3 mesi

Quasi Sapiens

Uno strumento per la guerriglia culturale

Quasi Sapiens
Lettura boomer
Quasi Sapiens di Guido Damini: un libro pop, che parla a tutti, ma anche una red pill per chi ne ha bisogno.

La recensione all’ultimo libro di Andrea Muratore capitava dopo un bel po’ dall’ultima recensione uscita su ilblast.it. Abbiamo smesso di leggere? Anche, ma sappiamo che, da veri basatoni, siete in grado di separare già in quali libri valga la pena infilare il naso e quali meritano di marcire tra gli scaffali di un’oscura Feltrinelli di Ferrara (quella dietro al McDonald’s, per chi è della zona).

Cazzo sono vicini per davvero…

Quindi, per una volta, vi invitiamo a chiudere i libroni polverosi su cui sudate quotidianamente e ad aprire un vero strumento di guerriglia culturale: invitiamo cioè il nostro pubblico studiatissimo ad affacciarsi a qualcosa di veramente nazionalpopolare, per gli italiani, per la gente che lavora e non ha tempo di leggersi l’opera omnia del tuo scrittorucolo preferito! Qualcosa, insomma, che magari non siete abituati a leggere.

Stiamo parlando, infatti, dell’ultima (e anche prima!) fatica letteraria di Guido Damini, Quasi Sapiens. Dalla scimmia a Trump (UTET, 2025). Un libro pop, che parla a tutti, ma anche una pillola rossa per chi ne ha bisogno.

La presa per il culo definitiva del libro neopositivista più amato dai miliardari: Sapiens, di Yuval Noah Harari. “Qualcosa che ci fa ridere ma anche riflettere!” per dirla come lo direbbe tua zia.

Ma andiamo con ordine. Anzitutto, due parole sull’autore: Guido Damini è un “giovane” (Dio… parliamone: è del ‘95, va per i trentuno… praticamente una mummia, ma comunque più giovane del suo competitor più agguerrito: Corrado Augias) divulgatore storico italiano che negli ultimi anni si è ritagliato una discreta fama grazie a due podcast di pregio, “Le Caporetto degli altri” e “Cenni storici per fare lo splendido”.

Se il primo era una intelligente presa per il culo di tutti gli Stati europei, dato che ne esaminava le sconfitte militari più brucianti (viste dall’Italia, campionessa continentale indiscussa di autocommiserazione), il secondo ha una durata media nettamente inferiore (sono pillole da qualche minuto, a differenza del perettone da 50 min dei vecchi episodi), ma è costruita a partire da un format che si presta anche ad una maggiore versatilità tematica.

Damini da qualche anno collabora, poi, con Radio Deejay e si cimenta perfino con il teatro, portando in giro per l’Italia il suo spettacolo “L’intera storia dell’umanità in 90 minuti”.

L’intuizione fondamentale del Nostro però è un’altra. Può apparire semplice e basilare, ma non è affatto scontata, specie tra gli storici: bisogna saper far ridere e tenere alta l’attenzione del pubblico se si vuol dire qualcosa di potente.

Oggi, per dire una verità, bisogna divertire, intrattenere, non si possono frangere le palle dei lettori!

Vi ricorda qualcosa?

Damini sarà anche un vecchio, ma di sicuro non è una pornostar, ehm, un professore noioso che ha la pretesa d’aver capito tutto. Meme, maranza, battute scorrettissime e tono leggero: in India si caca per strada e l’Inghilterra è uno stato di polizia distopico. Questa è la cifra estetica del libro, il suo stile.

Lo sapevate che Carlo VIII aveva le palle di tungsteno? O che Ludovico il Moro (il Romano Prodi ante litteram) era un pirla? Oppure, che alla base del colonialismo spagnolo c’era davvero il sexo e il desiderio inconscio di inventare le latine (p.229)?

I meme avevano ragione!

Il suo volumone (più di 420 pagine!) vola via come il pane nonostante la lunghezza. Continui riferimenti al presente, ricorso a parallelismi anacronistici, a volte iperbolici, solleticano gli appetiti dei lettori contemporanei: alla fine ci piace sentirci in connessione coi nostri antenati, scoprire che condividiamo con loro qualche fastidio quotidiano, un difetto, un vizio.

Un meccanismo che funziona e che usa spesso durante il libro. Qual è, alla fine, la differenza tra te, ad esempio, uomo dell’Italia europeista del XXI secolo, e un Haitiano dell’800 in debito perenne con la Francia, se entrambi condividete un capestro titanico fatto di fardelli finanziari e prestiti mai saldati (p.297)?

