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Il ritorno dei Biden?

La fine del duopolio Democratico-Repubblicano e altri imperdibili aggiornamenti americani

Il ritorno dei Biden?
Lettura boomer
Hunter Biden, friend or foe? Genio politico del centrismo di scacchi 5D o il più fuso dei meth-heads. Gli USA stanno cucinando qualcosa...

Un ospite inquietante è sbarcato sugli schermi dei cronicamente connessi. Già zimbello dell’alt-right e della sinistra radicale, meme vivente, nutrimento eterno di ogni complottista, Hunter Biden (proprio lui) è tornato nella sfera pubblica.

Forse lo conoscete per il suo laptop, ricettacolo di informazioni compromettenti che fu leakato online. Più del cognome del padre, sono stati i selfie con droghe e sex worker a renderlo famoso. Accompagnano intercettazioni su finanziamenti esteri sospetti coperti da papà, la grazia di Sleepy Joe, e quella dichiarazione d’amore paterna mentre lui è nel picco della dipendenza (ha commosso pure i trumpiani). La sua immagine pubblica era definita da foto scabrose e verbatim che sarebbe generoso definire ambigui.

Chi non lo conosce pensi a Lapo Elkann -1 trilione di punti aura, ecco: Hunter era questo. Un uomo distrutto, umiliato, fallito.

E invece…

Dopo aver campato per anni di quel materiale, immaginatevi la nostra faccia quando l’abbiamo visto nella recente posting spree su X. Lì, risponde a ogni hater con la battutina, spesso auto-derogatoria. Perfettamente sincronizzato alla sua immagine pubblica, ci intrattiene da mesi con un umorismo autoriferito, tra il sagace e la dad joke a tema crack. I riflettori tornano su di lui e inizia la redenzione.

Hunter Biden è lucido, scattante, sul pezzo. Quasi giovanile, ma anche familiare. Sorprende in un clima politico che, ultimamente, negli USA stava diventando prevedibile e stantio. Noi non eravamo pronti. Lui sì.

E X era solo l’antipasto.

Noi che sappiamo l’inglese, infatti, consultiamo  spesso persino Youtube (quella cosa che sulla penisola proietta Marco Merrino, Sdrumox ecc). E lì, tra i tanti VIP dei disoccupati, domina una certa Candace Owens. Giornalista e influencer nera, nota per la t-shirt “White Lives Matter” indossata con Ye, per il licenziamento dall’ex-boss Ben Shapiro (colpevole di anti-sionismo), per la denuncia di Macron dopo aver rilanciato le voci sul travestitismo di Brigitte, ma soprattutto per essere stata amica intima di Charlie Kirk.

Dopo l’omicidio di quest’ultimo, con un giornalismo investigativo dal basso, aggressivo, spregiudicato, schizofrenico, ha tirato fuori materiale finito perfino sui grandi notiziari USA. Materiale che sembra collegare il team di Kirk e l'amministrazione Trump all'operazione di omicidio. C’è, ovviamente, anche lo zampino di Israele. I suoi aggiornamenti settimanali hanno tenuto col fiato sospeso l’America intera per i mesi successivi all’omicidio, paventando complotti Egiziani e potere soprannaturali del nostro Carletto (guardate cos’è il progetto Looking Glass) finchè non è arrivato un colpo di scena, come nella storia di Hunter.

La vedova Erika Kirk chiede a Candace di fermarsi. Propone un incontro privato dal contenuto ignoto, nessuna delle due parla.

Owens sulla carta non cambia rotta  ma gli aggiornamenti si fanno via via più discorsivi, più teorici, meno ricchi di prove. Il pragmatismo lascia spazio a un opinionismo fiacco, che avanza per inerzia. Gli attacchi agli oppositori seguono un copione stile WWE. Lei che sembrava così ossessivamente focalizzata, si è un po’ persa proprio all’apice del successo.

Terzo colpo di scena: Candace Owens ospita Hunter Biden al suo podcast.

Se volete vederlo tutto fate pure, intanto eccovi un riassunto AI. 

“Nell’intervista di maggio 2026, Hunter Biden e la commentatrice conservatrice Candace Owens hanno parlato di dipendenze personali, di dinamiche di potere ed elites di Washington, di geopolitica (inclusi Gaza e i file legati a Jeffrey Epstein), oltre a confrontarsi sulle rispettive storie familiari e ferite del passato. Hunter Biden e Candace Owens hanno mostrato un sorprendente accordo sulla sfiducia verso le istituzioni, la condanna della corruzione politica e la necessità di fermare il conflitto a Gaza. Il tono generale della conversazione è stato caloroso, empatico e inaspettatamente disteso.”

Gli spettatori restano di sasso davanti a un Hunter a suo agio con la Owens. Lei si scusa per gli attacchi passati e si promettono di visitare insieme il Papa(?). Due maestri del carisma, consapevoli del proprio status iconico, giocano una partita quasi troppo bella per essere vera. Lui spigliato, lei lucida. I punti d’accordo sono quelli che pensiamo un po’ tutti: Trump ci ha deluso, a Gaza hanno esagerato, il (((lobbismo))) esiste. Ci aspettavamo di peggio. Non potevamo chiedere di meglio.

Che barba, che noia questa psyop americana…

E mentre ci passa la sbornia da lieto fine, ce ne rendiamo conto: ci hanno paralizzati.

Siamo davanti a un contenuto mediatico su cui è impossibile avere un’opinione.

