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SCANDERBEG: UN MATTO CON UN SOGNO INSENSATO

SCANDERBEG: UN MATTO CON UN SOGNO INSENSATO
555 - Scanderbeg

Iesus Nazarenus

Principi Emathiae

Regi Albaniae

Terrori Osmanorum

Regi Epirotarum

Benedictat Te

Oggi è il 555° anniversario della morte di Giorgio Castriota Scanderbeg.

Giorgio Castriota Scanderbeg, sono un nome, un cognome e un titolo che pesano moltissimo.

Giorgio, il santo che uccise il drago che infestava le terre libiche.

Castriota, una famiglia medievale partita dal nulla e dalle origini incerte, alcuni le fanno risalire ad un certo principe locale Costantino Castriota a sud del Kosovo.

Scanderbeg, il titolo più pesante che un uomo possa portare dopo quello di Cesare; Alessandro il Grande, colui che si spinse contro ogni limite e raggiunse terre mai viste portandosi appresso generali, Greci, Macedoni, Traci e Illirici verso l’ignoto delle terre iraniche.

Giorgio Castriota diventa quasi una figura leggendaria, le sue gesta vengono tramandate oralmente in canti, preghiere e inni. A lui viene accreditata una serie di leggi orali della regione Diber da cui proveniva, il cosiddetto Canone di Scanderbeg. Numerosi poeti e militari scriveranno su di lui, Antonio Vivaldi gli dedicherà un’opera, Scanderbeg.

Ma un passo alla volta, procediamo con ordine.

L’ASCESA DI SCANDERBEG

Scanderbeg è come tanti altri cresciuto ad Adrianopoli per diventare soldato dell’impero ottomano (MINUSCOLO) assieme a Serbi, Bosniaci, Albanesi e Bulgari. Anche qua la sua infanzia si mischia alla leggenda. Il suo carattere lo porta a scalare le gerarchie militari e giovanissimo si ritrova comandante.

Nel mentre suo padre organizza campagne militari in Albania cercando il supporto dei Cattolici occidentali, convertendosi dall’ortodossia al cattolicesimo, invano. 

E mentre Scanderbeg combatte e acquisisce titoli, l’Albania continua la sua piccola guerra persa. Presto il padre Giovanni Castriota si vede costretto ad assoggettarsi al Sultano e diventare, nominalmente, musulmano; morirà esule tra i monaci del Monte Athos lasciando le terre ai vassalli ottomani.

LA MICCIA CHE FA ESPLODERE LA PALLA DI CANNONE

Siamo negli anni 30 del 1400 e Scanderbeg pensa già a cosa fare dopo la sua brillante carriera militare; aspira a ritirarsi nelle sue terre e governarle.

Ma così non piace al Sultano.

Giorgio governerebbe diversi villaggi della Dibra: Cidhna, Troja, qualche piccolo castello, Kastrioti e la città fortificata di Kruja, nella zona montuosa centrale.

E intanto a succedere alla guerra c’è la famiglia dibrana degli Arianiti, famiglia menzionata già durante la guerra bizantina contro il primo impero bulgaro. A capo ci sono Moisi Golemi Comneno Arianiti e Giorgio Arianiti e fino al 1443 compiono dei veri e propri miracoli.

Ma Giorgio Castriota rivuole le sue terre e decide l’impensabile.

Alla battaglia di Naisso del 1443 contro gli ungheresi dell’eroe Giovanni Hunyadi, Giorgio si prende con sé 300 cavalieri albanesi fidati e abbandona un intero fianco dell’esercito ottomano portando alla devastante sconfitta dei turchi. Direzione? Kruja. Qua non si sa se c’è stato un accordo segreto con l’ungherese e non si sa come sia riuscito a falsificare un documento ufficiale del Sultano facendo credere al governatore locale che Giorgio sia tornato come legittimo sovrano delle sue terre affidate da Murad I.

Giorgio aveva dichiarato guerra. Un pazzo. Un idiota. Insensato. Perché?

