L'Isola dei Formosi

L'Isola dei Formosi
Lettura boomer
Isola dei Famosi, abbiamo un Diogene, Daniele Radini Tedeschi, sull'Isola, tra disavventure e cinismo.

«Che bisogno ho io d’abbeverare col mio splendore il grembo dimagrato della terra?»

(Vladimir Majakovskij, All’amato me stesso)

Il liceo classico insegna a essere classi(ci)sti. C’è un mondo prima e un mondo dopo. Entri dicendo “sia… che” e usando i clitici in maniera completamente sbagliata (dargli a lui, a lei, a loro), ne esci con la proprietà lessicale d’un filosofo tedesco e la pedanteria d’un manuale di letteratura di inizio Novecento (vogliate scusarmi, spero che questo articolo non ne sia un esempio)

Prima ti vantavi apertamente di conoscere ogni singola battuta dei Soliti Idioti, ora vai a vedere il loro ultimo film di nascosto, indossando una maschera, perfettamente consapevole di commettere atti impuri. Ti senti sporco, lurido.

Non vuoi essere identificato.

Ricordo perfettamente il momento in cui la mia professoressa di italiano, cui attribuivo un’autorità e un ruolo che col senno di poi riconosco essere stati eccessivi, ci diede come compito la scrittura di un tema sulla televisione e sui nostri programmi preferiti.

Citai, senza pensarci troppo, la mediocrità di cui mi nutrivo all’epoca: Pechino Express, L’isola dei famosi, Colorado, Zelig, il Festival di Sanremo

Che poi erano gli unici programmi che effettivamente guardavo.

Seguì una sua geremiade contro la TV di oggi, contro i reality, contro il Grande Fratello e questi squallidi personaggi «che vengono pagati per fare la fame e litigare». Tempo dopo avrei capito che c’era molto di più rispetto al semplice fare la fame. Unico programma a essere risparmiato fu Pechino Express, perché almeno lì non si vinceva nulla, ma si giocava a scopo di beneficenza.

Col tempo, mi sono emancipato dal mio senso di inferiorità culturale nei confronti della professoressa. È bastato un suo messaggio del 26 maggio 2019, col quale m’invitava a votare per il cognato, candidato col PD alle regionali in Piemonte. Una violazione al contempo del silenzio elettorale, del rispetto che mi aveva sempre mostrato dandomi del lei, diversamente da tutti gli altri docenti, e di qualsiasi senso del pudore.

Ai tempi, però, questa professoressa era un modello di riferimento per me, sin dal momento in cui, durante l’intervallo, era venuta verso di me e mi aveva detto «Nicomaco, lei è una buona penna». E io, nel mio piccolo, speravo avesse ragione.

Nella mia mente, una buona penna non guardava L’isola dei famosi. Un vero peccato non poter più guardare Al Bano pescare.

Anni dopo, mi è toccato disimparare.

Disimparare e maturare, per poterlo infine apprezzare. Non che mi ci sia voluto molto… Si cresce così, in fretta. Si diventa grandi, basta leggere Labranca.

READ LABRANCA AND DO NOTHING, parafrasando un famoso slogan della sinistra radicale. Ebbene, io ho letto Labranca e ho capito che L’isola dei famosi, in realtà, è un programma geniale. 

Non che non mi fosse già chiaro.

Solo non ne ero pienamente consapevole.

Ne avevo già avute le prime avvisaglie.


Forse fu la figura del Divino Otelma, al secolo Marco Amleto Belelli, a catturarmi. La sua amicizia particolare con Rossano Rubicondi, le sue lezioni a quell’oca con le tette di Francesca Cipriani, le sue sei lauree, la sua epica caduta dall’amaca…

O forse le emorroidi di Enzo Paolo Turchi, il porcino caraibico e i poteri magici di Eleonora Brigliadori, alias Sibilla Cooman, il motto di Max Bertolani («rispetto per tutti, paura di nessuno!»), i piagnucolii di Den Harrow, le canzoni di Apicella e le poesie di Flavia Vento, le ricette avvelenate di Simone Rugiati e Rachida Karrati.

Pensateci: su quell’isola il peggio del trash italico incontra il miglior anarchismo intellettuale italiano di scuola beniana (penso soprattutto a personaggi come Aldo Busi, primo a sdoganare questi programmi dopo Labranca, e Alessandro Cecchi Paone)

E come dimenticare Aristide Malnati, l’egittologo che, novello Archimede pitagorico, nell’edizione del 2016, sostenne di aver acceso il fuoco sfruttando il meccanismo degli specchi ustori, salvo poi ammettere di avere rubato un accendino?

Ecco, io vedevo Aristide Malnati e pensavo: «la cultura è qui, checché ne dica la mia professoressa». Di più: l'isola è politica, come dimostra la vittoria di Vladimir Luxuria nell'edizione del 2008, segno dei tempi che stavano cambiando. 

