Ci eravamo abituati a un Festival di Sanremo lontano dal reale sentore del paese.
Un concorso canoro, ma che non era più una gara e in cui le canzoni non contavano più nulla.
I filmati in bianco in nero delle serate al Casinò che erano state l’origine della musica leggera che portava felicità e graziosità agli italiani attraverso l’etere, ci risultavano ormai lontanissime.
Scorrendo la scaletta trovavamo solo macigni, creati distopicamente per entrarti in testa manipolandoti.
Il Festival è un prodotto specificamente italiano,
ma la dimensione massificata ne aveva annullato le radici identitarie.
La dicitura Festival della canzone italiana appariva ormai solo nominale, sembrava più una sorta di festa aziendale della RAI.
Abbandonata la poesia accessibile a tutti delle prime canzoni sanremesi, il palco dell’Ariston si era trasformato in tribuna politica, un luogo da cui i detentori dell’egemonia culturale lanciavano i propri diktat.
Ogni anno aveva il suo tema e i suoi simboli (ancora ci ricordiamo i fiocchetti arcobaleno di Fabio Fazio).
Sanremo era diventato politica, ma intesa nel senso di quel surrogato che ci viene rifilato oggi, senza ormai più l’ambizione all’immortalità e alla trascendenza.
Una politica burocratica e mediatica, che mai avrebbe il coraggio di compiere un gesto che squarcia il confine tra questo mondo e quell’altro, come fece Luigi Tenco, una volta resosi conto di cosa stava diventando la kermesse.
E dire che Tenco se la prendeva con Orietta Berti!
Non aveva idea di cosa sarebbe arrivato dopo, per non parlare dell’intellettualismo antipopolare che si sarebbe creato intorno al premio a lui intitolato.
Sanremo aveva spinto sul progressismo ma, come i lettori di Blast sanno, a furia di spingere si va in indietro.
L’edizione 2026 del Festival è stata un chiaro esempio del fenomeno accelerazionario che sta coinvolgendo la nostra penisola.
Carlo Conti ci ha proposto un Festival noioso, lento, senza momenti comici.
Le canzoni si susseguivano senza sosta, sempre di bassa qualità sia chiaro, ma almeno di nuovo al centro.
Il veterano presentatore ha dato il contentino a tutte le parti: al circoletto di sinistra, ai mattarelliani, a big pharma.
Eppure oltre le esternazioni telecomandate questo è stato un festival di ritorno.
A dominare sono state le camicie nere di Fedez e Masini, la smielatezza di Arisa e la napoletanità ostentata di Sal da Vinci.
Con il suo viso da italoamericano e la sua mimica inconfondibile, ha mostrato ancora una volta che l’italiano può vincere.
La canzone di Sal è costruita secondo i canoni moderni del tormentone, ma la sua anima è classica.
Porta un messaggio semplice quanto oggi rivoluzionario: l’amore eterno.
Sal Da Vinci è l’unico pezzo di arte rimasto a Sanremo ed è talmente travolgente da non permettere nemmeno critiche, rivoluzionando l’orizzonte valoriale senza che la platea se ne renda conto.
Il modo in cui il pubblico sanremese, notoriamente uno dei peggiori mai visti, si metteva a cantare ogni volta che veniva suonato il jingle di Rossetto e caffè prima dell’esibizione, era qualcosa che non ci capitava di vedere da molto tempo ormai.
Sal ci ha mostrato ancora una volta che nulla accade mai.
In tre minuti la sua canzone distrugge decenni di costruzione ideologica e ci sbatte in faccia l’eternità, il per sempre.
Tutte espressioni bandite da una cultura meccanopatica che valorizza solo l’oggi, l’utile e il sostituibile.
Il paese reale ha trionfato sulla sua rappresentazione ideologica fornita dall’elite culturale.
Nulla hanno potuto i giornalisti, i newslettari, gli intellettuali di La7.
Di fronte alla gioia che scatena l’amore napoletano, alla sua passione che è residuo di un mondo che hanno voluto cancellare, la sala ha potuto solo che alzarsi in piedi e cantare, assaporando almeno per quella sera un po’ di quel senso di infinito che avevano dimenticato.
Oggi se vogliamo essere italiani dobbiamo essere tutti napoletani, bisogna imparare da loro la forza di imporsi.
Dopo una fase di rigetto, in cui l’establishment mediatico ha tentato di respingere l’onda di arte (ed occorre davvero usare questo termine) che veniva dalla città più identitaria d’Italia, oggi razionalmente si è arreso.
La vittoria di Sal Da Vinci restituisce la vittoria rubata a Geolier e apre una futura vendetta per il furto subito da Ultimo.
A questi artisti vecchio stampo esponenti di una vera cultura di strada, che parte dal basso, che portano valori antichi in forme nuove riuscendo a riempire stadi per giornate di fila, il sistema aveva preferito i suoi prodotti.
Mahmood e Angelina Mango sono voci di una musica astratta, che si avvicina all’IA generativa, che deve sempre allacciarsi a un tema di moda, che sia la salute mentale o l’immigrazionismo.
Mai riescono ad essere musica pura, apprezzabile in sé stessa.
Ma ormai questo paradigma è rotto.
Con questo non si vuol certo dire che Sanremo diventerà d’oggi in poi tradizionalista.
Con la prossima conduzione di Stefano de Martino, trionfalmente annunciata nell’ultima serata, si prospetta la pace sociale dell’italiosfera meloniana, che unirà destra e sinistra, Rai e Mediaset, zoomer e boomer.
De Martino, personaggio che piace a tutti e che non ha nemici (per ora) potrà essere il fattore di equilibrio dell’intrattenimento televisivo italiano.
Meloniano nei fatti più che nelle apparenze, De Martino (anche lui, non a caso, partenopeo) potrà imporre mediaticamente la politica che vede Fratelli d’Italia come la nuova DC, come vogliono gli americani.
Ognuno avrà la sua parte e finalmente anche Selvaggia Lucarelli si addolcirà, e Maria de Filippi smetterà di essere eminenza grigia per dichiararsi apertamente come imperatrice dell'industria musicale italiana.
C’è solo da sperare che chi rimarrà fuori combini un po’ di sconquasso.
Quando tutto sembra ben apparecchiato si apre lo spazio per una mossa schizo, una svolta improvvisa, un nuovo cavallo pazzo sul palco.
Lasciamolo accelerare ancora sto Festival, che tutto può ancora ritornare.
Sanremo rimarrà sempre, come una condanna, lo specchio di questo paese, il più teatrale ed esagerato.
Un po’ come gli USA, ma senza le bombe.