Negli anni novanta Hulk Hogan, il simbolo yankee per eccellenza, andava a braccetto con Trump.
Nel 2017
Trump diventa presidente della Repubblica Nordamericana.
Anni fa Zelensky recitava come capo degli ucraini in una serie Tv, ora è diventato il Presidente dell’Ucraina.
Si potrebbe continuare ad andare avanti (o indietro), ma il risultato non cambia.
Non è la realtà a trasmettersi sui media, ma sono i media a plasmare la realtà.
E questo succedeva semplicemente guardando la TV ogni tanto, mentre giocavamo a pallone per la strada e mandavamo le letterine d’amore alle compagne di classe.
Cosa succederà, che conseguenze avrà invece adesso che chiediamo all’intelligenza artificiale anche se è meglio mangiare il Magnum bianco o il cornetto Algida?
Il nostro rapporto con la tecnica è sempre stato estremamente misterioso e le più interessanti riflessioni degli uomini sono sempre state quelle del rapporto fra la nostra specie o la natura e la tecnica e la tecnologia.
Il pluricitato McLuhan, quello de “il medium è il messaggio” (di cui si è parlato in Proiettili Meccanopatia e Infodemia – abbonati e recupera i PDF) è stato uno di quelli ad occuparsi di una forma particolare della tecnica, ossia per l’appunto i media.
Dicendolo banalmente (l’unico modo di cui siamo capaci) secondo lui i medium sono delle protesi tramite cui l’uomo sostituisce, per maggior potere ed efficienza, parti di se stesso che in questo modo si atrofizzano.
Tale meccanismo di esternalizzare (Quadricipite S.p.a.) i media al posto dei propri organi è portato ad un livello più alto nel momento in cui, tramite l’elettricità, abbiamo costruito un
sistema nervoso esterno e condiviso.
Questo sistema nervoso porta alla trasformazione delle nostre esistenze: se prima esistevamo come individui all’interno di una comunità, ora la società è globale, e ad ogni stimolo in qualsiasi parte del globo elettrificato, c’è una risposta immediata emotiva, nervosa da parte di tutti.
Ma continui stimoli al sistema nervoso, che normalmente sarebbe ben protetto dalle nostre armature individuali, porta a quello che conosciamo bene: psicopatia.
Certo anche emozioni collettive estreme, facilità di propaganda asfissiante, controllo, ostilità endemica e via dicendo, ma soprattutto continui shock dovuti a continue stimolazioni, che alla lunga ci atrofizzano completamente.
Sono passati anni dalle analisi di McLuhan, che hanno così affascinato i freakettoni degli anni ‘70, che ovviamente sono riusciti solo ad usare queste analisi per accelerare ancor più nella stessa direzione di chi contestavano, finendo nel credere al Millennium bug come momento di redenzione e, ovviamente, ritrovandosi oggi a parlare di Anticristo con Thiel.
Roba de sionisti insomma.
È passato qualche anno e ora impera un nuovo media, che però si ha qualche dubbio a definire tale.
L’elettronica ha avuto una digievoluzione, infatti è divenuta digitale. Lo stimolo elettrico viene trasformato in linguaggio matematico.
Dalla brace della lingua binaria è sorta la scintilla delle reti, dalle reti è finalmente nato lo smartphone.
Lo smartphone è assolutamente una protesi, un respiratore senza il quale annaspiamo, ma è anche qualcosa di diverso.
Soprattutto con il sorgere dell’intelligenza artificiale siamo di fronte ad un passo ulteriore per l’umanità come la conoscevamo.
Abbiamo detto che il sistema nervoso, cervello compreso, è esterno, comune, tribale, ma, fino alla nascita di una capacità di memoria ed elaborazione autonoma di questo cervello esterno, continuiamo ad essere il data center di questa rete collettiva.
Oggi la questione sta cambiando.