Il format è semplice:

  • Prendete una ventina di personaggi famosi o semifamosi/parenti di col mutuo da pagare e buttateli su un’isola sperduta al largo del mar dei Caraibi dal nome variabile e che varia nel corso del tempo (Cayo Cochino, Cayo Paloma, La playa de las pelotas doradas & affini)
  • Concedete loro 50 grammi di riso al giorno e costringeteli a darsi da fare per pescare, per raccogliere cocchi (solo quello c’è su quelle isole di merda), per costruirsi un rifugio sicuro, per accendere il fuoco e per fare tutto ciò che è necessario per sopravvivere.
  • Ogni tanto, sottoponeteli a qualche prova fisica per affaticarli un po’, per seminare zizzania, per eleggere un capo, per offrire loro un altro po’ di cibo e per mantenere alta l’attenzione degli spettatori. 
  • Ogni settimana, eliminate uno dei due più odiati attraverso il televoto e ogni tanto ripescatene uno e speditelo su un’isola deserta ancor più deserta, novello Robinson.

Ora, è chiaro che un programma del genere è assai interessante.

È un ritorno allo stato di natura, si risvegliano istinti ancestrali che neanche Il Signore delle mosche di William Golding. E soprattutto, si cerca di darsi un’organizzazione. A Cayo Cocinos, vige il comunismo. Un comunismo con alternanza al potere, ma non per questo democratico: a ogni puntata viene eletto un leader, ma sulla base di una prova di forza, non certo di un’elezione democratica!

Cayo Cocinos è la più chiara dimostrazione di quel che ho scritto in un mio vecchio articolo: contrariamente a quanto sostenuto da Margaret Thatcher, l'individuo non esiste, esiste solo la società.

Una realtà ben più terribile e inquietante, soprattutto per noi individualisti-egoisti-anarchici. A Cayo Cocinos, nessuno prende decisioni autonomamente, senza lasciarsi influenzare dai propri soci-coinquilini. Questo perché la coscienza umana ha una dimensione interpersonale: nasce, vive e si sviluppa solo nel contesto della relazione fra persone.

A Cayo Cocinos – e non solo lì – l’uomo non è libero.

Cayo Cocinos ci dimostra che lo stato di natura non va inteso come quel mondo fiabesco immaginato da Hobbes, da Locke e da altri cretini in cui i singoli individui sono fedeli solo a loro stessi. L’individuo deve al suo appartenere a un grupposia esso di consanguinei o di socinon solo la sua libertà, ma anche l’essere sé stesso.  

Fortunatamente, a contrastare l’Edoardo Stoppa di turno, il capetto democratico che invita a condividere ogni singolo frammento edibile ritrovato sull’isola, ci penserà sempre una figura che qui in Piemonte è molto ben rappresentata, fino al punto di essere lo stereotipo regionale, quella del bastiàn contrari.

Nell’edizione di quest’anno, però, è un romano, altra schiatta che quanto a indipendenza non scherza, sin dai tempi del Marchese del Grillo. Infatti, a dire «me dispiace, ma io so’ io e voi nun sete ‘n cazzo» è stato Daniele Radini Tedeschi, cognome altisonante, di professione critico d’arte e – lo confesso – prima d’oggi a me ignoto. 

Isola dei famosi
Daniele Radini Tedeschi

Si definisce uomo d’altri tempi, o meglio di tempi che forse non sono mai stati, vecchio dentro, antiquato e amante di tutte le forme d’arte, con la sola eccezione della diplomazia. Vive la dimensione del dongiovannismo dell’anima, detesta i reality e si considera antipatico, privo di entusiasmo, demotivato, nemico dell’impegno, della partecipazione e del fare, isolato più che isolano.

La sua voce mi ha distratto mentre stavo scrivendo la tesi, o meglio ha catturato tutta la mia attenzione.

Daniele viene chiamato per tre volte mentre si sta facendo il bagno e si sta divertendo e ribatte di essere in vacanza, come già Cecchi Paone ai tempi. Venuto apposta da Roma a godersi riposo honduregno. Agli ipocriti maschi alfa chiede di dimostrare di essere alfa per davvero.

Che vadano a prendere la legna, a sistemargli il giaciglio, a pulirgli la stanza.

Al leader comunista Edoardo Stoppa chiede che gli faccia il bucato. Il suo servo Artur è debole, un portaborse, lo vedrebbe bene come soprammobile. «Ci sono anarchisti qui» esclama Joe Bastianich. E a Daniele quest’etichetta piace, anche se più che un anarchico parrebbe l’anarca di Jünger. E sapete cosa succede quando ci sono gli anarchisti?

Ce lo spiega solo Joe Bastianich: o la rivoluzione sociale o la ghigliottina.

E se un piemontese come Gioanìn Giolitti «la rivolussiòn a la fa nen», Daniele Radini Tedeschi non si fa problemi a prendere il potere con un colpo di Stato notturno. Potere che viene irriso: alla collana da leader, si sostituisce un rotolo di carta igienica, che Daniele porta al collo con orgoglio. È la fine di ogni sopruso, die Wende, la svolta. La caduta del comunismo a Cayo Cocinos ricorda vagamente il principato di Caligola: niente più austerità, niente più razionamenti di cibo, niente più regole, più nessuna vita monacale e di rinuncia. Sotto la guida di questo novello Caligola, o forse Eliogabalo, iniziano la festa, il divertimento, le bizzarrie e gli eccessi.

