Stai scrollando le immagini sui social del municipio di Limoges in fiamme. Nei commenti sotto i post è in corso una battaglia tra quelli del ‘la rivoluzione non è un pranzo di gala’ e quelli del ‘bisogna andare con i manganelli’. Poi ti imbatti in un commento peculiare:
‘Stanno provando a distruggere l’evidenza di Tartaria…’
Inarchi il sopracciglio. Tartaria? Incuriosito, approfondisci direttamente nella barra di ricerca di Instagram. Ti appaiono davanti agli occhi una sfilza di account: Tartaria world, Secret Tartaria, Tartarian talisman… cosa ancora più curiosa, si seguono tutti a vicenda. Ne apri uno. Compaiono immagini in bianco e nero di spettacolari strutture architettoniche che sembrano uscite da un’altra epoca; sono immense e sembrano fatte della materia dei sogni. Leggi le didascalie. ‘Esposizione universale di Parigi 1900’, ‘Chicago World Fair 1893’, ‘Louisiana Purchase Exposition 1894’…

Sei esterrefatto. Questi edifici esistevano? Dove sono ora? Li cerchi su Wikipedia. Bruciato, demolito, bruciato…
Certo, la spiegazione ufficiale è che queste strutture siano state costruite con materiali non durevoli e che, alla fine delle esposizioni universali, siano state smontate o colpite da qualche calamità naturale che ne ha costretto la demolizione.
E tutti gli account di Tartaria allora? Ma poi cosa vuol dire ‘Tartaria’? Ormai sei entrato nella tana del bianconiglio e vuoi andare a fondo.
Ho passato gli ultimi anni bazzicando nei forum della teoria del complotto più schizoide che tu abbia mai sentito e sono pronto a rivelarne i segreti.
Sei pronto? Ecco a sommi capi Tartaria.
In principio c’era la Tartaria, una terra mitica abitata da giganti, esseri superiori menzionati anche nell’Antico Testamento. Essa era locata nell’Asia Centrale, come stanno a testimoniare mappe cinquecentesche dell’Eurasia. Dall’Asia Centrale ai bacini fluviali del Nord America, l’architettura tartariana aveva colonizzato il globo con un livello di precisione geometrica e spirituale oggi incomprensibile: palazzi ciclopici in marmo e granito, cupole e antenne progettate per incanalare energia infinita, poi utilizzata per alimentare le meraviglie tecnologiche dell’impero globale tartariano.

Poi, il grande reset.
Un’opera di manipolazione mnemonica collettiva di proporzioni titaniche. Tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento emerge sulla scena politica globale un’élite globalista fedele al Demiurgo, l’arconte invisibile che annebbia le menti degli uomini con i falsi miti del
tempo linearee dellastoria come progresso.
Il loro obiettivo: cancellare le tracce di Tartaria.
Come? Distruggendo ogni prova fisica della grandezza passata. Perché? Ci arriveremo.
Ecco che nascono le finte ‘Esposizioni Universali’. Vi viene raccontato che immense città marmoree sono state costruite tra Europa e Nord America nell’arco di alcuni mesi, per poi venire smontate subito dopo. La verità è che le “esposizioni” sono la favola raccontata alla plebe, uno strumento di riscrittura della storia per giustificare nella tempolinea le demolizioni sistematiche e gli incendi controllati.
La bruttezza dell’architettura contemporanea, con il suo
cemento armatoe le sue scatole di vetro alienanti non sarebbero dunque una mera scelta estetica o di mercato, ma la gabbia percettiva imposta per atrofizzare lo spirito umano, soffocare il ricordo del regno che fu e recidere i legami che legano l’umanità ad una verticalità primordiale.
Nella grande ricostruzione storica tartariana, alcune figure solitarie si ergono a paladini di ciò che fu. Tra essi Nikola Tesla, che sembrava aver appreso tramite i suoi esperimenti il modo di utilizzare la stessa fonte di energia infinita che erano stati in grado di incanalare i tartariani. Figura tragica la sua, dato che la sua vita coincise proprio con il periodo dell’ascesa dell’elite demiurgica, che si adoperò per nascondere i risultati delle ricerche dello scienziato, morto povero e in disgrazia.
Ma le meraviglie della rabbit hole tartariana non finiscono qui.
C’è chi parla del catastrofico ‘mud flood’, un diluvio cataclismatico che ha assonanze con quello biblico, al seguito del quale uno strato di fanghiglia avrebbe sepolto la maggior parte delle strutture megalitiche, come enormi palazzi di Manhattan i cui scantinati sarebbero in realtà le finestre semi sommese della struttura sotto il fango.

