I funerali del Nord

Requiem per Umberto Bossi

I funerali del Nord
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Domenica siamo stati a Pontida, ai funerali di Umberto Bossi.

L’inizio della cerimonia è previsto per le 12:00. Arriviamo appena prima che il traffico sulla statale che taglia il paese si interrompa.

Decine di auto blu, poliziotti e carabinieri (con tanto di pennacchi) parcheggiano dietro al Penny.

Giornata di duro lavoro per le nostre FF.OO.

Metà del governo è presente: c’è la Meloni, La Russa, Tajani e pure la Santanché, tutti venuti a pagare rispetto al Senatùr.

C’è la famiglia più stretta, la moglie, i figli – tra cui l’indimenticato Trota – e ci sono ovviamente i quadri della dirigenza leghista: i due Fontana (presidente della Camera e della Lombardia), Zaia, Calderoli, decine di parlamentari ed ex parlamentari, funzionari. La lista è lunga e inutile. Quasi tutti pavesati di verde lega. Giorgetti mostra una sobria cravatta verde: oggi è lui che tiene i fili del discorso, si pone come garante di una continuità storica evidentemente fragile. È l’unico che ha l’autorevolezza per tenere a freno la vecchia militanza, i fuoriusciti dal partito, il “popolo della Lega” che ha riempito il sagrato della chiesa e che rumoreggia frequentemente al passaggio di qualche politico malvisto.

Menzione onoraria per Mario Monti, che non si sa con che voglia e coraggio sia riuscito a presentarsi lì, solo per farsi cannoneggiare di insulti salendo le scale dell’abbazia.

Là, dove i rappresentanti dei comuni lombardi giurarono vendetta all’imperatore per la distruzione di Milano, nel lontano 1167, oggi siedono 400 persone, tra VIP di diversa natura e militanti mattinieri che si sono presentati per primi. Fuori, il resto dei leghisti segue la celebrazione dal maxischermo e dagli altoparlanti: non ho cifre precise, ma non fatico a credere ce ne fossero 3-4mila. Forse qualcosa di più.

Nessuno prende parola al di fuori del prete, che si lascia andare ad una omelia decisamente sciapa, insipida, probabilmente indegna di un qualsiasi uomo politico,“figuriamoci di Bossi” dicono. Qualcuno azzarda sottovoce una bestemmia rabbiosa e qualche insulto nei confronti dell’officiante. Tutto sommato, solidarizzo con questi brontolii, li capisco. Il leghista è sempre incazzato per qualcosa.

All’uscita del feretro, coperto da una bandiera padana, il rumorìo si intensifica: partono vecchi cori che la militanza non ha mai dimenticato.

“Roma ladrona, la lega non perdona”.

Si scandiscono anche “Secessione” e “Padania Libera”. Si invoca persino il rogo del tricolore. A qualcuno scappa qualche lacrima. Gli unici sorridenti sono i carabinieri. L’impressione che con Bossi si stia seppellendo qualcosa d’altro è chiara, ma ci arriveremo tra poco. Per adesso, ci accontentiamo di vedere Salvini cantare il Va, Pensiero, seguendo il passo degli alpini padani, per poi discendere timidamente le scale e toccare la bara del Capo. Il Capitano ha proprio esagerato: camicia verde e fazzoletto verde, erano anni che non lo si vedeva così. La folla si scatena. Alla protesta più o meno organizzata dei fuoriusciti storici – quelli del (micro)partito Popolare del Nord – si aggregano anche vecchi militanti delusi.

Sembra quasi che Salvini, dopo aver indossato una felpa diversa ad ogni sagra e località d’Italia, sia tornato alla casella di partenza, ormai profondamente cambiato: adesso è allo stadio definitivo, quello del cosplay del leghista. Piovono i “vergogna” e i “traditore”. Rivederlo coi vestiti delle origini fa strano e ha un che di falso, o perlomeno di veramente démodé. Larping totale. Ha comunque gli occhi arrossati. Solo la compagna Francesca Verdini lo salva, a un certo punto, dalla contestazione.

La commozione è palpabile. Ciò che Bossi ha rappresentato per il Nord è difficile da spiegare. Escrescenza dei sentimenti più reconditi e biliosi, rabbiosi, Bossi e la Lega sono stati letteralmente l’incubo di decine di bambini meridionali (almeno se prendiamo per buona questa testimonianza assolutamente non viziata dalle manie ossessive dell’autore del video), ma forse anche qualcosa di più. Un fenomeno incomprensibile visto dal di fuori: sia, ovviamente, da Roma o dal Sud, ma anche dalle grandi metropoli della pianuraMilano in testa – mai davvero espugnate dalla Lega, che è rimasta sempre un partito profondamente popolare e provinciale, espressione del dinamismo demografico ed economico che il profondo Nord aveva interpretato nella stagione tra gli anni Settanta e Novanta. Non è un caso quindi, che i funerali si facciano a Pontida e non nella metropoli lombarda, dove aveva sede il partito.

La morte di Bossi è carica di significati simbolici.

Stiamo facendo i funerali al Nord.

Non solo nella sua incarnazione politica: la Lega, se vogliamo, è stata proprio il tentativo del Nord di diventare un soggetto politico ed ha finito per ritornare ad esserne la quintessenza, ovvero amministrazione pura.

