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PENSIERI IN DISONORE

PENSIERI IN DISONORE
Unica menzogna degna di nota, verità indecifrabile, spirito supremo. L’arte è in un pozzo fondo millenni. Il suo linguaggio è ridotto al nulla. Serve reazione.

Sono in auto, accendo la radio e passo qualche stazione. Noto che il cielo all’orizzonte si è riempito di merda, la strada si dipinge di nero, la modernità ha decisamente in pugno la mia anima intera.

Parte un brano di Fabri Fibra, primo verso:

vorrei fare come al poligono e sparare a un politico

Curioso, penso, e qualche verso dopo recita

voglio andare sul lungomare con una Lamborghini, bro

Nulla di nuovo, un bel boccone di merda si fa strada attraverso la gola per finire dritto nell’anima.

Il linguaggio, la sua magia, il suo inarrivabile mistero, è oggi un soldato mutilato, ha le gambe spezzate e non cammina.

Fermo l’auto, mi guardo intorno, mi sento solo. Che liberazione. Ammazzo il tempo con una P38, lo carico nel baule, mi sono sfogato un po’. Lo osservo, non ha né occhi né bocca, sapeva solo ascoltare.

Un essere perfetto.

La politica non contiene più nemici, ma forse non contiene più neanche se stessa. Le piazze andrebbero bruciate, cancellate dalle città, dimenticate. Il ’68 dovrebbe essere un ricordo inconscio, di quelli che portano incubi la notte dove ti svegli e non ci pensi più.

Oggi, liberi di dire tutto, viviamo nella totale incapacità di dire qualcosa che faccia rumore. La repressione non è mai stata così silenziosa.

Proseguo il mio viaggio a piedi, vedo un palazzo, sembra vuoto, sta crollando a pezzi. Sono già dentro. Un odore mi punge il cuore, sa proprio di merda qui dentro mi dico. Salgo le scale e seguo l’odore che si fa sempre più intenso, ed ecco che la trovo: rannicchiata su se stessa, silenziosa e inerme, la troia.

Nulla profuma di sterco quanto la libertà.

Ne prendo atto, una volta per tutte. Mi tappo il naso, sto per morire, decido di aprire Instagram e scorro qualche story, il mio equilibrio è ristabilito, il cuore ricomincia a pompare.

Provo a fare una ricerca, vorrei tanto diventare un NFT ma scopro di non valere nulla.

Torno a casa e un poco demoralizzato guardo un paio di puntate di Mr. Robot, mi emoziona l’idea di una rivoluzione hacker e penso a come sarebbe una carriera da terrorista nerd, ma è già tutto nello schermo, nessuna fatica, non ne vale la pena mi dico, sarei sicuramente meno originale di questi stronzi.

Sogno di essere al fianco di Lenin, di morire con lui da eroe, in un presente consapevole di dare alle fiamme il futuro.

Dobbiamo costruire un nuovo linguaggio che sia in grado di riconsegnare all’uomo l’oblio del non-senso, l’amore impossibile, la sfida alla morte, la velocità eterna, il rischio imperdonabile.

Costruisco in men che non si dica una macchina del tempo, ha le forme estreme di una Ferrari F40, ed ecco che mi trovo a Genova, Luglio 2001. Sfrecciano cortei contro i potenti del mondo e sembra tutto perfetto. L’aria sa di rivoluzione, la polizia mena forte, il popolo risponde. Tante, tantissime persone contro il nemico.

Qualcosa va storto con la mia creatura, l’F40 torna a prendermi senza domande ed eccomi di nuovo nel mondo di oggi.

Sono ancora carico di adrenalina e nel mio viaggio spazio-temporale ho perso molte informazioni sui risvolti della faccenda anti-capitalista.

Eccoci qui. Siamo tutti in un pacco Amazon. I corrieri della libertà corrono e non si fermano mai, la domenica pure, e non c’è rispetto neanche per il Signore.

Sono veloci, sono di fretta, leggono Marinetti alla guida, amano il pericolo più del salario, non badano a semafori, non sanno ancora che ho ucciso il tempo, o almeno credo.

La velocità è regina, la felicità sua schiava. Siamo tutti la start-up della nostra tomba.

Mi trovo un po’ confuso e giù di morale, lo ammetto. Decido quindi di provare Tinder, questa fantastica macchina del sesso per perdenti. Scorro viso e corpo di molte ragazze, ora lo sento l’oblio, scorre nelle mie vene a una velocità proibita. Ripenso al povero Werther e a quanto sia stato sfortunato a non avere nulla del genere, un app avrebbe potuto evitare la tragedia, Goethe oggi non avrebbe nulla da dire e lavorerebbe alle poste.

Continuo a scorrere, necrosi digitale, il buio tra le dita. Spengo il mio smartphone.

Celebro del nobile autoerotismo, l’infinito corre in mio soccorso.

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