Cremare il foodporn

W la brodaglia!

Cremare il foodporn
Lettura zostile
I reels dei food creator ci bombardano con il culto della cremosità. Ma non è solo il cibo che si scioglie, è l’umanità stessa che sta diventando una crema.

0. Cremamorfosi

La cucina era una scacchiera psicotica di rosso e bianco, un binomio cromatico perfetto per un pubblico sempre più schizofrenico. La telecamera puntava dritta su di loro, due chef incastrati in un reality show che non poteva più essere fermato. Un uomo, una donna, mani che si muovono come marionette sotto l’effetto di una regia invisibile, onnipresente. Creme. Pistacchio, zucchine, melanzane. Ogni ciotola sembrava brillare di una consistenza torbida, un riverbero che poteva parlare. La donna affondò il cucchiaio nella crema di pecorino e uova. Il denso flusso giallo colava come miele, mentre l’uomo triturava i fogli di un giornale con una precisione che aveva del chirurgico. Le parole stampate si mischiavano all’aglio tritato con il prezzemolo, diventando un impasto scivoloso di verità distorte e titoli urlanti. Il battuto perfetto per un’Italia moderna. 

“Ci stiamo sciogliendo!”, disse improvvisamente lui senza staccare gli occhi dalla telecamera. Una dichiarazione più che una richiesta d’aiuto. Il sudore si mischiava al formaggio e la pelle diveniva cera calda, iniziando a colare. Era un processo lento, impercettibile, come una candela dimenticata accesa. Prima le dita, poi il naso, le guance, le labbra. Ogni particella di loro si stava arrendendo alla gravità, all’inevitabilità. Le facce cadevano a pezzi, sciogliendosi in un pantano di cellule scomposte che finivano nelle ciotole. Tutto convergeva in una lenta caduta verso il fondo. La loro pelle diventava parte della ricetta: non più cuochi, ma ingredienti.

Il set sembrava aver perso qualsiasi distinzione tra umani e cibo. La crema d’aglio si colorava di un pallore innaturale, la crema di pistacchio si addensava in una poltiglia di tessuti umani. La crema di zucchine diventava l’anima liquida di ciò che erano stati. La regia stava lavorando, impassibile. Nessuno interrompeva il processo. Accelerare il processo. Il cucchiaio, guidato da mani senza forma, raschiava il fondo della ciotola, tirando su gli ultimi residui umani rimasti. La telecamera continuava a girare, testimone di una trasformazione irripetibile. E mentre le luci si abbassavano lentamente, l’eco delle ultime parole si dissolveva insieme al loro corpo: “Benvenuti nella ricetta perfetta. Noi siamo la crema’’. 

1. Impiattiamoci

A furia di impastare, sbattere, montare e condire, siamo diventati cremosi. Ogni giorno ci immergiamo in una danza di cucchiai, frullatori e fruste elettriche, mentre lo schermo ci restituisce l’immagine del cibo come spettacolo: vellutate che colano lente, avvolgenti, lascive. I reels dei food creator ci bombardano di riprese in slow-motion, il suono ipnotico delle forchette che affondano, le immagini delle salse che colano – il trionfo della consistenza, il culto della cremosità. Ma non è solo il cibo che si scioglie, è l’umanità stessa che sta diventando una crema, una massa morbida, informe, smarrita nel proprio piacere visivo.

Siamo cibo anche noi, e a furia di guardare la cremosità del cibo, ne assorbiamo la natura. La pelle cede, si scioglie come il burro al sole. Ciascuno è una crema in attesa del suo impiattamento, di essere versato in una ciotola ben disegnata, con una foglia di basilico strategicamente posta a decorare. Come in un romanzo grottesco d’inizio Novecento, la trasformazione è lenta, invisibile. Nessuno si accorge che il corpo si disfa, che la mente si smaterializza, che i bordi si sciolgono. Il food porn ci ha ridotti a spettatori della nostra liquefazione. Adesso, stiamo solo aspettando il cucchiaio che ci raccoglierà, amalgamati per sempre in una zuppa umana, indistinta e perfettamente impiattata

2. «Questa è performance» 

L’algoritmo ci bombarda di immagini culinarie di ogni tipo, ci attraversano come laser invisibili incidendo sulla nostra sfera emotiva e cognitiva. Piatti di cibo in tv, su Instagram, Whatsapp, Facebook, Tik Tok, immagini di cibo in ogni intermezzo della nostra esistenza. Le immagini olografiche e filtrate arrivano dal cyberspazio e ci violentano in continuazione. La cucina non è più un luogo conviviale, ma performante. Cucinare è performance. Una carbonara senza carbocrema è ormai motivo di imbarazzo per chi l’ha preparata, costretto a scusarsi con i conviviali per la pessima riuscita, per il risultato così lontano da quel miele di uovo e pecorino che si vede online. 

