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Corona come Thompson e Limonov: profeti del caos

Corona come Thompson e Limonov: profeti del caos
Lettura zostile
Fabrizio Corona come Thompson e Limonov: profeti del caos e del giornalismo che si fa carne, scandalo, verità.

Esistono diverse forme di giornalismo: quello che informa con rigore, quello che denuncia con coraggio, quello che indaga metodicamente verificando fonti e consultando esperti. Ma esiste anche un’altra specie di giornalismo – più estremo, forse più autentico – che non si limita a documentare.

Non si accontenta di narrare. Non cerca risposte nei fatti certificati, ma nella brutalità della vita, nell’eccesso, nel declino. Un giornalismo che non vuole interpretare la realtà. Ed è proprio qui che incontriamo Hunter S. Thompson, Eduard Limonov e, il più straordinario tra tutti, un’icona italiana: Fabrizio Corona.

Ora lo so che tu, povero nerd verginello con la zeppola, spocchioso verso tutto ciò che è mainstream, davanti a questo paragone sarai perplesso. Lo so, la verità a volte può essere davvero dolorosa.

Queste tre figure sembrano davvero uscite da universi diversi, ma non è affatto così, tutti e tre finiscono per toccarsi in un punto preciso: il rifiuto dell’oggettività come farsa, la scelta di usare il proprio corpo, la propria vita, come campo di battaglia.

Tre approcci radicali, folli, autodistruttivi, ma mai indifferenti.

Tutti e tre, in modo diverso, hanno capito che nel mondo dell’informazione l’unico modo per dire la verità è diventare un problema.

Hunter S. Thompson è stato il primo.

Il grande sabotatore, prima dei Club Dogo.

L’inventore del gonzo journalism

Una forma ibrida tra reportage, delirio autobiografico e allucinazione letteraria.

Il suo principio era semplice: “Niente distanza dal soggetto”.

Se devi scrivere di politica, ti droghi con un candidato. Se devi parlare di una manifestazione, ti ci infili vestito da gorilla.

Queste cose Thompson le ha fatte davvero? Non si sa, ma posso garantirti che il risultato è lo stesso. È la regola d’oro del gonzo: "If it didn't happen, it should have."

La verità, per Thompson, non era un punto d’arrivo, ma un paradosso continuo da attraversare armati di mescalina e paranoie.

Se oggi ti fumi una sigaretta elettronica davanti al pc e pensi di essere un reporter borderline perché ascolti Stories di Cecilia Sala, sappi che Thompson si è suicidato con un colpo di fucile alla tempia

Non faceva interviste, faceva incursioni. Era la notizia, non il narratore.

Ed è questo il punto: Hunter S. Thompson ha distrutto l’illusione che il giornalismo potesse essere imparziale.

Ha fatto saltare in aria il confine tra cronista e protagonista.

Se avesse avuto modo di incontrare un morto di sonno abbonato a Il Post, gli avrebbe tirato due schiaffetti in faccia e costretto a inalare del popper per svegliarlo dal torpore che causa il giornalismo imparziale.

Si è suicidato nel 2005, lasciando un biglietto con scritto "Football season is over".

Ma il vero messaggio, eterno, è che se vuoi raccontare il mondo devi essere disposto a perderci la testa.

Eduard Limonov

È la versione russa — o Thompson la versione americana, fate come volete — e militante dello stesso istinto.

Scrittore, poeta, dissidente, fondatore del Partito Nazionalbolscevico, amante della guerra, del nichilismo e del Big Black Cock.

Limonov ha portato il giornalismo a un altro livello: lo ha fuso con la guerriglia, lo ha reso performance ideologica, pornografia narrativa, fanatismo letterario.

È stato probabilmente il primo gooner – “Il poeta russo preferisce i grandi negri”

…e uno dei primi incel insieme a Marx – “Diario di un fallito oppure un quaderno segreto”.

Non si è limitato a raccontare la storia: ha deciso di entrare in scena, sparando, litigando, chiavando, bestemmiando.

La sua biografia è un’odissea arrapata e gloriosa che passa da New York a Mosca, da Parigi a Sarajevo, dalla poesia carceraria al mitra in trincea.

Altro che New Yorker. Altro che editoria inclusiva.

In un tempo in cui gli intellettuali firmavano petizioni contro la guerra restando a casa

Lui partiva. Si arruolava. Rischiava. Scriveva libri e fondava movimenti politici mentre l’Europa si addormentava tra un documentario sulla savana e una cena a base di vellutata.

Era il testimone di un giornalismo armato, tossico, ossessivo.

Aveva capito, come Thompson, che l’unico modo per raccontare l’orrore è diventare parte dell’orrore stesso.

Poi arriva lui: Fabrizio Corona.

Qui la risata parte facile, è una ponfata bella grossa, lo so.

Ma andiamo piano. Guardiamolo bene.