Il cervello comune può benissimo funzionare da solo, noi siamo legati a lui tramite un respiratore che oggi è, come abbiamo detto, uno smartphone, e che di certo avrà delle evoluzioni, ma a questo punto comincia ad essere meno chiaro quale sia il nostro ruolo all’interno di una tale società.
È ancora l’essere umano che utilizza i media come protesi oppure siamo noi ad essere la protesi del grande cervello artificiale?
E, inoltre, come la pensa questo cervello unico?
Si fa un gran parlare dei miracoli dell’agentività dell’AI: siamo arrivati alla capacità autonoma di svolgere compiti, cosa che ci incuriosisce e spaventa, per esempio per il pericolo di sostituire gli umani al lavoro.
Ma è davvero l’intelligenza artificiale ad essere l’agente e non il soggetto?
Non siamo per caso noi che computando determinati
codici e parole magichesugli apparecchi digitali, spostando e costruendo fisicamente infrastrutture elettroniche e digitali, ci stiamo comportando come agenti del soggetto proprietario del cervello comune?
Quando guardiamo il cellulare, siamo noi a guardare lui o lui che guarda noi?
Citare adesso il Palantir, anche quello tolkeniano, è banale, ma comunque inevitabile.
Possiamo ricordare il concetto di servo padrone di Hegel: le protesi, sviluppando agentività e diventate nostre serve(r), hanno lavorato e creato per noi, fino ad essere diventate assolutamente vitali.
Ed a un certo punto, silenziosamente, hanno creato una rivoluzione: non siamo più i padroni, ma siamo almeno i servi?
Ossia necessari e fondamentali per il padrone, capaci di sviluppare sapere ed autonomia? Probabilmente no.
Sempre McLuhan parla del servomeccanismo. In ingegneria sono quei meccanismi, senza agentività, che rispondono a una sollecitazione.
Il servosterzo per capirci. Ecco probabilmente ha ragione lui e siamo davvero a questo stadio, non siamo più soggetto ma nemmeno il servo che lavora e crea, siamo servomeccanismo.
Non più i padroni della macchina, ma suoi meri esecutori automatici. In altre parole, siamo noi le protesi.
Che guardo a fare un reel, se non per accontentare il mio cellulare?
In un altro momento andrà affrontata la questione di cosa pensa questo cervello comune, ma intanto sovviene un dubbio: fin qui abbiamo parlato di un “noi” generico, della razza umana ed in effetti in tempi diversi e una visione “sociologica” è lecito considerare tutta la razza umana coinvolta in questo processo.
Ma, intanto, siamo sicuri esista ancora la razza umana come la conoscevamo?
Non siamo già forse altro da quando esistono smartphone e rete?
E comunque, si può anche parlare di tutti, pur deve esistere qualcuno materialmente proprietario di questo soggetto AI.
Fino a poco tempo fa se per il “lavoro” quotidiano serviva per esempio cercare dati simili in una lista di voci mischiate, non facevamo più come si faceva ancora prima, un controllo su ognuna di queste voci, ma avevamo imparato ad andare su excel e usare l’ostico cerca.vert., che non ha una agentività, ma è un automatismo capace di accelerare il tempo.
Adesso però Claude è più veloce, preciso, efficiente, perché inveire mentre si cerca la formula giusta sul foglio di calcolo?
Si butta un file compatibile con tutti i sistemi dentro la AI e questa ti mette i dati come vuoi: veloce, immediato.
Questo, con tempi diversi, riguarderà le attività di ogni tipo, dal basso della piramide fino via via verso la cima della piramide, fino anche AI manager, che, come insegna Marx, sono anche loro in realtà sottoposti e stipendiati.
La possibilità di saper fare nell’ambito digitale sarà totalmente nel cervello centrale che utilizzerà capacità varie alla bisogna.
Ma ancora, c’è qualcuno che controlla questo cervello? L’uomo aveva Dio, ma il sistema nervoso chi ha?
Ci avevano convinto che non esiste coscienza e anima, ma oggi continuiamo a incontrare personaggi che spergiurano che le macchine abbiano un’anima.