Ma non tutti sono d’accordo con il nuovo corso.

Il veterocomunista Edoardo Vissarionovič Stoppa trama nell’ombra e sostiene che un anarchista socialfascista non può vivere alle spalle della società, mentre Joe Bastianich, nostalgico di Tito, lo invita a prendersi un po’ di fuoco e ad andare a vivere da un’altra parte della spiaggia, perché l’isola è grande. 

Il problema è che come anarchico Daniele fa un po’ pena: sarà pure anarchico, ma a differenza di Nanni Moretti non è autarchico, non è autosufficiente. Non sa cucinare, lavorare stanca. Decide quindi di cambiare strategia: d’ora in poi mendicherà come Diogene.

Un chicco di riso al povero Daniele. Tanto lui, come Maramao e come Carmelo Bene, non mangia l’insalata.

Comunque, Daniele non è solo. Si è trovato un discepolo. Pietro Fanelli, tiktoker, a me noto soltanto per quella foto con un mio conoscente con didascalia due poeti che un giorno mi comparve sui social senza che l’avessi richiesta.

Isola dei famosi
Daniele Radini Tedeschi e Pietro Fanelli

Autodefinitisi tali, aggiungo io.

Pietro, piemontese solo nell’accento, ma non certo nell’anima, un giorno è scappato dalla provinciale Torino per trasferirsi nell’oscena Milano, dove si è reso conto di avere un bel faccino e ha iniziato ad autodefinirsi poeta e romantico e a diffondere banalità rubate alla pubblicità del pennello Cinghiale (cit. Checco)

Anche lui, come Daniele, è stato disturbato mentre si stava facendo un bagno, o meglio, come dice lui, mentre stava riflettendo, mentre si stava concentrando. Come disse Joseph Conrad «Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?».

Ma, a differenza di Daniele, Pietro è un falso alternativo, ha ancora tanto da imparare.

Egli sostiene che, in quanto bello e in quanto poeta, dev’essere mantenuto dalla società. E io sarei anche d’accordo, se poeta lo fosse davvero e se non avesse bisogno di ricordarci la sua bellezza ogni cinque minuti. Il rischio è che non gli si creda più, con quella ridicola barbetta che lo invecchia rovinandone l’efebico faccino. Inoltre, come cercai di spiegare a un mio collega turco che mi chiese perché non portassi la barba, la barba la portano solo i filosofi, è un tratto distintivo che dovrebbe essere concesso solo dopo il compimento dei trent’anni di età.

Ora, io non sono un filosofo e non ho la presunzione di considerarmi tale. Non dovrebbe neanche lui, considerando che è più giovane di me, anche se a me dicono che sembro un quindicenne.

Caro Pietro, è difficile mantenere la tua routine alla American Psycho quando sei naufrago su un’isola deserta. Non mi risulta che lo squamoso Odisseo abbia vinto un premio per la sua bellezza, arrivato a Itaca, sporco e salmastro com’era.

Era un eroe, e «gli eroi son tutti giovani e belli», come cantano i veri poeti, ma il Poeta per antonomasia, Omero (o chi per lui) non esita a paragonarlo a un polpo, quando, aggrappandosi a uno scoglio, perde qualche pezzo di pelle. Un’immagine quanto mai disgustosa, soprattutto per un eroe. Ebbene, per essere belli talvolta occorre sporcarsi le mani di terra e di sangue. 

Quanto a Daniele, gli consiglierei di aprirsi al mondo.

Ricordare il famoso apologo delle membra e dello stomaco, raccontato da Menenio Agrippa in occasione della prima secessione della plebe, nel 494 a. C., che già ho contestato in un precedente articolo. Quello secondo cui l’ordinamento sociale romano è come un corpo umano, i plebei sono le braccia e i patrizi lo stomaco. In questo ordinamento, gli organi sopravvivono solo se collaborano. Infatti, se lo stomaco non riceve cibo, anche le braccia moriranno. Eppure, l’ordinamento naturale prevede che chi è bravo nell’arte della parola, chi è capace di ammaliare, di intortare, di tenere sottomessa la collettività, alla fine prevalga sempre su tutti gli altri. Solo, dev’essere abile a non farsi riconoscere, a dissimulare, e dev’essere versatile, braccio e mente al contempo. Uomo d’intelletto e d’azione, persino spietato. Come Farinacci, come Pavolini. Daniele ce la può fare a diventare Aristarco, İsmail, Piero Fassino.

Anche Pietro può imparare. Del resto, approdato sull’isola, ha capito subito qual era la priorità: costruire un tempio. E quindi io vorrei avanzare una timida proposta politica, per un nuovo programma, ma anche per un esperimento sociale.

Ho già in mente il titolo: L’isola dei formosi. E un motto, direttamente da una canzone dei Baustelle:

«IO NON VOGLIO CRESCERE, ANDATE A FARVI FOTTERE!».

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