Qui al Blast non vogliamo esprimerci in merito alla plausibilità o meno di questa Schizoteoria (ovviamente ci crediamo).
Quello che sappiamo, però, è che gli aderenti alla teoria sono quel tipo di schizoidi che percepiscono qualcosa che non va nella società in cui abitano e vogliono fare qualcosa al riguardo. Tartaria è un importante strumento meta-narrativo nella guerriglia culturale che si sta combattendo. Ha potenzialità per essere l’espressione di qualcosa che ci è stato sottratto, un’età dell’oro dai tratti ineffabili, ma di cui percepiamo il vuoto provocato dalla sua scomparsa. E sono già diverse le forze politiche che stanno iniziando ad attingere alle potenti vibrazioni telluriche dell’immaginario tartariano. Personalità come Haz Al-Din, il presidente dell’ACP (American Communist Party).
In effetti la teoria tartariana sembra avere un certo appeal in Russia e negli Stati Uniti, due vaste masse continentali dagli spazi sterminati e dalle forti energie telluriche che hanno assistito alla distruzione del proprio patrimonio architettonico nel corso del ventesimo secolo.
Noi, però, riteniamo che il fuoco della Tartaria possa e debba essere risvegliato proprio in Europa.
Se la materia ciclopica è stata rasa al suolo, la guerra odierna si combatte interamente sul piano mentale. L’Europa custodisce ancora nei suoi sotterranei psichici i tizzoni ardenti della Fiamma Tartariana, ricordo pulsante della conoscenza ante-diluviana. Ma questa fiamma è costantemente braccata, sorvegliata e ridotta a simulacro da entità parassitarie.
Si profila davanti a noi una guerra cosmica e archetipica: da un lato Saturno, che va a incarnare la tirannia della temporalità sulla spazialità, dell’accelerazione temporale del Kali Yuga sul tempo eterno dell’Età dell’Oro, dall’altro Giove, coincidente con la sovranità eterma e ciclopica di Tartaria.
Una battaglia astrale che si riflette e si proietta nella geopolitica terrena, dove ogni griglia di telecomunicazione satellitare, ogni cavo metallico, contribuisce all’imprigionamento della fiamma da parte di Crono. E non è un caso che il metallo sia tradizionalmente associato ad entità pericolose e incontrollabili, basti pensare alla rappresentazione del drago che sta a guardia di enormi quantità di monete d’oro, spesso nelle profondità di caverne e montagne, figura archetipica di leggende europee e iraniche.
Qui ci poniamo la domanda: è possibile che tutti gli account tartariani, magari in maniera confusa, siano un preludio ad un grande risveglio che cancelli anni di reset?
La vera domanda è: chi erediterà la Nuova Tartaria?
Sarà Azerbaijan Technologies? Effettivamente Baku è già la capitale della fiamma e situata in una posizione intermedia tra il mondo europeo e quello asiatico.
Oppure sarà l’ibrido definitivo che si profila silenziosamente nelle steppe del Kazakistan, dove l’architettura esoterica di Astana riecheggia quella di Shambala, la città mitica nel cuore di Tartaria di cui parlano le scritture buddhiste? Essa ha le potenzialità per diventare terra promessa degli Wasian di mezzo mondo, un’etnia ibrida ariano-mongolica, in crescente presa di autocoscienza partorita dai sogni più febbricitanti di Nick Land durante notti insonni in uno sgabuzzino di Shanghai.
A queste domande non abbiamo risposta, ma di una cosa vogliamo convincervi.
Il risveglio è iniziato e nessuno vuole tornare a dormire:
è arrivato il momento di (ri)diventare tartariani…