REQUIEM PER UN LIBERALE

REQUIEM PER UN LIBERALE
In morte di un liberale, ovvero noi tutti, prigionieri secolari dello Stato Liberale e schiavi del suo paradigma assoluto, di cui annunciamo l'Apocalisse-rivelamento.

C’è qualcosa di incredibilmente sereno in quel sospeso diaframma divampante, quando lunghe lingue di porpora si avviluppano agli edifici della città. Più il sole precipita più esse si allungano disperate come per provare a toccare gli ultimi grattacieli, a solleticare per l’ultima volta le lance-ciglia degli uomini. Ma la città è vuota. Solo si sente il rintocco di una campana… o del registratore impallato di una campana. E la chiesa, se così si può chiamare, è deserta. Le uniche cose che si muovono tra le panche sono le fiamme delle candele che oscillanno a causa del vento caldo che entra dal portone spalancato. E’ una veglia su cui vegliano solo lunghe toghe sdraiate sulle prime panche, e lo sguardo di una madonna addolorata dall’abside scrostato di dietro. Non verrà nessuno. Il morto aspetta solo che la notte entri con passo pesante, aspetta un latitante giacchè il sole si ostina a non smettere di cadere al di là dello stipite del portone. Forse si attende nervosamente un ladro che silente oltrepasserà la soglia, o il curioso, che poi sono la stessa cosa. Anzi il curioso si può tranquillamente equiparare ad un assassino nel suo distaccato interesse, nella sua sciocca leggerezza e micidiale, dura impermeabilità. E’ questo ciò che uccide in fondo, è dall’attenzione del curioso che si può guardare in faccia un morto.

Siamo tutti morti allora, così come siamo tutti liberali. Nella misura in cui la nostra curiosità s’infervida in qualche attimo della Libertà.

Siamo morti nella misura in cui siamo liberali, e non lo sappiamo. Come potremmo? Siamo cittadini di liberal-democrazie! Siamo uomini liberi.

A quelli che vagheggiano solitari, poche Cassandre invero, tra le navate scoperchiate dei propri paesi urlando ancora: Libertà! Non lo siamo già? Maledetti, che siano maledetti.

Che sia maledetto il liberalismo.

A quei docili colli incravattati che gorgheggiano:

Difendiamo l'ordine liberale!

Che valore possono avere  per noi, cittadini del secolo 21, parole quali diritti individuali, libertà inviolabili, proprietà privata, proprietà dei mezzi di produzione… nessuno, perchè siamo tutti liberi.

E se ci sono dei libertari ancora più radicali invece tra di noi che si agitano affinchè lo Stato si tenga lontano dalle nostre carcasse bè... non hanno capito niente. Niente! Quale attrattiva può avere un uomo completamente libero, libero dallo Stato e dalle sue ingerenze, un uomo su cui il Potere non possa legiferare.

Queste sono cose di tempi andati! Tempi in cui si chiedeva allo Stato di non fare qualcosa, in cui si cercava di limitare il suo prorompente, sovrano arbitrio per mezzo del fu diritto naturale(moderno), che coincide tutt’oggi con la sfera inviolabile dell’individuo.

Che attrattiva, lo diciamo a voi ultimi disperati libertari(più consapevoli e convinti di molti moderni Principi) che attrattiva può avere per noi una simile prospettiva: lo Stato in ritirata e noialtri…liberi. Di cosa c’è ne faremmo? Cosa faremmo di più che ora non facciamo. La risposta è: niente.

Perchè la nostra libertà è nella misura in cui esiste lo Stato, è nella misura in cui noi siamo al sicuro, assicurati. La libertà non è (più) qualcosa di esterno, di naturale, a meno che non intendiamo la statualità come naturalità. E in qualche misura potrebbe esserlo, perchè l'ambiente in cui nasciamo è tutto Stato, è tutto Legge. Dove sta allora la naturalità, e quindi originalità, del diritto? Dappertutto e da nessuna parte, ovvero nell’immanenza dello Stato. Non c’è (piu) uno stato di natura originario, o trascendente, qualcosa di “altro” che possa giustificare i diritti individuali, da cui essi possano discendere. Non c’è Dio, non c’è un ordine cosmico, ne morale, non ci sono corpi intermedi, ne collettività, ne narrazioni.

L'unico rimasto, oltre all'individuo, l'ultimo giustificatore è lo Stato, perchè esso è stato “di natura” a sé stesso.

Agli ultimi sacrissimi e canuti liberali che gridano noi dunque rispondiamo:

perchè vi disperate per niente? Credete che cambi qualcosa? Che il diritto naturale rappresenti ancora un argine?

No e vi diciamo di più: il liberalismo è complice dello Stato, il diritto naturale moderno è solo una continuazione dello Stato!  Perchè esso è nato con lo Stato, è frutto di un ambiente già statualizzato.

