Per collaudare il nostro modo di raccontare le cose: verificare se la sua secchezza, il suo rifiuto dei cori, l’idea ostinata che la forma sia già un giudizio resistono nel rumore di oggi.
Longanesi non ha solo rivoluzionato il giornalismo nel nostro paese, lo ha spostato dall’inventario dei fatti alla responsabilità della pagina: titoli brevi che decidono, fotografie che dimostrano, impaginazioni che costringono a vedere.
In un Paese che spesso confonde il volume con la sostanza e l’inaugurazione con la durata, riportarlo in pagina è revisione del nostro alfabeto civile.
Questo articolo prova a farlo senza cerimonie: raccontando come è nato quel suo sguardo, perché ha messo in crisi le liturgie del suo tempo e in che misura può ancora servirci, oggi, a pesare le parole e a separare quelle belle da quelle che servono.
La pagina prima del contenuto
Longanesi nasce in Romagna, figlio di una famiglia borghese, che lo educa ai valori risorgimentali.
Tenta la via della Giurisprudenza senza entusiasmo: capisce presto che la sua lingua passa dalla tipografia.
Linotype, inchiostro, righelli, un apprendistato che gli consegna la regola madre: la pagina decide prima del contenuto.
Da qui il gusto per la misura, il bianco, l’interlinea; da qui l’allergia all’aggettivo di troppo e alla frase che si compiace.
Quando nel 1926 apre L’Italiano impone titoli brevi e netti, l’opposto della prosa che il fascismo (di cui pur lui è un fedele sostenitore) sta trasformando in liturgia.
Accanto a Mino Maccari usa lo Strapaese non come nostalgico ritorno alla campagna, ma come strumento operativo: la lingua ruvida della provincia per scalfire il gergo imperiale, il proverbio asciutto per mettere alla prova l’enfasi, i suoi personaggi protagonisti attivi della vita politica e sociale, non vittime di poteri al di fuori della loro comprensione.
È una tattica più che un’estetica: stare “dentro” quel tanto che basta per vedere i bulloni del meccanismo, “fuori” quel tanto che serve a non diventarne ingranaggio.
Non è necessario essere dei geni: ci si può accontentare di una mediocrità tanto mediocre da star fuori del comune.
Nel 1937 fonda Omnibus. È un cambio di paradigma: fotografie ampie, titoli taglienti, montaggi che mescolano alto e basso senza sceneggiare scandali, ma per far vedere la crepa.
In prima pagina un gerarca col bavero della giacca impolverato dalla cenere del sigaro può comparire accanto a Greta Garbo: nessuna invettiva, solo cortocircuito visivo.
Il regime non sopporta l’ironia chirurgica: dopo due anni il ministero impone la chiusura.
Longanesi non si mette in posa da martire; registra la prova che diventerà metodo: quando la forma è precisa, mette in difficoltà almeno quanto il contenuto.
Finita la guerra, cambia la liturgia ma non la sua postura.
Longanesi si scaglia contro l’antifascismo a cui ha aderito dopo l’8 settembre, ma che sta vedendo diventare autoassoluzione.
Nel 1950 fonda Il Borghese, promemoria che la legittimità morale non sostituisce la responsabilità e che i conti, alla fine, si fanno.
In prima pagina convivono aforismi e inchieste sui costi effettivi delle riforme, un esercizio di igiene pubblica.
Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola.
Muore nel 1957 nel suo ufficio, senza altari, coerente con il proprio modo di stare al mondo: più officina che salotto, tanto che le ultime parole, spesso usate come emblema della grandezza dei personaggi trattati, restano asciutte:
“Meglio così, tra i miei arnesi”.
Non lascia un testamento, ma abitudini di lavoro:
- fidarsi della pagina,
- pretendere chiarezza,
- misurare le parole sotto carico,
- diffidare dei cori quando diventano unanimi.
Se oggi vale la pena parlarne è perché quelle abitudini, applicate al nostro presente, separano ciò che regge da ciò che suona bene.
Maestro di posizione
Leo Longanesi è stato fondamentalmente un innovatore del giornalismo, anticipando di molto la futura corrente del giornalismo alternativo d’opinione (e infatti Thompson senza saperlo gli deve molto!).
La sua importanza risiede nella capacità di trasformare la critica in forma, e la forma, con efficacia martellante, in contenuto.