Abituati a essere strattonati da ogni parte, radicalizzati perfino sul Matcha o sulla Frutta Realistica, questa conversazione ci sta guarendo, o siamo davanti alla nascita di un terzo polo americano? Domanda che inoltriamo agli amici del Dams o quella roba lì: fino a che punto è sano che un contenuto ci porti ad avere, o a non avere, un’opinione?

Di Nick Fuentes abbiamo già scritto, recuperate l’articolo.

Al di là della “ship” alimentata dai groyper tra Nick e Owens, nel periodo post-omicidio Kirk, c’è stato uno spike di popolarità per Fuentes (per alcuni suo erede spirituale, per altri il suo superamento) mentre proseguiva l’indagine della prima. E lì Fuentes stupisce tutta l’alt-right dichiarando di non credere alle tesi complottiste sulla morte di Kirk, che non ci sono fatti sospetti come documentato da Owens, e che lei sia un po’ pazzerella. La critica a Trump si fa più dura, ammette nostalgia per Joe Biden, dicendo che i democratici sono stati meglio dei repubblicani perché fanno quello che la base effettivamente chiede. 

Ma cosa si muove dietro le quinte?

Tucker Carlson è stato il primo ad emergere: il più radicale nella svolta, da anchorman Fox a giornalista indipendente post-alt-right, anti-sionista, aperto al dialogo con tutto lo spettro politico. Amico di Owens, in buoni rapporti con Fuentes, per un lungo periodo sembra l’unico giornalista indipendente americano rimasto. Il figlio di un agente CIA che propaga narrazioni anti-istituzionali.

Il radicale che si scopre cerchiobottista.

Sembrava un caso.

Non lo è: il suo tono, il suo modo di guardare il mondo, sta diventando lo stesso di sempre più influencer politici. Ultimamente se n’è uscito con 10 punti molto boomeristici per un rinnovamento americano, sembra che voglia provare a creare un terzo polo fuori dai due partiti mainstream.

Questo lo rende “nemico” rispetto a Fuentes e alla sua strategia, che sta riuscendo: infiltrare il GOP, farlo perdere alle midterm e fare in modo che alla primarie del 2028 si possa presentare una nuova figura repubblicana che porti a compimento le promesse di Trump 2016 (che sia il floridiano James Fishback il prescelto?).

[N.d.R. Carlson ha recentemente intervistato Hunter Biden per il suo podcast… allerta spoiler: lo sfortunato portatile compromettente è arrivato da (((loro))).]

Ma per capire a fondo questo ipotetico terzo polo post-alt-right basta guardarsi tutta la conversazione tra Nick Fuentes e Hunter Biden. Perché Fuentes è, ancora una volta, una figura centrale che i terzo(mondisti) polisti che lui disprezza provano a buttare in mezzo. Hunter e Nick, agli antipodi, ospitati dal canale alt-left Channel 5 (lo stesso dell’ultimo esaurimento nervoso di Shia LaBeouf), i due chiacchierano cordiali e franchi, sulla falsariga dello scambio Biden-Owens. Biden riconosce parecchi punti a Fuentes, che ricambia riconoscendo i meriti di Biden senior, e arriva a scusarsi per certe uscite antisemite particolarmente crude, come al solito un conto è il pensiero solido del commentatore di Chicago e un altro sono alcune boutade clippate nel suo show. Homerun numero due per il giovane Biden: sembra portare Fuentes a un livello di moderazione che Carlson stesso aveva provato a estorcergli, invano, mesi prima (ne parliamo qui).

Hunter Biden e Tucker Carlson hanno ormai posizioni quasi sovrapponibili sui temi più esposti (Israele, establishment, culture war). E stanno cercando di appropriarsi delle schegge impazzite Owens e Fuentes, differenze formali a parte. Sembra una congiunzione troppo precisa. Ricorda quando alle superiori c’è il saggio breve sui grandi temi del ‘900 e sì ognuno scrive un tema diverso, ma nessuno argomenta mai a favore della tesi “sbagliata”.

Su questo allineamento dolce post-woke e post-alt-right un sospetto resta. Il sospetto è che non sia genuino. Il sospetto, inevitabile per noi internauti cresciuti nel brodo dei complottismi, è che questo momento culturale sia stato anticipato, eterodiretto da un ordine superiore. I sospetti che Carlson lavori per i servizi ci sono ormai da tempo (oltre ad essere figlio di ricordiamo la sua intervista a Putin e la sua vicinanza al Qatar) e anche a Biden Jr. potrebbe essere arrivata un’offerta del tipo “lavora per noi e ti ripuliamo la fedina penale e l’immagine pubblica”.

Perché alcuni apparati americani vorrebbero questo?

Perché è un’evoluzione dei fatti fin troppo ragionevole, perché è di un ecumenismo disarmante, perché genera consenso partendo dalle frange. E un seggio o due a questa nuova entità politica aiuterebbero i disillusi a tornare ad avere fiducia in alcune istituzioni (che poi continuerebbero a fare i loro interessi e non quelli del popolo). Una dinamica che in Italia conosciamo da tempo. 

Se avete letto bene gli Epstein Files, se avete ascoltato Joe Rogan intervistare ex agenti CIA, sapete che queste sono esattamente le “red flags” di un’operazione psicologica. Fuentes ultimamente sembra non cascare nella trappola, anche perché già i fed avevano provato ad organizzare un movimento America First senza di lui.

Ma la Owens?

Attendiamo sviluppi, intanto possiamo confermare che anche quest’estate è partita una psyop.

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