Come già a suo tempo disse Constant nell'antichità l'uomo era libero nella misura in cui partecipava ad una collettività politica autarchica, con il diritto naturale moderno l’uomo diventava libero nella sua sola sfera privata. Ma ciò voleva dire che si avvallava implicitamente il progetto secolare dello Stato, ovvero quello di ricomprendere tutti i rapporti politici in una relazione univoca tra il singolo e lo Stato stesso, eliminando ogni possibile competitore (Chiesa, Impero...) e centralizzando l’esercizio della violenza. Il diritto naturale diventa complice, accetta che la statualità si imponga nella realtà assediando un uomo precariamente libero (da ogni rapporto giuridico e politico che non sia Stato) e disarmato. 

Rincariamo la dose! Non è un caso che i primi e più importanti pensatori che teorizzarono il diritto naturale moderno fossero protestanti, e pensiamo in particolar modo a Grozio. E’ noto che il protestantesimo sostenesse apertamente sin dagli albori, sin da Martin Lutero, la forma Stato nella sua lotta per la centralizzazione del potere ed emancipazione da ogni influenza papista e residuo feudale. Allora gli antenati dei liberali erano collusi! Da un lato enunciavano i diritti universali dell’uomo come limite agli sconfinamenti del Potere e dall’altro elogiavano lo Stato.

A poco valgono dunque i tentativi di imbrigliare il Potere stesso, sogno massimo del liberalismo, tramite costituzionalismi vari. Perchè come ci insegna la Storia, e il nostro sodale Carl Schmitt, il potere sovrano risiede nel decisore ultimo che agisce nello stato d'eccezione, d'emergenza. E perciò la realtà del politico e del potere fuoriesce per forza di cose da quella del normativismo costituzionalista e da ogni tipo di abito giuridico che si può applicare allo Stato. Come abbiamo ben visto in due anni di emergenze continuate.

Sembra dunque chiaro che finchè esisterà lo Stato stesso, inteso come monopolio della violenza legittima, esisterà il diritto naturale moderno, o ciò che ne rimane, e viceversa.

Con il tema tutt’altro che secondario che le democrazie occidentali hanno fatto propri tutti i principi del liberalismo, anzi le democrazie come sistema di potere incarnano in una forma simbiotica tutto il sistema dei diritti individuali. E possiamo perciò non farci domande sulla realtà effettiva delle nostre libertà perchè crediamo di essere in una democrazia, e la democrazia è per noi definizione di libertà.

Ma la democrazia è pure la maschera dello Stato.

Quindi se da un lato viviamo in una società iper-permissiva, anche se tutto è confinato in quella sfera innocua dei diritti civili rigorosamente discendenti dall’autorità pubblica, dall’altro capita di non accorgersi del carattere repressivo del sistema di potere in cui viviamo (Pasolini docet). Capita di non fare conto al caso che un giorno si cammina in strada tranquillamente e quello dopo si è chiusi in casa.

Semplicemente perchè noi siamo creature del Potere, siamo ciò che il Potere ci dice di essere. E quando esso reprime, a noi sembra un’affermazione della nostra libertà, che poi è declinata in sicurezza.

Non è (più) dunque il liberalismo la risposta, se mai lo sia stato, al problema dello Stato. E quand'anche rappresentasse un alternativa, questa sarebbe ben poco differente per noi che la guardiamo. Perchè nel liberalismo moderno non c'è altro, in fondo, se non il fine di far godere l'uomo dei suoi diritti liberamente.

Questa è la tensione massima.

Secondo Montesquie la libertà era “quella cosa che ti fa godere di tutte le cose”.

Oltre al fatto che se “tutte le cose” sono sotto arbitrio statale, cosa prevedibile data l’insita natura espansionista della forma statuale, allora anche la libertà diventa un prodotto del Potere, diventa solo possibile paradossalmente al suo interno, il problema per noi poveri cittadini del secolo 21 è quello del fine.

Il fine è il godimento attraverso, grazie alla libertà di ciò che si dispone. E quindi la libertà è un fine in sé, perchè solo in essa è possibile il godimento.

Nulla di strano ai nostri occhi, lo facciamo già. Cosa cambia al cittadino contemporaneo? Non c’è differenza se non quella di essere in democrazia, di godere dei suoi beni all’interno della statualità, garantiti dalla statualità, messi al sicuro dalla statualità. Perchè egli vive e vivrà in uno stato natural-statuale, esso verrà sempre accompagnato dalla culla alla tomba da tutto ciò che è Stato, ovvero redditi di cittadinanza, sanità “gratuita”, scuole pubbliche, lavori pubblici, assicurazioni… ma anche tasse, multe, sanzioni, restrizioni e la Legge! In questo ben strano stato di natura, che è l’opposto di quello immaginato da Hobbes, la Libertà non è ciò su cui il Leviatano non legifera, ma è proprio il Leviatano. Perchè ancora una volta esso è stato di natura, o stato di politica, a sé stesso. I due stati, teorizzati dal pensatore inglese come opposti, vengono a coincidere fatalmente.

