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CONTRO LA REPUBBLICA DEI FIGLI UNICI

CONTRO LA REPUBBLICA DEI FIGLI UNICI
Lettura boomer
La lotta democratica parte dalle mura di casa

La democrazia è morta, anzi, è scaduta.

Non l’hanno uccisa i colpi di stato, i reazionari o le destre populiste – ahinoi. È stato qualcosa di molto più umano, troppo umano.

L’ha uccisa l’antropologia, i tipi umani fabbricati dalla cultura Disney, l’homo americanus perennemente in movimento, terapeutizzato, uterino e inadatto a tollerare qualsiasi forma di dipendenza, attrito o, peggio, sconfitta.

In effetti, il vero fondamento della tolleranza liberale non è l’amore per l’altro, ma l’indifferenza:

“non rompermi il cazzo”

E questa è esattamente la condizione prepolitica della morte della democrazia.

Gli individui che la democrazia pretende

La democrazia, infatti, per funzionare dovrebbe pretendere individui capaci di negoziare, sacrificarsi, venire a compromessi e convivere con chi non si è scelto. Il progressismo contemporaneo, invece, ha generato una generazione di figli unici che, prima di esserlo anche anagraficamente, sono figli unici antropologici.

La vera famiglia tradizionale

La colpa di tutto questo è stata anche la scomparsa della vera famiglia tradizionale, che non è la famiglia del Mulino Bianco con padre, madre e figlio: se crediamo che quella cosa lì sia sana, siamo già cucinati. La vera famiglia tradizionale è:

madre + padre + figlio x 2-3-4 e chi più ne ha più ne metta.

I fratelli e le sorelle sono la condizione fondamentale per costruire una famiglia sana.

La prima palestra della democrazia

Lì c’è la prima palestra della democrazia: non il parlamentarismo delle buone maniere, ma la prima lezione sull’accettare la disuguaglianza.

Quel favoritismo insopportabile dei genitori verso l’ultimogenito, quella PlayStation da dividersi a tempo di cronometro, quell’indeterminatezza nel capire di chi è il regalo perché deve essere di tutti. Sono tutte cose che ti insegnano che le regole esistono perché qualcuno ha la forza di imporle, tu impari a subirle, a manipolarle se sei scaltro, a esserne sconfitto se non lo sei. Impari una lezione civica fondamentale:

anche se perdi, il mondo non finirà per questo.

Cresciamo da prìncipi

Dato che nessuno cresce più in questa vera famiglia tradizionale, cresciamo come prìncipi in appartamenti condominiali dove abbiamo la nostra TV, i nostri giochi e – se ci prende qualche fase strana, tipo la dieta vegana – a nessuno pesa assecondare le nostre esigenze. Siamo tutti figli unici, e i figli unici sono, per definizione, dei viziati che si credono vittime. La sopravvivenza del viziato non dipende dalla sua forza, ma dalla continua e parassitaria approvazione esterna. Non a caso, oggi il lessico della politica si è fuso con quello della psicologia. La comunicazione diventa tossica, i politici diventano narcisisti, e se te sei un coglione sei un survivor. Siamo arrivati al punto di assistere, ogni singolo dicembre, alla stessa psyop collettiva sui social: i post sul pranzo di Natale con lo zio molesto.

La guerra a tavola

Ogni anno, orde di ventenni si scambiano guide su come “sopravvivere” ai parenti, come disinnescare lo zio omofobo, il nonno fascista o la zia leghista, in pratica trasformando un momento di convivialità familiare in un campo di battaglia dove entri già sul piede di guerra, pronto a rovinare per l’ennesima volta un momento in cui – guarda caso – tutti stan bene meno che te.

Questa roba, inutile dirlo, non è spontanea ma è immondizia calata dall’alto per diseducarci al conflitto.

L’obiettivo è convincerti che l’attrito ideologico sia un “trauma” e che la tua salute mentale valga più del dovere prepolitico di incassarti uno schiaffo da tuo padre se dici stronzate.

Lode allo zio omofobo

Io invece dico:

lode allo zio omofobo, lode al parente molesto, al cugino fascista, al padre padrone e alla madre narcisista.

Loro sono gli ultimi baluardi del reale, l’unica palestra di realtà che ci resta.

Ti costringono a difendere le tue posizioni senza che tu possa bloccarli sui social per silenziarli, ti obbligano a stare al tavolo con l’alterità irriducibile, a incassarne la volgarità, a scontrarti frontalmente con un mondo che non ha alcuna intenzione di validarti. Ti insegnano che la convivenza non è un gruppo di autoaiuto, ma una condizione dove a volte si vince e a volte ci si mette a frignare in bagno.

La “chosen family”

Invece, la cultura importata dai millennial americani ha consacrato la “chosen family”, le famiglie elettive decantate dalla subcultura universitaria. L’idea che invece dei tuoi parenti di sangue tu possa sentirti parente di una grassona, due streghe wicca e tre depressi in un appartamento lurido a Bologna, e non vi separerete assolutamente quando la vita vera con i suoi trent’anni vi busserà alla porta. Diseducarsi all’inscindibilità del sangue e convincersi che tu possa recidere certi legami, o addirittura scegliertene altri, è l’epitome dell’impotenza politica. È l’illusione infantile che il mondo sia come Tinder e tu possa swipare su chiunque non rispetti le tue paturnie.

Il no contact

Mettiamoci che qualche prete deforme avvelenatore di progressismo o, come li chiamano i giovani, qualche psicologo, ci abbia insegnato la virtù del no contact, e il disastro è servito. Figli che tagliano via i genitori perché si sono rivelati “narcisisti”, che non rispondono neanche all’invito al pranzo di riconciliazione, al matrimonio del parente o all’onomastico del cuginetto perché “sopravvissuti” all’abuso. Individui che dopo tre sedute di terapia e una manciata di reel, sentenziano l’incurabilità dei propri genitori, li estirpano dalla propria vita e pensano di aver fatto una gran cosa.

Sappiate questo: se tagli fuori la tua famiglia “abusiva”, non sei un coraggioso saggio che ha dato priorità al proprio benessere. Sei un coglione.

Leggi l’articolo completo solo su Proiettili – Controcrazia, disponibile qui:

Ne parleremo anche a Roma questa domenica!

11 Ottobre
Ore 21:30
Schiuma – Piazza F.M. Lante 26

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