La città che vogliamo

L'igiene urbana è da bolliti

La città che vogliamo
Lettura boomer
Più sono i barboni, meglio è una città.

Affidandoci a radio, giornale e televisione, si ha uno scorcio immaginifico di come di norma siano le città della nostra penisola. Sguazzandoci dentro la vista si allarga, e così l’incoscienza e la conoscenza delle strade che da nord a sud costellano la nazione-museo d’Italia.

Già tra la folla, stando in prima linea, si possono vedere – DECIDERE di vedere – versioni diverse dello stesso dipinto urbano e umano che tanto affascina gli intellettuali, fa spendere vagonate di guadagni ai turisti e fa sudare i militi di Strade Sicure.

Prendiamo un esempio comune:

Chi non è mai stato nella città di Augusto e Nerone, chi non ha mai visto con ammirazione le antichissime rovine d’una città che, a prescindere da ideologia e politica, ci affascina come un’atomica su Delhi? Avrete visto il Vittoriano, i Fori Imperiali, il Colosseo in cui Commodo fu ucciso da M. D. Meridio… ma questo, miei cari turisti d’occasione, è il minimo sindacale. Avete visto NON l’Urbe, ma il suo museo social.

La bellezza di Roma sta ben oltre queste piccionaie per Amies e cinesi; ma spesso – complici gli “Io ce stò, e tu?” e non solo – tale fascinazione innata è ignorata, e vista da pochi, nemmeno da Dio. Ma io l’ho vista, e me ne sono innamorato; e per questo, ve la voglio raccontare.

Via Nazionale è considerata dai più come la via principale di Roma. Coi suoi palazzi d’epoca e la sua vitalità automobilistica giornaliera, è la via portante di turisti e fedeli che ogni giorno si avviano per il centro storico o il Vaticano. Bene: tutte cazzate.

1. Termini

Ho visto Via Giolitti. L’ho assaporata.

Ho gustato il suo odore tipico di merda speziata e marciume assolato sull’asfalto e sui sanpietrini secolari. Ho ammirato i bangladini dagli interni plasticosi e le zingare sui cartoni a ridosso dei palazzi fare l’elemosina a caccia di qualcuno da borseggiare. Ho spulciato tra i tendaggi dei negozietti di strada, venditori di borse e portafogli dall’origine misterica a soli un euro al pezzo. Ho seguito con lo sguardo i pellegrini e i dipendenti aziendali farsi strada tra i turisti vomitati da Termini. Ho bevuto, come i piccioni l’acqua della Fontana di Trevi, l’aria respirata dai medici ingegneristici dell’Africa, eterni vagabondi tra un MC e via Merulana in cerca d’una compagna con cui affogare il sogno fascinoso dell’Occidente. 

Ma questo, è il minimo sindacale. Quante cose ci attendono oltre l’ignoto? Roma è amabile per questo: la sua varietà, ipocrita e ricca. La Capitale è una modella di Vogue: gli abiti sgargianti alle passerelle e ai fotografi, la fica e la voluttà al miglior offerente. L’altare della Patria è iconico: chi vi entra non può che provare ammirazione per la sua gloria di marmo e i suoi fanti a guardia del primo dei soldati d’Italia. Ma quanti hanno dato occhio ai venditori ambulanti di caricabatterie, o ai turisti seduti sul masso del Grappa ancora vestito di sangue italo-crucco? Una passeggiata tra i Fori Imperiali, e noterete tra le rovine i discendenti dei berberi e dei numidi assopirsi tra le colonne del Tempio di Venere. Piazza del Popolo, Piazza Navona, i dintorni del Pantheon, Piazza San Pietro… dovunque andiate, troverete quel dettaglio nascosto, assopito, leggibile sui giornali come un incidente di percorso, un’incomprensione, un’infermità mentale, qualcosa medicalmente e psicologicamente inquadrato, spiegabile e fotografabile. 

2. San Lorenzo

Ma lasciamo i luoghi da cartolina ai selfie e ad Instagram. Queste cose, in simili luoghi, sono fantasmi della loro vera natura. Per gustare di meglio, bisogna spostarsi più in là, verso la Ferrovia, tra le carcasse arrugginite di antichi Frecciarossa e i quartieri da studenti e proletari. In questi luoghi, mistici come rovine di antichi castelli tedeschi, quel che ci appare come grandioso ed eccezionale, si mostra nella sua veste comune, normale, priva di barlumi giornalistici e politici.

Quando una cinese mi chiese: “Where is San Lorenzo?”, sbiancai. Che cazzo ci doveva fare una cinese a San Lorenzo? Poi capii, che se andare a cinesi per scopare è una truffa, andare a San Lorenzo è un regalo per lo spirito. I veri pellegrini stanno lì, tra i palazzi fatiscenti post bombe alleate, i santoni coi rasta nei localetti agli angoli della strada, gli immigrati e i barboni assopiti sotto le porte delle mura imperiali, avvolti in sarcofaghi di cartone e coperte sgualcite.