Il regime dei diritti è in sostanza un regime statuale, ben lungi dall'essere innato, o universale. E l'individuo dunque realizza la sua (risibile) libertà, che è poi quella dello Stato, solo nello Stato.

(Se queste parole vi ricordano qualcosa andate a dare un'occhiata alla voce “Stato” della prima edizione dell'Enciclopedia Italiana redatta da Giovanni Gentile, con il contributo di M.)

Cosa c’è di appetibile dunque in uno stato liberale classico, o nel fantomatico ordine liberale? Niente, perchè niente cambia in fondo, solo la realtà nella quale ci si muove. Se prima era al di fuori dello Stato, oggi è al suo interno.

Se nel 1700 si era liberi perchè il Potere non poteva legiferare sulla proprietà o sul mercato, ora siamo liberi perchè il Potere legifera su qualsiasi cosa (il Welfare State!). Niente cambia perchè è lo stesso concetto di libertà a non essere cambiato. La libertà dell’uomo moderno è un concetto secolarizzato, strumento del più grande veicolo della secolarizzazione, cioè lo Stato. E’ qualcosa che muore in sé, e per cui nessuno è disposto a morire.

Sono solo forme, etichette giuridiche apparantemente naturali, enunciazioni appassionate su cio che è universale nel genere umano. Per cosa un cittadino dovrebbe lottare? Per qualcosa che in sé è già raggiunto, è già acquisito, già assodato?

L’Occidente si immolerebbe di fronte alla Russia per la salvezza di qualche formula giuridica, peraltro lungamente violentate? Noi moriremmo per la libertà, per la democrazia? No. Perchè in fondo siamo già morti, nella misura in cui siamo liberali.

Dunque parafrasando Kautsky: Il fine non è niente, il movimento è tutto. Non è nella libertà concessa dal Potere, o strappata ad esso, che sarà la salvezza dell’uomo. Perchè di salvezza si tratta. Ma non può esserlo neanche mediante un ritorno alle fantomatiche libertà “degli antichi”, almeno non in una forma integrale.

Per l’uomo contemporaneo il tema centrale non può che essere il senso di quella libertà, di quei diritti piovuti dall’alto che di naturale hanno ormai poco. Ed il senso, e la sua ricerca, non può essere un fine, ma un movimento, forse eterno.

Per scardinare l’immanenza del rapporto Stato-individuo è necessaria la scoperta di una dimensione escatologica che vada ben oltre lo Stato. Cosa che il liberalismo moderno non può fare, perchè ormai secolarizzato.

Vadano all’inferno allora tutti i nostri enumerati diritti, perchè essi sono facciate, vadano all’inferno tutte le nostre libertà, perchè esse sono vuote, sono labili concessioni, oasi artificiali in cui sguazziamo pasciuti.

E’ il senso, il significato ultimo che è libertà! Perchè è l’unica cosa che non può dare lo Stato, esso non può dare un senso (che per l’individuo almeno non sia imposizione) che è fine di sé, perchè il senso è ricerca, movimento dinamico, mezzo per la salvezza che esonda da qualsiasi accezione positiva.

Non è dunque qualcosa di innato, insito nell’uomo, perchè non c’è origine che non sia Stato, o ciò che lo Stato impone di essere. Non c'è origine che non sia sterilizzata, innocua e dunque in definitiva non c'è origine perchè nello Stato non c'è origine alcuna, ma solo lo scorrere del precario presente.

E non è neanche naturale, se naturale fa rima con statale, ma deve essere acquisito, deve pararsi davanti a noi cittadini ultra-individualisti e statalisti come una alternativa viva, sconvolgente. Eppure non può che nascere dall’individuo e, rendendolo terzo nel suo rapporto con lo Stato, acquisire così quella forza esterna che scardina l’immanenza statuale.

Perchè forse in fondo (molto in fondo) noi cittadini contemporanei non siamo veri homini liberales, ma homini fidei. E il nostro Dio non sarà per sempre lo Stato.  

Rimbomba la mezzanotte tra il legno delle panche deserte. Ma il sole ancora non scende. Fuori il cielo è di fuoco, crepitano silenziosi gli alberi. Il ventre della chiesa balla di riflessi rossastri che si muovono sinuosi tra le tende porpora che si precipitano dalle vetrate. Tutto è calma. Improvvisamente nel frastuono di un sospiro un ombra si agita, scuotendo i piccioni sullo stipite. L'ombra si allunga di più, di più... ma si ferma prima che lambisca il bordo di mogano. Poi si sporge, impercettibilmente. E d’improvviso un requiem suona straziante.

Pace a un liberale!

1
PRIMA SERATA STRAGOG, vista e diretta da ilBlast
2
TERZA SERATA STRAGOG, scritto e diretto da ilBlast
3
SECONDA SERATA STRAGOG, vista e diretta da ilBlast
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La copertina sul nasino, risposta a La Repubblica, e a Francesco Piccolo
5
Intervista esclusiva: PADANIAN SHITPOSTER

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