Alla fine, anche tu vivi in una neocolonia…

Il concept del libro è semplice: 100 cenni storici (un po’ sul modello del podcast), in 10 capitoli, che ripercorrono l’intera storia dell’umanità, dalla scimmia a Trump, seguendo lo schema che porta avanti già a teatro.

Alla fine, 10 gigacenni che ripercorrono i precedenti e li rimettono di nuovo in prospettiva, per non dimenticarsi nulla.

Insomma, si tratta della concettualizzazione e dell’approfondimento, della rivisitazione e dell’ampliamento di ciò che aveva fatto su altri media.

Il libro è la continuazione del reel con altri mezzi.

Lo avevamo imparato già coi libracci degli youtuber. Eppure qua ci troviamo davanti ad un prodotto che ha qualcosa di diverso: nessun ghostwriter. A parlare è Damini, col suo stile narrativo cadenzato e inconfondibile.

Sembra di sentirlo tuonare, col suo vocione baldanzoso. Insomma, a meno che non abbia addestrato una IA complottista e basatissima ad imitarlo (altrimenti come farebbe a suggerire che ad appiccare l’incendio di Roma non sia stato Nerone, ma Poppea, in combutta con qualche ebreo radicale), ci troviamo costretti a rilevare che sembri proprio tutta farina del suo sacco

Damini è lo Svetonio della Bassa Padana: un gusto spiccato per l’aneddoto, per la nota truculenta, per il macabro e il piccante. Sullo sfondo, un paesaggio padaneggiante, fatto di nebbie e di campi neri e umidi, che riaffiora di tanto in tanto dalle pagine in un’espressione un po’ insolita (da quanto non sentivo “faccia di tolla”… p.249, btw).

Nelle 4-5 pagine che dedica ad ogni aneddoto non trascura, tuttavia, la visione d’insieme. Restituisce il clima, l’atmosfera del momento storico di cui vuole parlare.

Il tentativo è quello di unire la storia di lunghissimo periodo a quella evenemenziale: un’operazione che la storiografia contemporanea non ha più il coraggio di fare.

La scuola delle Annales ci ha fatto venire la paura dell’avvenimento e degli eroi, la storiografia postmoderna ha ammazzato la ricerca della verità e il senso stesso del fare storia.

Damini cerca di ricucire lo strappo: il libro tocca numerose personalità immense del passato, con un linguaggio giovane, spesso memetico, che riempie di significato lo scorrere degli eventi.

Il lento emergere della civiltà, dall’antichità più remota, fino ad arrivare al bacino Mediterraneo, a Roma e alla nascita del Cristianesimo, la cui parabola segna profondamente la seconda parte del volume.

In un’epoca in cui (solo in Occidente) va di moda la “global history”, leggere un’opera esplicitamente eurocentrica (p. 144n) è un toccasana: chi siamo noi per aver la pretesa di poter parlare degli altri da un punto di vista globale o imparziale?

Ebbasta, “la storia siamo noi”: in questo caso noi europei, italiani e cristiani.

Si può leggere tra le righe anche una rinobilitazione della storia militare, a lungo bistrattata negli ambienti storici della Penisola, concentratissimi sulla storia culturale e socio-economica: e invece no, la storia militare è fondamentale.

È il motore di moltissimi cambiamenti, anche socio-economici e culturali. Tutta roba che molta storiografia odierna ignora scientemente: gli Stati, se si sono rafforzati come hanno fatto, è stato anche per via dei costi sempre maggiori che le tecnologie militari richiedevano (pp. 216-217).

Come dicevo, la storia della Chiesa è la storia dell’Occidente, il metronomo che ne scandisce il tempo profondo: il cuore dell’Europa è quello dei contadini-cattolici che si erano affermati nell’Alto Medioevo, in un momento di debolezza dello Stato centrale.

Damini fa risalire allo schiaffo ad Ario e al Concilio di Nicea la nascita del Medioevo, e allo schiaffo di Anagni la sua fine. In mezzo, botte da orbi.

La crisi della Chiesa sarà, poi, la crisi che affronterà l’Uomo della modernità: Martin Lutero, primo uomo moderno, ha innescato la rivoluzione filosofica, l’inversione di prospettiva, i cui effetti sono chiarissimamente visibili ancora intorno a noi.

Dal mondo aristotelico, oggettivo e razionalissimo, Lutero ha piantato il chiodo del relativismo sul portone della Cattedrale di Wittenberg, mettendo, per la prima volta in maniera credibile e sistematica, l’Uomo al centro dell’universo.