I grandi amministratori locali” della Lega: questo è ciò di cui più si fregia il leghismo contemporaneo ed è quel che rimane del partito dopo l’abbandono di Vannacci, ultimo – discutibile – sussulto del Politico del movimento (e pur sempre corpo estraneo, fin dal principio). In questo “amministrativismo” si intravede una coerenza incredibile con il sé più radicale di questo Nord profondo, unico tratto che ha attraversato indenne tutti i mutamenti a cui sono state soggette sia la società settentrionale che la sua espressione politica più diretta: l’amore tutto padano per il conto in ordine, per la rotonda gigante, per il nuovo centro sportivo o la strada riasfaltata. Si potrebbe obiettare che il predominio dell’amministrazione sulla politica sia una tendenza diffusa in Italia, ma la Lega ne incarna oggi una versione particolarmente estremizzata che ben si addice al carattere dei territori che l’hanno prodotta. Tutto il contrario, insomma, di quello che era stato il leghismo delle origini.

Forse solo dopo questo funerale si possono trarre dei bilanci su ciò che ha significato davvero il fenomeno della Lega nel difficile mondo post-1989, quello della globalizzazione, della fine della storia e del tramonto delle ideologie.

In questo scenario Bossi ha creato un progetto politico territoriale, radicato nella storia e ideologizzato.

Progetto Razzia ha così giustamente commentato la morte di Bossi:

La Lega è stata l’unico partito ideologico in un mondo post-ideologico e Bossi è stato l’unico profeta in un mondo di miscredenti: l’unico vero leader politico italiano a non accontentarsi del migliore dei mondi possibili, ma impegnato nel progettarne un altro, nel pensarne un altro. Un vero capo-popolo, oltre che un ideologo, che ci ha donato l’unica vera utopia che si sia mai vista in questo Paese dalla fine del Comunismo.

Bossi ha permesso il sogno, ha stabilito degli obiettivi e ha indicato la direzione di marcia: ha inventato una comunità politica, riorganizzato un sistema di tradizioni e gli ha ridato slancio, allungandone la vita di un paio di decenni. Oggi il suo Nord è sempre più irriconoscibile, cancellato dalla modernità e dall’immigrazione che l’ha seguita, e non è difficile riconoscere in quel tentativo fallito il canto del cigno di un mondo arcaico e tradizionale –quello agricolo, agreste e pasoliniano che ha popolato per secoli queste terre. Il progetto politico bossiano era il sogno sconfinato (letteralmente: dove finisce davvero la Padania? Solo Sizzi lo sa) di un mondo quasi arcadico abitato da gente onesta e lavoratrice, di dialetti, di piccole attività economiche e collettività autogovernate; il tentativo disperato di dare un volto umano al futuro.

Con Bossi si seppellisce il Nord, le sue osterie, i suoi bolliti, le sue polente, le sue trippe e i suoi risotti, ormai in vendita solo nelle trappole per turisti del centro di Milano o, peggio, preda delle fantasie malate di hipster millennial con la passione per la fusion cuisine.

“Oh mia patria, sì bella e perduta” recita quel Nabucco così caro ai leghisti.

Non è il momento di acute analisi politiche, della conta dei – numerosi – errori dell’Umberto, è il momento del sentimento, dell’emozione. Ricordiamo il suo modo così umano di far politica, ma anche rivoluzionario: gazebo, striscioni, scritte sui muri. Un armamentario “povero”, degno di un partito popolare, che non aveva certo gli strumenti per poter competere con le TV di Berlusconi o con gli apparati culturali della sinistra, ma che in qualche modo l’ha sempre portata a casa.

Oggi è tutto definitivamente finito.

Per mancanza di coraggio, o forse perché l’Occidente è caduto e nulla accade mai, l’utopia bossiana non si è realizzata. Le azioni armate del gruppo del Tanko sono rimaste accadimenti incruenti e isolati; del fantomatico capannone pieno d’armi in Brianza non si è mai saputo nulla. “Tenetevi pronti a sparare ai carabinieri” avrebbe detto una volta.

Alla fine, invertendo il motto di Blast, nessuno ha sparato e tutto è sparito.

Il tramonto dell’ultimo sogno politico d’Italia, dell’ultimo movimento rivoluzionario di questo Paese (anche se c’è sempre qualcuno, pazzo o in malafede, che prova a tracciare parallelismi traballanti coi 5 Stelle) ha aperto la strada alla disillusione e, in definitiva, al meme, all’ironia.

Non c’è soluzione politica, oggi meno che mai.

La morte della politica, dell’utopia politica, ha creato da un lato gli amministratori, dall’altro i mematori. Senza più direzioni, ci si riduce a sbrigare gli affari correnti o a preparare il terreno per la riscossa che forse non arriverà mai (è finita, ricordi?). Blast nasce anche dall’impossibilità di un nuovo Bossi, la risata spunta sulla tomba della politica. Ci resta il meme e l’eco lontana di un sogno romantico che culli il nostro dolore. 

Adesso il Senatùr ci guarda da lassù assieme a Chuck Norris e Khamenei che questo anno infame si è già preso con sé e nessuno sembra pronto a raccoglierne l’eredità.

Mario Borghezioè ancora vivo arringa una manciata di presenti. Anche lui è uscito dalla Lega e non ha parole carine per Salvini. Pare che l’ultimo desiderio di Bossi, il suo last message, sia stato quello di vedere finalmente di nuovo unito il popolo leghista. Così, almeno, dice Borghezio.

Ormai siamo sul bordo del pratone, lungo la strada. Il carro funebre fende due file di leghisti, con striscioni e bandiere. Gli esponenti del governo e gran parte della polizia sono già andati via.

“BOSSI, BOSSI, BOSSI” gridano un’ultima volta i leghisti rimasti.

Poi, Bossi scompare, scivolando via sull’asfalto, portandosi via con sé i nostri sogni.

Sarà per sempre il Re del Nord.

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