Altre priorità. La battaglia spirituale di oggi ci vede uniti in un’unica storia civilizzatrice. La filosofia greca, il diritto romano, il misticismo celtico-germanico, la cristianità; la sintesi di tutto questo siamo noi europei, sì, anche gli Italiani, sì, anche gli Irlandesi. E noi europei abbiamo fondato gli USA. Questa è la battaglia spirituale, la battaglia geopolitica è leggermente diversa: l’America è un impero, noi siamo delle insulse colonie sbandate. Da questo punto di vista supporto la nuova corrente di pensiero che si sta formando in DC, ovvero quella dei prioritizzatori, che vogliono un’America proiettata nel Pacifico, scenario in cui l’Europa dovrebbe arrangiarsi in materia di sicurezza nazionale. Ma allo stato attuale delle cose si tratta di scegliere tra diversi padroni, e se le alternative sono l’impero russo e l’impero cinese, io scelgo tutta la vita quello americano, e chiunque dica diversamente deve essere guardato, per ovvi motivi, con sospetto.
Quanto è importante il cristianesimo cattolico nella tua riflessione politica? Come si concilia con le tue posizioni nativiste e identitarie? La tua attività online è parte di un percorso di redenzione?
Premetto che il cattolicesimo è importantissimo perché è la verità. E più che essere preoccupato di cosa si sposi con le mie opinioni politiche sono preoccupato di scoprire qual è la verità e servirla. Detto questo, c’è questa macchietta moderna del cattolicesimo che lo distorce e dipinge come una forza che spinge per l’internazionalismo e l’universalismo. È una visione molto convoluta. Noi cattolici ragioniamo in maniera più analoga che univoca, più “et et” che “aut”. Sì, cattolico viene da katholou (“secondo il tutto”), ma questo è riferito al fatto che abbiamo tutti ugual dignità agli occhi di Dio come umani, e tutti siamo invitati al banchetto di nozze dello sposo. Quando il subject matter è più mondano, tipo la gestione di uno Stato, ci sono altre considerazioni da tenere a mente. Il catechismo e l’intera dottrina della Chiesa non vanno in nessun modo contro quello che esprimo nei miei video. Anzi, il rispetto per le istituzioni intermedie è altissimo, senza ovviamente mai sfociare nel campo dell’idolatria. E sì, considerando che finora questo mio progetto è stato un puro investimento di tempo senza remunerazione, senza contare poi tutti gli altri fronti della mia vita di cui sono responsabile, si può dire che lo stia facendo perché “è giusto farlo”. Prego il Signore che mi umili lungo il cammino.
Ma è vero che tutti gli estremisti di destra finiscono, prima o poi, con una straniera (magari una bella mamacita colombiana o una slava tutto d’un pezzo), alla ricerca disperata della tradwife dei sogni? Questo li rende meno real? Tu, che sei un moderato, avrai sicuramente delle preferenze… Diccele.
Sì, è vero, confermo.
Per quanto riguarda me sono sempre stato aperto con tutti sul fatto che non mi ispira l’idea di un’ariana capelli biondi e occhi azzurri. Sono più propenso per le castane occhi marroni, il fenotipo suditaliano di solito soddisfa questi requisiti. Ma per cadere nello stereotipo, ammetto che la mia celebrity crush era Natalie Portman, quando era giovane. Ora che è anziana fa paura. Hanno un qualcosa di inquietante negli occhi le ebree, come se il demone di Lilith vivesse in loro. Devo stare attento specialmente nel contesto della missione in cui mi sto imbarcando. Diciamo che per me non è una questione di gusti personali, ma dell’eredità che voglio lasciare, e il più grande favore che puoi fare a te stesso e ai tuoi figli è che loro assomiglino ai propri genitori. Terrò a freno i miei istinti primordiali se è per questo fine.
Cosa ne pensi dei Bengalesi a Mestre e Monfalcone? In generale, pensi sia davvero necessario remigrare TUTTI, compresi i lavoratori in regola e chi cerca di restituire alla comunità che accoglie? Proprio tutti? Anche il gentile kebabbaro che ti sfama alle 3 di notte?
Le scelte più difficili richiedono la volontà più forte.
Secondo te la generazione Zoomer può qualcosa dinanzi al collasso? Avrà un compito specifico negli anni che verranno? E, se sì, come credi si svolgerà il cambiamento? Sentiti libero di lasciare un last message per tutti gli zòstili che ci leggono.

C’è qualcosa di escatologico nel fatto che siamo chiamati la Gen Z. Siamo l’ultima generazione che ha l’opportunità di salvare dall’oblio seimila anni di storia. Certo ci sono i giorni in cui io sono full doom black pill, ma vedo in noi uno spirito. Uno spirito che si è infiammato ulteriormente dopo numerosi tentativi di estinguerlo da parte del nemico. Nessuno sa memare come noi, la battaglia culturale è pressoché vinta. Poi verrà quella politica. A tutti noi lancio un monito, che finché lo seguiamo non potremo sbagliare: schieriamoci dalla nostra parte.