Il cibo era sacro. 

Il sacro è diventato spettacolo, una performance infinita e iperprodotta che moltiplica i feed, mentre tutti continuano a parlare di cucina tradizionale. Ma di tradizionale, in questo frullato di cremosità e luci al LED, non è rimasto nulla.  Benvenuti nell’era del foodporn: il cibo che esiste solo per il consumo visivo, per l’Instagrammabilità di una vita social perfetta. La performance ha preso il posto del gusto. Mangiare è diventato un atto secondario, quasi un’inutile appendice alla glorificazione estetica. 

Non ci interessa la pasta al pesto venduta a 15 euro solo perché qualcuno ha deciso di posizionare i pomodorini come fossero gemme preziose su un diadema gastronomico.  Non ci interessa pagare un panino con l’hamburger 15 euro solo perché chi ce l’ha preparato indossava una camicia a quadri nera e rossa, barba lunga e guanti in lattice neri. 

E che cosa dire di programmi del cazzo come Masterchef, il ring della falsa eccellenza culinaria, la fiera del narcisismo gastronomico. Ogni stagione, una nuova mandria di aspiranti chef viene macellata da giudici megalomani che incarnano la tirannia della cosiddetta ‘alta cucina’. La realtà è che Masterchef non celebra la cucina, la tradisce. Non è più un’arte, ma un grottesco spettacolo da circo, dove il talento viene sacrificato sull’altare dell’audience, del dramma, del nonnismo preconfezionato, della lacrima facile. Non è cucina, è show business. Ogni piatto, un pretesto per vendere emozioni artificiali. I partecipanti non cucinano per amore della tavola, ma per compiacere un pubblico drogato di trash TV, affamato di umiliazioni, insulti, tradimenti. La cucina vera, quella che sfama e nutre il cuore, è fuori da questa passerella.

3. W la brodaglia!

E allora W la brodaglia!

In mezzo a questa egemonia delle creme e dei colori. W la brodaglia della vera cucina: quella delle bettole, delle taverne e delle osterie che non si sono arrese al dramma della performance. Le pareti non si vantano di diplomi, premi o certificati, ci sono solo cesti in vimini, appesi come talismani, colmi di frutta secca che profuma d’infanzia. Ogni angolo di questi luoghi è un omaggio alla semplicità, alla vita di chi non ha mai avuto bisogno di impressionare nessuno, se non con la propria fame. Ti chiede solo di essere presente, di affondare la faccia nel piatto, di sporcarti il mento di sugo, di sgranocchiare il pane raffermo.

Apriamo una catena di bettole e cantine clandestine, senza registrarle da nessuna parte, senza battere uno scontrino, senza menù cartaceo e online, senza palmares, che su tripadvisor riceverebbe un quarto di stella su cinque. Unico ‘atto burocratico’ sarà il seguente foglio di benvenuto per gli ospiti (ospiti, non clienti):

Benvenuti nella catena di bettole per pirati avventurieri Un quarto di stella, il nuovo concetto di ristorazione che abbatte ogni pretesa. No, qui non troverete tovaglie stirate né camerieri col papillon. Qui si mangia sulla tovaglia sporcata da altri prima di voi, coi bicchieri graffiati e le forchette storte. Siamo così scadenti da essere unici. Il nostro slogan? “Vietato fotografare il cibo.”

Il vino? Gratis, ovviamente. Non chiedete la carta dei vini, non c’è. Qui si versa da un’unica bottiglia, sempre la stessa, senza etichette né pretese. Il vino scorre come la conversazione tra estranei che diventano amici per una sera, mescolati tra la brodaglia infinita che bolle nel calderone all’angolo di uno stipo. Non esiste menù. Qui si serve ciò che rimane, zero spreco. Siamo veri ambientalisti, veri amici di questo Pianeta. Avanzi del giorno prima? Tesoro di oggi. Ogni piatto è una sorpresa, una festa di sapori nati dall’improvvisazione. Si mescola tutto: carne, verdure, legumi. La nostra brodaglia non discrimina, abbraccia tutto, è sinceramente inclusiva, come l’umanità che vi siede attorno. Perché qui non si butta via niente. E non si butta via nessuno.

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