NON HO MAI VISTO UN TATUATO VINCERE LA MEDAGLIA FIELDS

Analisi lombrosiana della Body Art

NON HO MAI VISTO UN TATUATO VINCERE LA MEDAGLIA FIELDS
Lettura zostile
Quali sono le basi della discriminazione nei confronti dei tatuati che alberga nei seguaci inconsapevoli di Cesare Lombroso?

Andavo alle elementari quando un pomeriggio mio padre decise di portarmi a prendere un gelato. Seduto vicino a noi c’era un ragazzo con un piercing sul mento. Colto dalla tipica curiosità dei bambini chiesi a mio padre:

“Papà, papà, ma che cos’ha quel ragazzo sul viso?”

Mio padre rispose (con voce abbastanza alta da farsi sentire dal tavolo vicino):

“Vedi, caro il mio ***** *****, quel ragazzo va così male a scuola che la maestra gli ha dovuto sparare dei chiodi in faccia.”

Una rara foto di mio padre all’età di 15 anni:

Da vent’anni a questa parte il numero di persone con tatuaggi, piercing e anelli al naso (non ce la faccio a chiamarli septum) è aumentato esponenzialmente e ciò che un tempo era un tratto distintivo di alcune minoranze ben ghettizzate come carcerati, marinai, motociclisti e drogati è diventato mainstream.

Ci si potrebbe dunque domandare come l’avversione nei confronti degli individui portatori di Body Art possa essere utile oggigiorno e, in secondo luogo, che basi ideologiche (e psicologiche) abbia il forte senso di discriminazione nei confronti dei tatuati&Co che alberga ancora in (purtroppo) pochi (in)consapevoli seguaci del pensiero lombrosiano.

Già infatti un secolo e mezzo fa l’illustre antropologo veronese chiosava:

“Nulla è più naturale che un’usanza tanto diffusa tra i selvaggi e fra i popoli preistorici, torni a ripullulare in mezzo a quelli classi umane che, come i bassi fondi marini, mantengono la stessa temperatura, ripetono le usanze, le superstizioni, perfino le canzoni dei popoli primitivi, e che hanno in comune con questi la stessa violenza delle passioni, la stessa torbida sessualità, la stessa puerile vanità, il lungo ozio, e, nelle meretrici la nudità, che sono nei selvaggi i precipui incentivi a quella strana costumanza.”

È chiaro che, per il Lombroso, i tatuaggi e le altre forme di mutilazioni rituali (da ora in poi userò questo termine per riferirmi alla Body Art) fossero indicatori di uomo e donna delinquente. Ma, come si diceva qualche paragrafo più sopra, mentre a fine ‘800 questi segni morfologici erano diffusi prevalentemente fra categorie marginalizzate della società oggi si sono estesi anche alla borghesia delle grandi città.

Lo sdoganamento di questi usi però non può essere utilizzato per screditare né la nobile disciplina positivista della fisiognomica, né tantomeno il presunto bigottismo del mio burbero genitore. Infatti, ciò che Cesare Lombroso aveva fatto un secolo e mezzo fa era stato semplicemente notare un pattern, un pattern confermato ancora oggi da dati affidabili. Quel che può essere visto come un bias pregiudizievole ha infatti delle basi assolutamente reali.

“Com’è possibile che, pur costituendo il 13% della popolazione, i tatuati commettano il 40% dei crimini?”

Nonostante non si arrivi a toccare vette così alte, osservando qualche dato ci si può comunque fare una opinione chiara sul quadro della situazione.

Uno studio del 2019 (Mortensen et al.) ha rilevato che le persone tatuate hanno una probabilità maggiore di comportamenti a rischio rispetto a quelle non tatuate, su tutte spicca proprio la detenzione in carcere (55,2% delle persone che sono state in carcere hanno tatuaggi, contro il 29,3% di chi non è mai stato incarcerato). Ad un’analisi più approfondita i tatuaggi sembrano proprio un sintomo di fattori di rischio come l’impulsività.

Ecco che ad un tratto riecheggiano nell’aria come un monito le parole di Cesare Lombroso e quelli che possono sembrare pregiudizi assumono l’aspetto di saggi ammonimenti supportati dai fatti. C’è dell’altro però. Come già era stato notato dal padre della criminologia italiana, tatuaggi e mutilazioni rituali varie sono degli ottimi indicatori di promiscuità (non a caso un’altra categoria in cui si trovano molti elementi tatuati è quella degli attori/attrici porno).

Uno studio del 2019 ha rilevato che le persone tatuate hanno in media 1,5 partner sessuali all’anno rispetto a 1,1 per i non tatuati. Addirittura uno studio del 1999 su studenti universitari americani ha mostrato che il 24% degli studenti tatuati aveva tra 6 e 10 partner sessuali, e un ulteriore 26% ne aveva più di 11, suggerendo una correlazione con comportamenti sessuali più attivi.