San Lorenzo è come il Bronx… anzi, È SUO PADRE. Giri l’angolo e ti aspetti di scontrarti con Tupac e di ritrovarti o fatto o con un buco nello sterno. Invece è l’ennesimo studente di filosofia dai tratti effemminati e con una maglia del Che… ma è in questi incontri di fauna locale che sta la magia del quartiere. Se ne avrete la fortuna, accanto alla chiesa, potreste imbattervi in un esemplare di frigorifero dormiente. Invece, lungo le mura, costeggiando quel cubo di Termini, vi potrà capitare di adocchiare per un istante una coppia di senegalesi bivaccare sul marciapiede, uno intento a lavare una vaschetta di vernice, e un altro ad arrostire un gatto incenerito. Ma se la fauna vi affascina, dovete vedere la flora! Alberi di Ichnusa, cespugli di Muratti e Marlboro, selve di graffiti e manifesti elettorali…

Ora, questo è un esempio, non è certo finita qui. Di notte tutto cambia, e acquista vita nuova, e vi sono luoghi più selvaggi in cui scovare ulteriori tesori – gli accampamenti di cartone e tende da campeggio sotto i cavalcavia ferroviari sono una delle tante Eldorado della penisola. Ma parlarne non sarebbe opportuno: simili luoghi vanno scoperti, vissuti in prima persona, come Odisseo e Teseo nelle loro crociere di piacere. 

3. I ben(non)pensanti

Ma alla Politica gli Enea e gli Alighieri interessano solo per fare bella figura. In simili luoghi non ci si immischia; e così facendo, li idealizza o li demonizza, in entrambi i casi, a sproposito, e vedendo solo la propria metà del bicchiere. 

La sinistra è incapace di ammettere in quali condizioni lavorative versano solitamente i componenti della nuova classe lavoratrice extra-UE. Non è un segreto, soprattutto in ambito culinario, che la maggior parte dei contratti sono a nero, con paghe che la schiavitù dei negrieri in confronto è un’opera di carità cristiana. Così per i fattorini di Deliveroo e simili, i raccogli-pomodoro nelle campagne Calabresi, lo spazzino improvvisato che, a caccia di soldi per la cocaina, spazza le foglie davanti al ministero degli Interni. “Ma perché aiutarli quando possiamo sfruttarli?”, dissero gli eredi di Berlinguer. Dopotutto, se un problema si risolve, non fa più scalpore; è una vena di diamanti essiccata, inutile. 

La destra, d’altro canto, non ha le palle di fare quel che professa. Le idee più radicali, almeno per ora, restano chiuse in convegni e in chiacchiere da corridoio. Per i moderati, la storia è la solita: chi mai vorrebbe, in politica e nel magico mondo dello spettacolo, essere additato come razzista? Le palle, per scopare, vi sono sempre; ma per agire, dormono nel ghiaccio. “Il massimo che posso darvi sono i centri in Albania”, disse il ministro numero X – trattenendo la risatina, conscio della cazzata messa in gioco sul tavolo di mamma Ursula.

Nel dubbio, si va per la strada migliore: lamentarsi delle violenze, dei furti, dei vandalismi – cara e vecchia retorica… ma le lamentele non sono buone neanche come sostituto per la carta igienica. Ma più che un discorso di parti, già questo, è un affare comune. Con i teaser i Caramba e la Pula sembrano essersi dati una svegliata; ma non basta. Da qui, GIUSTAMENTE, le milizie improvvisate, dagli Ultras del Verona agli “Articolo 52”.

La violenza è un fatto culturale: da una parte, sì, l’ambiente malavitoso, la povertà, la sporcizia, le menzogne sul paradiso occidentale venute a galla; ma dall’altra, l’ambiente d’origine. Non aspettatevi, fanciulle da discoteca, un trattamento da principe azzurro da chi è abituato a vedere le donne come una “Res Mobilis” di romana memoria. Sui furti e l’omertà che le città caratterizza, i giornalisti e gli intellettuali saranno ben lieti di parlare ancora a lungo. Così i politici. E in questo, la trama delle “poleis” dello stivale e dell’Europa si intreccia sempre di più, in un abisso che è difficile da cacciare, sia perché rischioso, sia perché non lo vogliamo nemmeno noi. Di cosa ci dovremmo lamentare poi? Tasse? Guerra? INPS? 

La città che vogliamo è questa qui!

Ricca di casini, di emozioni da vivere. Senza, non possiamo andare avanti. Nel nichilismo elettronico che ci divora sempre più, guardare fuori dalla finestra e belare per il paesaggio è salutare come una sbornia ad una festa. Non ci resta che ammirare il fuoco espandersi; e perché no? Gettargli della benzina. Verrà il giorno in cui l’IKEA venderà gli AK-47, e la CONAD, al reparto carne, confezioni di granate incendiarie; e noi, dopo tanta attesa, torneremo, finalmente, a divertirci come si deve.

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