Un uomo, all’epoca, ancora religioso, ma che via via è andato ateizzandosi e modernizzandosi, prima con l’Illuminismo, poi con le sue conseguenze, arrivate come una slavina fino ai nostri giorni e ancora tutte ben visibili sotto il post di UTET dedicato ai philosophes, con le puttanel*, psicofregne e simp che hanno iniziato a infamare la casa editrice solo per aver dato spazio a qualche pazzo eretico che ha osato dare del paraculo a Voltaire e del ricchione a Rousseau (tutto vero).

In effetti, c’è un che di ironico: pubblicare un libro apparentemente demenziale con UTET, una casa editrice serissima e che fa uscire solo roba serissima. Questo perché, appunto, la stupidità e la facilità del libro è solo apparente, è pura simulazione.

Digerire e risputare contenuti complessi non è affatto semplice. Spiegalo tu che il patriarcato è nato non-ironicamente per difendere le donne dalla schiavitù per debiti!

Damini inserisce, anche, riflessioni di carattere geostrategico, che dissemina lungo tutta l’opera, e che parlano evidentemente alla contemporaneità. Parlando dei Romani, ormai padroni del mondo all’indomani delle Guerre Puniche:

Roma era diventata Cartagine, e la sua onesta classe media, che tanto aveva combattuto per annientarla, si ritrovò schiacciata dalla stessa globalizzazione che aveva costruito con il proprio sangue.

Chissà a che pensava…


Ovviamente, non c’è la pretesa di star scrivendo un’opera di ricerca, qualcosa che abbia una valenza scientifica e accademica (ma alla fine, dopotutto, quanto vale oggi l’autorevolissima opinione dell’Accademia, specie di quella umanistica? Qual è il suo impatto positivo sulla società contemporanea?).

Mancano le note (che appaiono, in una veste leggera, scorrevole, solo quando si sta dicendo davvero qualcosa di altrimenti difficilmente credibile), manca la bibliografia, eppure non manca l’impegno dell’autore: è evidente che non si sia inventato tutto tutto, dai!

In controluce, si intravedono alcuni grandi autori dai quali ha preso, che ha masticato e di cui ha reinterpretato le tesi principali nei suoi cenni. Per citarne alcuni, random: Carl Schmitt, John Mearsheimer, Stephen Walt (e in generale i realisti americani), David Graeber, forse persino qualche élitista italiano.

I riferimenti non sono quasi mai esplicitati, ma si capisce che il ragazzo è studiato. Trusta bro: dopotutto, la storia si è sempre fatta così, fin dai tempi di Erodoto.

L’invito, implicito, è ad andare ad approfondire, se interessati, nelle varie monografie di cui Quasi Sapiens vuol essere compendio e reinterpretazione.

Tra i filoni tematici più sviluppati nel tomo c’è sicuramente quello economico: l’ingiustizia dell’usura, le ricadute sociali delle rivoluzioni economiche e industriali ricorrono spesso nella lettura.

Interessante anche l’accenno alla genealogia del rapporto tra gli anglosassoni e i conflitti, esprimibile solo attraverso crociate indette per salvare l’Umanità e che trova nel neoconservatorismo contemporaneo, nato negli anni ‘70 grazie ad un pugno di intellettuali trotskisti e sionisti delusi dall’URSS, solamente l’ultima espressione.

Ci piacerebbe rivelarvi qualcosa di più su ciascuno di questi temi, ma è giusto lasciare al lettore curioso scoprire le altre chicche contenute nel libro.

Quasi Sapiens, ripetiamo, è un’arma della guerriglia culturale. Nascosto dietro la confezione simpatica, dietro i disegnini della copertina (fatti sempre da Damini, che sul suo profilo posta di tanto in tanto le sue creazioni), c’è qualcosa di davvero potente.

Ovviamente non si deve sapere troppo in giro: il suo libro-meme è un prodotto piuttosto solido di pedagogia nazionale, pensato per gli zòstili, per gli zoomer, da leggere, ma, soprattutto, da regalare alla prima occasione buona all’amico (o all’amica) sprovveduto e basabile.

Un po’ ci spiace aver rivelato al mondo che Quasi Sapiens non sia l’ennesimo libro di un influencer alla ricerca disperata del danaro, ma che sia invece uno strumento incredibile di basamento, pieno di riflessioni originali o quantomeno poco mainstream.

Un libro pericoloso e affascinante, pronto per essere messo in mano agli GenZ più vogliosi di riannodare il filo spezzato della Storia.

Solo riscoprendo chi siamo, vedendo la profonda continuità che corre lungo tutta la storia della nostra civiltà, potremo capire dove andare. Un insegnamento, questo, tanto banale quanto dimenticato.

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