Se volete approfondire la sua storia potete trovare alcuni libri a riguardo in fondo all’articolo, io qui mi soffermerò sul suo gesto.

È abbastanza chiaro che Giorgio avesse deciso di combattere per questioni personali: lui voleva le sue terre e questo desiderio gli era stato negato. Il suo gesto, quello di prendersi con la forza la sua terra natale, rappresenta l’inizio di una guerra persa in partenza in cui si doveva giostrare tra politica e diplomazie interne ed estere.

Giorgio si era ritrovato il privilegio di poter vivere una vita agiata grazie alle sue doti militari, eppure aveva deciso di condividere la miseria del suo popolo.

Ha preso la via che lo aveva portato dal vestire abiti e uniformi ottomani a quelle sue locali, a sposare una donna albanese, a vivere in una corte albanese, a combattere con soldati albanesi, a credere nella stessa fede degli altri albanesi, a morire per altri albanesi, per vivere nella terra del suo popolo albanese.

Gli eroi non sono quelli che vincono; quelli veri, perdono, muoiono, si sacrificano per una causa mistica che sovrasta un mondo triste e complicato. Ma questi non diventano un monito per non cogliere l’azione, anzi insegnano a scegliere un percorso, anche se insensato, affinché si compia ciò che è giusto per sé e per gli altri.

Sopra la nebbia delle lotte interne tra i nobili albanesi, della diplomazia, della guerra, dei tradimenti e delle angosce, là volava il sogno sacrificante di Giorgio di poter invecchiare e morire guardando le montagne finalmente libere. Le montagne delle sue terre non appartengono a nessuno, nemmeno a lui, erano lì prima che l’uomo venisse al mondo, lui le voleva solo liberare dall’ignobile pretesa umana di possederle; voleva la libertà, così come il suo popolo si presentava. Famose sono le sue parole dette davanti ai cittadini di Kruja al suo arrivo:

“Non sono io che vi porto la libertà, ma l’ho trovata qui, in mezzo a voi”

Insomma, il desiderio di menare forte è un tratto nostro comune.

Ecco il motivo per cui Giorgio si reca a Kruja in una mossa senza senso, in un suicidio che sarebbe durato 25 lunghissimi anni: Giorgio è stato catturato dal senso di libertà, dal desiderio di togliersi di dosso le catene che legavano il suo cuore, avere l’anima libera di riappacificarsi con ciò con cui era affine là in quelle terre remote da Adrianopoli, in continuo subbuglio, là dove mille voci gridano dalla montagna

“liri a vdekje”

“libertà o morte”

quelle voci di chi ha sempre, da padre in figlio, seguito gli ordini dello straniero e combattuto per questi.

Giorgio voleva essere il primo, poi dimostratosi l’unico, a riunire quelle voci, affinché la libertà da desiderio divenisse realtà.

Ma quei sogni sono vani, lui fin dalla nascita era stato chiamato alla sua missione di diventare il Dragùa leggendario della mitologia albanese, nato per sconfiggere il male.

Durante la battaglia di Vajkal del 1464, a pochi passi da dove sono nato, poche migliaia di soldati avevano appena sconfitto un esercito turco, ma molti nobili albanesi vennero catturati spingendosi troppo in avanti e vennero spellati vivi come monito a Costantinopoli nonostante l’implorazione di Giorgio. Quella è stata la battaglia che avrebbe portato l’eroe a comprendere il proprio destino.

Giorgio muore poco prima della stipula di alleanza con Venezia il 17 Gennaio 1468, anch’essa nemica per diverso tempo degli albanesi. La morte di Scanderbeg apre una breccia:

“Guai alla Cristianità! Ora l’Europa sarà mia, ha perso lo Scudo e la sua Spada!”

sembra che disse Mehmet II il conquistatore di Costantinopoli.

E infatti non molto tempo dopo da Valona le navi turche approdarono a Otranto.