Le dittature sono due: quella della libertà e quella dell’autorità.
Con Leo Longanesi, l’informazione smette di essere cronaca: diventa giudizio, personalità, stile.
Il suo uso del paradosso, dell’aforisma e della composizione tipografica come costruzione del pensiero fa scuola.
Ogni titolo, ogni occhiello, ogni pagina da lui curata è già un’opinione, un colpo secco contro il conformismo, la vanità del potere, l’ignoranza, ma anche contro la stupidità degli oppositori.
Il giornalismo che nel dopoguerra si afferma come esercizio di scrittura e di giudizio deve molto a questa lezione: si può, e anzi si deve, giudicare i fatti, non solo narrarli.
La sua fedeltà formale al fascismo non gli impedisce, già negli anni Trenta, una forma sottile ma incisiva di sabotaggio interno: allusioni, caricatura dei miti nazionali, difesa ostinata della provincia contro le retoriche imperiali.
È in questo contesto che va letta l’esperienza, marginale ma significativa, di Strapaese, come frammento tattico dentro una più ampia strategia di smascheramento.
Longanesi riesce in un’impresa rara: disturbare il potere standoci dentro, senza mai dichiarare guerra aperta, logorandolo con l’eccesso e con un patriottismo che diventa grottesco.
Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che rappresentano queste idee.
L’uomo contro, oggi
Parlare oggi di Longanesi significa accettare una figura che non si lascia addomesticare, nemmeno da chi si proclama erede.
È un autore critico proprio perché chiede due cose che costano: disciplina della forma e responsabilità del giudizio.
Da direttore ed editore, non si limita a correggere bozze: riconosce voci e le mette alla prova.
È Longanesi a scommettere su personaggi che poi faranno la nostra storia, come Buzzati e Montanelli; li obbliga a misurarsi con la pagina prima che con la fama, a far passare i pezzi attraverso il setaccio del tono e della chiarezza.
Non è il gusto del talent scout, è l’idea che il giornalismo sia una bottega, dove la voce prende corpo solo se regge la fatica del banco.
Per molti resta un personaggio difficile perché non concede esenzioni: né alla politica, né alla cultura, né ai giornali, né a chi sta “dalla nostra parte”.
La sua ostilità verso i salvacondotti estetici non è negoziabile:
Voleva artigiani, non icone: si risponde del risultato.
È una lezione che oggi pesa: meno identità dichiarate, più lavori finiti.
La sua postura è quella dell’“uomo contro”.
Non per partito preso, ma per igiene civile.
Durante il Ventennio può risultare sgradito al fascismo proprio perché ne buca la retorica; nel dopoguerra può sembrare “fascista” a chi scambia la sua insofferenza per il conformismo antifascista con un allineamento reazionario.
In realtà è l’esercizio di una contraddizione virtuosa: cambiare posizione per restare fedele al giudizio, non all’appartenenza.
Da parte sua fu sempre chiaro:
“ho sempre oscillato tra il lirismo socialista e il desiderio di epica”.
In quell’oscillazione c’è l’antidoto al moralismo e alla scenografia: tenere insieme il bisogno di giustizia e la necessità del racconto grande, senza cedere alla retorica dell’uno né all’ubriacatura dell’altra.
Perché ne parliamo oggi?
Perché la sua severità serve a chi prova, ancora, a scrivere senza travestire la realtà.
Non occorre invocare scuole o genealogie; basta adottare i suoi criteri: chiedere manutenzione invece di accontentarsi delle inaugurazioni, pretendere che i principi reggano sotto carico, diffidare delle rivoluzioni che si accomodano a tavola alla prima occasione, ricordare che le facce contano quanto le idee.
Per noi che consideriamo la scrittura un mestiere e non una posa, Longanesi è insieme alleato e misura.
Alleato, perché dimostra che si può giudicare senza compiacersi;
misura, perché costringe a togliere il superfluo finché resta ciò che davvero dice.
La sua eredità, nel presente, sta nell’uso quotidiano del suo banco da lavoro.
È per questo che continua a dividere e a valere.
Non deve mettere d’accordo nessuno; deve rendere più chiaro a tutti dove finisce la messinscena e comincia la sostanza.
E se a molti, anche tra gli “ammiratori”, risulta ancora spigoloso, è un buon segno: significa che la lama non ha perso il filo.