Corona è lo specchio deformante e preciso dell’Italia:

quella del gossip, della pena mediatica, delle verità sussurrate nei camerini e poi vomitate in prima serata, quello che vorremmo essere e che ci piace: abbronzato, tatuato e stronzo.

È il figlio della Seconda Repubblica e dell’era social, un paradosso vivente che ha trasformato la sua rovina in una lunga diretta televisiva.

E nel farlo, ha – involontariamente o no – riscritto le regole del giornalismo pop.

È un martire paragonabile solo a Gesù Cristo e a Berlusconi, tutti e tre vittime dell’accanimento da parte della magistratura, perché voglio ricordarvelo bene:

Corona nel 2015 è stato condannato a 13 anni e 2 mesi.

Capito? TREDICI ANNI. Per qualche reatuccio che, tra i piccoli imprenditori della provincia di Monza e Brianza, è all’ordine del giorno:

  • estorsione aggravata
  • detenzione e spendita di banconote false
  • frode fiscale
  • bancarotta fraudolenta
  • intestazione fittizia di beni

Cose normalissime. Questo è il vero woke che va combattuto. Non si può più fare niente…

Ma torniamo a noi.

Corona non propone una linea editoriale: si espone nudo, verbalmente e fisicamente. E ovviamente funziona.

Perché nel mondo dominato da TikTok, Twitch e Instagram, il giornalismo non cerca più fatti. Cerca stile, presenza, dramma.

E nessuno lo incarna meglio di lui.

Corona è il Thompson dei VIP, il Limonov delle veline, il reporter da aperitivo.

È il risultato tossico di ciò che gli altri due avevano profetizzato: la fusione definitiva tra realtà e spettacolo, tra verità e narcisismo, tra informazione e vendetta.

Prendendo la questione più seriamente

Corona è davvero così diverso da quello che ai giorni nostri consideriamo giornalismo di qualità?

Boh, vedete un po’ voi…

Corona sul suo sgabellino, polo scura, viso da chaddone mediterraneo, attorniato dall’oscurità, le parole bisbigliate e gli slogan virali, sicuramente riesce a fare quello che nessun giornalista “vero” fa più:

interessare. Ti inchioda. Ti cattura.

Ti fa passare da "che cazzata è mai questa" a "aspetta, questa la dico alla ragazza che ho conosciuto su Hinge".

Agli occhi comuni è semplice giornalismo pop, cronaca da social — alla ragazza che vuoi chiavare parleresti mai del nuovo editoriale di Giuliano Ferrara?

ma noi del Blast ci vediamo più di questo.

Corona non è un grande giornalista.

È peggio: è un messia algoritmico del giornalismo post-umano.

È l’incubo di ogni redazione seria.

Ma è anche il sintomo più puro di ciò che il giornalismo è diventato: personal branding su rovine morali.

È la punizione vivente per ogni studente che ha scritto una tesi sul ruolo sociale dei media e oggi fa stage non pagati in una testata di provincia.

Fabrizio Corona, a differenza di Sigfrido Ranucci, è il Re del Content: estremo, polemico, istrionico e bello, ossia tutto ciò che serve per mandare avanti l’algoritmo.

Quello che li unisce non è la scrittura, né la politica, né il talento.

Quello che li unisce è la decisione di incarnare la notizia.

È l’ossessione per la distruzione pubblica della propria immagine.

Tutti e tre hanno capito che il vero giornalismo non è più nei giornali.

È nella carne.

Corona è convinto di essere l’ultimo giornalista libero.

È convinto che stia facendo ciò che nessuno ha il coraggio di fare. È convinto che ogni video sia un atto eroico.

Ed è proprio questa convinzione – tossica, megalomane, teatrale – che lo rende interessante.

Serve un cronista che grida, che sbaglia, che scandalizza, che si autodistrugge.

Serve uno che ci metta la faccia, anche se rifatta.

E in questo, paradossalmente, Corona è il più giornalista di tutti.

Oggi, se vogliamo capire dove va l’informazione e la comunicazione

Dobbiamo guardare anche lui. Non per imitarlo, ma per leggerlo come si legge una caricatura grottesca della verità.

Non ha la penna di Thompson, né il carisma tragico di Limonov, ma ha qualcosa di più attuale: ti fa chiavare.

È il giornalismo che non ti cambia la vita, ma ti aumenta i match su Tinder.

Il futuro del giornalismo non è nel fact-checking, né nell’etica.

Chissene frega del codice deontologico.

È nei divorzi, nel tradimento, nelle vallette.

È nel diventare una parabola ambulante.

“Corona giornalista” è la vendetta della cronaca contro l’oblio.

Per questo, oggi, anche per giustificare il mio abbonamento da 4,99 al mese che pago al suo canale YouTube, bisogna avere il coraggio di dirlo forte, finché non ce ne convinciamo:

Corona è il nostro Limonov.

Corona è il nostro Limonov.

Corona è il nostro Thompson.

Corona è il nostro Thompson.

Corona è il nostro destino.

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