Ho più volte pensato che intenzioni avesse Giorgio; la sua era una guerra di religione? Anche, ma non è la risposta. Era una guerra causata dalla politica? Anche. Era una guerra causata da un sogno? Sì. Ha portato con sé una grande Croce, ha subito tradimenti, sconfitte, umiliazioni, paure, ma da qualche parte risiedeva nella sua mente ancora il ricordo d’infanzia della sua terra, quando ancora non sapeva cosa fosse la guerra. 

Questo eroe leggendario guidato dal suo sogno di libertà amplificato dai suoi ricordi e dalla voce del suo popolo avrebbe impattato così tanto nella psiche degli albanesi da quasi divinizzarlo: canti, inni e preghiere si susseguirono dopo la morte e vennero tramandate di padre in figlio; storie di un Castriota fantasma che cavalca in battaglia per spaventare gli Ottomani e leggende di un suo ritorno per amplificare il desiderio di libertà vengono cantate davanti ai fuochi dei camini. Tutto tace, il velo nero cade sopra l’aquila perforata dalla freccia. I principi non ci sono più, le famiglie si riuniscono in preghiera davanti al camino, c’è solo un lungo silenzio di 400 anni. Ma dentro i cuori degli albanesi risiede quel senso di libertà amplificato dai ricordi di un lontano passato di 4 secoli fa, di quel giorno del 28 novembre 1443, quando un uomo fece il suo voto e offrì in sacrificio la sua vita per la disperata volontà di chi credeva in lui di riavere la libertà. Eccolo il Re Artù albanese che riunisce i nobili attorno alla tavola rotonda di Lezha per formare la santa alleanza, forse la prima che riunisce Cattolici e Ortodossi dopo il grande scisma. 

Così nasce un eroe, compiendo l’impensabile per un motivo così sciocco, così l’uomo imita il divino. Così si diventa leggenda. Come Alessandro Magno si è spinto oltre i suoi limiti. Come Alessandro Magno, non abbiamo più la sua tomba.

Iskander-Bey.

E noi Albanesi non siamo avidi, non lo vogliamo tenere solo per noi. Che l’Europa intera elevi Giorgio Castriota come proprio eroe, cantino i bambini delle sue gesta, suonino le campane delle chiese in ricordo del suo Athleta Christi, gioisca l’Italia per aver avuto un fedele alleato, Possa l’Europa onorare il proprio Scudo e la propria Spada!

Trim mbi trima, ai Gjergj Kastrioti, fuqí t’ madhe që m’i dhanë ka Zoti,
s’e djeg flaka e s’e djeg baroti,
shpata e tij than malin n’dysh e çán,
me nji t’ râme nji ushtrí perlán
.

Lavd’ ô Gjergj, ô Skanderbe drangoi,
krahu yt çdo dit’ u përforcoftë,
gjithë ku janë armiqt ai i çfaroftë,
Lavdi yt, ô, brez mas brezi u knoftë.

Eroe degli eroi, lui Giorgio Castriota,

Una grande forza data da Dio,

Il fuoco non la brucia, né la polvere

la sua spada taglia in due le montagne,

con un fendente un intero esercito trema.

Onore o Giorgio drangùa (1)

Possa il tuo braccio rafforzarsi ogni giorno,

dove i nemici dimorano lui li allontana

Possano le generazioni cantare del tuo onore.

(1) Il Dragùa è un essere semiumano della mitologia albanese dalla grande forza e spirito in grado di combattere il tuono, Kulshedra, simbolo del male. Questa credenza pagana viene ereditata dalla figura di San Giorgio e il Drago, rispettivamente il Dragùa e il Kulshedra.

Letture:

Harry Hodgkinson - Skanderbeg: from Ottoman Captive to Albanian Hero.

Giovanni Musacchio, Principe albanese - Breve memoria de li discendenti de nostra casa Musachi.

Historia De Vita Et Gestis Scanderbegi Epirotarum Principis.

Besnik Selman Kebej - Origjina Dibrane e Skenderbeut.

Opere musicali:

Antonio Vivaldi – Scanderbeg, libretto scritto da Antonio Salvi.

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