A tal proposito posso nuovamente attingere al mio bagaglio di esperienze personali per rendere al meglio questo concetto.

Una mattina, pochi mesi fa, mi sono recato (ahimé) all’università. Non erano neppure le 8:00 e l’emiciclo dell’aula era ancora praticamente vuoto. Ho comunque avuto il piacere di ritrovarmi seduto davanti a due colleghe e, mio malgrado, non ho potuto fare altro che ascoltare la loro conversazione. In particolare una delle due, le cui origini sono sicuro al 100% non abbiano alcuna ripercussione sui suoi gusti in fatto di uomini, diceva all’altra più o meno questo:

“...a’ settimana scors’ song uscita co’ due ragazzi… O’ mercoledì co’ un’i’ cinquant'anni ma non m’ha convint’ cchiù di tant’...O’ vinirdì invece un’i’ trentacinquan’anni ma portat’ a cina fuor’. Mamma miii, teneva nu tatuagg’ sulla gamba che m’ha fatto impazzir’, appena l’agg’ visto gli ho chiest’subit’ se ci potevam’rivedere…”

I fidanzati più tranquilli delle vostre colleghe fuorisede:

Scherzi (?) a parte, da cosa potrebbe derivare questa maggior appetibilità sessuale dei tatuati? Le mutilazioni rituali possono essere considerate una forma ancestrale di Lookmaxxing? Procediamo con ordine. 

Come si diceva poc’anzi, i tatuaggi sono identificabili come segno di maggiore impulsività e capacità di assumersi rischi. E a quale ormone sessuale sono associate queste caratteristiche? Al testosterone, OVVIAMENTE. Per via di diversi fattori, come lo stress e l’aver adottato uno stile di vita sedentario, i livelli di testosterone nei ventenni di oggi sono pressoché paragonabili a quelli di un cinquantenne degli anni 70’ del secolo scorso.

Era pertanto biologicamente prevedibile che le giovani della nostra specie, in tempi di grande penia dell’androgeno per eccellenza come quelli che stiamo vivendo, si sarebbero aggrappate agli ultimi lampanti segni di mascolinità (rappresentati dai tatuaggi) per individuare eventuali partner sessuali. Con questo non si vuole assolutamente affermare che il lettore, tatuandosi, si trasformerà in un ipergamatore o che, dopo anni di cibo super processato e giornate a base di gaming e scrolling, vi serva un tribale sul polpaccio affinché il diametro dei vostri polsi e il volume delle vostre mandibole aumenti esponenzialmente. Non vanno confuse causalità e associazione.

L’unica, magra consolazione che posso fornirvi sta nel grafico qui sotto:

L’autore di questo articolo è rappresentato dalla crocetta in alto a destra.

Ma perché dunque sarebbe sbagliato tatuarsi? Si può a questo punto ricorrere a una citazione proveniente dal film di Michael Bay con meno esplosioni Pain and Gain: Muscoli e Denaro, in cui il protagonista Daniel Lugo (Mark Wahlberg) dice:

“La parte più difficile di cambiare noi stessi è cambiare il modo in cui ci vedono gli altri”.

Se ci si spingesse oltre queste parole, si potrebbe addirittura dire che per un essere umano è possibile solo cambiare il modo in cui lo vedono i suoi simili. Da questo punto di vista, i tatuati e chiunque altro faccia ricorso a modificazioni meramente estetiche del proprio corpo (dunque non portatori di protesi artificiali o chi fa ricorso all’esercizio fisico per motivi di salute) sono da associare a quegli individui che sottolineano i libri che leggono.

Costoro non sottolineano le frasi che hanno maggiore impatto sul loro sé, ma quelle che vorrebbero che avessero una qualche capacità di cambiarli. Essi ignorano che le uniche righe del testo che ricorderanno sono proprio quelle in cui la loro personalità pregressa può rispecchiarsi, non c’è bisogno di sottolineare niente.

Il/la borghese tatuato/a assume così un’aura anche piuttosto patetica (a meno che non ci si sia tatuati solo per scopare). Questo proprio perché, una volta raggiunta la consapevolezza dell’impossibilità di cambiare sé stesso/a, queste persone procedono a farsi scrivere e/o disegnare addosso ciò su cui vorrebbero si fondasse la loro identità per sembrare ciò che non sono.

In secondo luogo è opportuno ricordare che qualunque ostentazione di informazioni personali (che siano importanti o meno per la definizione del proprio sé) da parte di un individuo lo pone in condizioni di estrema vulnerabilità e manipolabilità nei confronti del prossimo. Ecco spiegato perché gli agenti delle forze dell’ordine non possono tatuarsi.

Che dire invece di coloro i quali decidono scientemente di non tatuarsi? Forse anche loro, attraverso questa scelta, vogliono dimostrare al prossimo di possedere delle caratteristiche di cui mancano.

Del resto io non mi sono tatuato perché ho sempre avuto l’ambizione almeno di sembrare intelligente.

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